L’UOMO CHE SVANIVA

Quella mattina, mi svegliai con una strana inquietudine, come un peso sottile che non riuscivo a collocare. Mi alzai con calma, cercando di scrollarmi di dosso la sensazione che qualcosa non andasse, ma ogni gesto, ogni respiro sembrava amplificarla. Andai in cucina, presi il caffè e mi lasciai scivolare nella routine, sperando che la normalità mi riportasse a me stesso. Eppure, quando entrai in bagno e alzai gli occhi sullo specchio, mi bloccai.

Rimasi lì, immobile, con lo sguardo fisso su quell’immagine davanti a me che sembrava quasi… irreale.

Non riuscivo a riconoscermi, o meglio, a trovarmi. Il mio volto appariva confuso, sfuggente, come se la mia figura fosse avvolta da una foschia sottile. Le linee del mio corpo, di solito chiare e familiari, si stavano dissolvendo ai margini, lasciando un’immagine disturbante di una presenza a metà, incompleta.

Mi aggrappai al bordo del lavandino, tentando di ancorarmi a quella realtà che mi stava sfuggendo.

«Devo essere ancora mezzo addormentato» pensai, ma sapevo che non era solo questo. L’ambiente intorno a me era troppo nitido, troppo definito, mentre io restavo l’unico elemento opaco.

«I sogni» mi dissi «sono sfumati, lontani, quasi come immagini pittoriche secondo alcuni, ma qui è tutto reale.» C’era solo una cosa stonata: io.

In quell’istante compresi che il mio corpo stava scomparendo. Non in un colpo solo, ma come in un processo graduale, quasi naturale.

«Quando è iniziato tutto ciò?» continuavo a chiedermi. «Possibile che sia cominciato molto tempo prima e che io me ne accorga solo ora, ora che le cose si rendono evidenti?»

Col passare dei giorni, il riflesso nello specchio continuava a sbiadire. Il mio volto, una volta definito e pieno di vita, si riduceva a una traccia tenue, una forma che sembrava consumarsi in silenzio. Quando uscivo, nessuno mi notava; in ufficio, la mia assenza passava inosservata. E non era colpa loro – avevo sempre scelto di osservare il mondo a distanza, lasciando che la vita mi sfiorasse senza mai toccarmi davvero.

Ogni giorno il processo continuava, invisibile agli altri ma terribilmente chiaro per me. Il mio viso diveniva un’ombra sbiadita, la mia voce un soffio che nessuno poteva sentire. E più svanivo, più mi rendevo conto di quanto avevo rinunciato a essere presente, a vivere in modo autentico.

Alla fine ciò che cambiava era soltanto la consapevolezza di quello che mi stava accadendo, il mio rapporto con il mondo rimaneva invariato.

Una sera, guardando il riflesso quasi del tutto sparito, la verità mi colpì con la forza di un’evidenza ineluttabile.

Quel vuoto, quella trasparenza non erano altro che il risultato di anni di distacco. Mi ero lasciato sfuggire ogni legame, avevo abbandonato le passioni, le connessioni, ogni cosa che un tempo mi rendeva reale. Avevo scelto, giorno dopo giorno, di scomparire.

Ora non restava che accettare ciò che era diventato ovvio: non erano gli altri a non vedermi più, ero io che avevo smesso di mostrarmi. Ogni volta che avevo evitato di condividere una parte di me, avevo contribuito alla mia stessa invisibilità.

Non era il corpo a dissolversi, ma la mia volontà di essere parte del mondo.

Così, rassegnato al mio destino, mi prodigai nell’abbracciare il nulla che stava reclamando la sua vittima.

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Discussioni

  1. L’altro giorno stavo (ri)ascoltando un bellissimo album dei Nine Inch Nails, “the downward spiral”. Ecco, questo racconto me l’ha immediatamente fatto tornare in mente. Il protagonista che si lascia appassire, che si lascia annientare ed è anzi fautore passivo del proprio annichilimento. Anche in questo racconto c’è un tocco surreale (l’immagine allo specchio che svanisce), che è però una chiarissima metafora del percorso di annullamento del protagonista.

    1. Proprio così!
      Il nichilismo è il tema centrale di questo racconto. Non ho offerto alcuna via di fuga al protagonista, forse perchè preferisco lasciare al lettore l’immaginazione di un possibile risvolto positivo.
      Tutto dipende tutto dalle visioni personali che ciascuno di noi possiede.
      Ho voluto mettere in evidenza come il rapporto che intratteniamo con la società esterna riesce ad influenzare la nostra persona. Se non agiamo o non ci comportiamo in una certo modo o se smettiamo di essere utili agli altri, potremo arrivare a credere di non avere più uno scopo, di non essere più indispensabili, dimenticando che non abbiamo bisogno di servire a qualcuno per avere valore.
      Il semplice fatto di essere ciò che siamo dovrebbe bastare a noi stessi.
      Ti ringrazio per questo commento, mi ha fatto riflettere ulteriormente!

  2. Wow davvero sorprendente nella sua immediatezza. Amo i racconti come questo, sul serio. Una condizione mentale che fa il salto nel territorio del reale, e come risultato un surrealismo sensato, mirato. Ce l’avrei visto benissimo come epilogo di un racconto lungo, preceduto dalla narrazione del vissuto di questo personaggio, del suo lento isolarsi, della sua graduale sparizione… Complimenti.

    1. Ti ringrazio anche per questo commento, sono entusiasta che il racconto ti abbia suscitato questi pensieri.
      Sicuramente fa parte di un surrealismo e se devo dirla tutta mi sono un po’ ispirata alla Metamorfosi di Kafka (che è su un altro livello comunque).
      Ancora grazie per il tuo tempo!

  3. L’ho interpretato come una lucidissimo e mirata metafora. Parè una situazione surreale, ma a mio avviso non lo è. Una condizione dell’essere che molti conoscono e hanno sperimentato su di sé.
    Piaciutissimo.

  4. “Alla fine ciò che cambiava era soltanto la consapevolezza di quello che mi stava accadendo, il mio rapporto con il mondo rimaneva invariato.Una sera, guardando il riflesso quas”
    Bellissima

  5. Straordinariamente profondo e significativo. Ad un certo punto, sembra quasi mischiare più generi, ma, poi, alla fine, ci si rende conto che l’unico realmente adatto è il realismo.
    Bravissima nel dipingere i pensieri e la psiche del protagonista e mostrarli al lettore.

    1. Ti ringrazio!
      Mi entusiasma il fatto che solo alla fine si possa cogliere la vera natura dell’evento.
      È stato un risultato involontario, e proprio per questo apprezzo molto la tua visione.

  6. “Non era il corpo a dissolversi, ma la mia volontà di essere parte del mondo.Così, rassegnato al mio destino, mi prodigai nell’abbracciare il nulla che stava reclamando la sua vittima.”
    Continuo a dirti che è molto bello. Mi è piaciuto davvero tanto.

  7. Ho proceduto a ripubblicare il racconto per la seconda volta, in seguito alla necessità di correggere alcune imperfezioni testuali. Ora lo scritto dovrebbe andare bene.
    Ringrazio sentitamente per le segnalazioni ricevute e auguro una piacevole lettura.