L’uomo dal cappotto grigio

Serie: Il buco nero


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Ottavio percepisce dei raccordi tra la tempesta di neve e i comportamenti oscuri della famiglia di Elvira. Alcuni passi vagano, scompaiono, il corridoio si riempie di sibili, quando decide di contare fino a duecento, prima di stanarli distesi, Arianna e i genitori, nel terrore dello stesso letto.

Ritornato nella camera del camino ripresi a contare da duecento a zero. Ero sicuro che procedendo a ritroso avrei incontrato un muro e non l’abisso. Potevo proseguire con tutta calma e così feci. Arrivato allo zero, mi spostai nel corridoio. Uno sguardo alla camera dei dormienti, per inoltrarmi verso l’ingresso, quando una voce di donna mi fermò.

«Ottavio!» mi fece. Era una voce calda, assonnata. Non mi voltai subito, ma riconobbi il suono della madre. Non ero più andato in cucina a salutarla, come sarebbe stato giusto fare. Adesso mi toccava giustificare il mio comportamento deplorevole, non potevo esimermi. Attesi prima che mi rimproverasse, ma lei non fiatò. Le dissi che mi dispiaceva, ma che prima non mi ero sentito bene. Non lo avevo detto ad Arianna, per non allarmarla. Andava già meglio, adesso.

«Me ne dispiace, Ottavio. Ma sappi che non ho mai pensato a male. Arianna mi ha riferito che mi avresti raggiunto non appena ti saresti ripreso. Si sarà accorta del tuo malessere, nonostante tu non gliene abbia parlato, capisci?» Mi voltai e rividi una donna rimpicciolita, che non riconoscevo. Era pallida, svilita, adornata di una breve santità.

«Arianna?» le chiesi, fingendo di non sapere dove fosse. Lei mi disse che riposava accanto al padre. 

«Ogni tanto, quando nevica, ha l’abitudine di distendersi accanto a noi, nella nostra camera, come quando era piccola. Da bambina, mio marito non gradiva che lei si rapprendesse del nostro calore. A differenza di Elvira, che è stata sempre restia ai contatti e alle tenerezze notturne, Arianna cercava da noi continue conferme, implorandoci di essere accolta nel nostro letto, come luogo privilegiato della nostra anima, del nostro amore, senza riserve. Era una sua richiesta costante, che mio marito non le ha concesso oltre un certo numero di notti, dicendole che non era salutare e nemmeno educativo. Arianna, nel periodo di cui ti racconto, aveva già nove anni. Non era normale dormire in mezzo a noi, ma nemmeno a sette anni, secondo mio marito. Nonostante sul principio fossi d’accordo con lui, ho cercato a tutti i costi di accontentarla e di non lasciarla sola – Elvira è stata sempre molto fredda con sua sorella, mostrandosi restia a sostenerla e a consolarla dalle sue ansie notturne, quando ritornava nella loro camera dopo un rifiuto paterno. Ma poi… sono stata costretta a negarle l’accoglienza. Mio marito me lo ha imposto.»

La donna mi si avvicinò, carezzandomi una guancia, poi sorridendomi e sussurrandomi che mi trovava bene e che era il caso di spostarci nella stanza del camino, per continuare con tranquillità la nostra conversazione. Quando si allontanò da me, facendomi strada con i suoi passi attutiti dalle pantofole, le dissi che dovevo scendere per prendere le valigie in macchina. La donna alle mie parole cambiò sguardo, si raggelò. Rimase immobile, nel corridoio, forse in attesa che rinunciassi, ma io mi diressi senza esitazione verso l’ingresso. Prima di uscire, scorsi la sua immagine assorta, spettrale, come l’avevo lasciata. 

Scesi le scale nel buio, in una sensazione rovinosa di libertà. Quando raggiunsi il portone, osservai da più vicino le masse di neve che si contorcevano nell’aria e sulle poche case visibili, rendendomi conto che non era possibile uscire. Dal portone la tempesta appariva più cupa e imponente, una sorta di confine che mi separava dalla realtà.

Pensando a come raggiungere la macchina, prima di rinunciarvi, vidi una figura avventarsi dall’esterno contro il portone. Pareva formata dal nulla, come se composta dalla stessa neve che turbinava sul suo volto. Era un uomo grosso, bardato in un cappotto grigio. Indossava una sciarpa rossa, avvolta intorno al collo, un cappello enorme, piombato sugli occhi. Affannava, cercando di ricostruirmi a fatica dalle ombre fitte del portone, come tentavo di fare io con la sua sagoma dispersa nel biancore. Arretrai. L’uomo digrignò i denti e spinse il portone con le mani, ma  era chiuso – così dall’interno, come avevo appurato pochi istanti prima. Gli feci un cenno debole con una mano. Forse c’era un interruttore, ma l’androne era al buio, non riuscivo a orientarmi. Lui mi osservava scorrere con le dita tremanti sulle due pareti, senza che trovassi nessun pulsante, nemmeno quello della luce. I suoi colpi continuarono per poco, poi smisero. Lo vidi di profilo, distrutto, che fissava la neve, poi di nuovo me, mesmerizzato, come se ai suoi occhi fossi parte della tempesta, sebbene mi ritrovassi dall’altra parte, all’interno dello stabile. Aveva il viso bianco, illunato. La sciarpa stretta a più nodi, mentre mi supplicava, con voce strozzata, di farlo entrare. Non sapevo come aiutarlo. Risalii sopra, sperando in Arianna o nella sensibilità di sua madre. Con quel freddo si sarebbe ammalato. Bussai con i palmi, poi con i pugni, ma nessuno mi aprì. Li pensai ancora distesi, nello stesso letto matrimoniale, con gli occhi sbarrati dai miei colpi possenti, ma con la volontà di lasciarmi fuori dalla loro vita.

Mi sedetti sulle scale, al buio, pensando all’uomo che era fuori e alla sua disperazione. Avevo freddo, ma il mio freddo sarebbe stato diverso dal suo, come la nostra età, per quanto fossi riuscito a intravedere dal suo aspetto. Non mi restava che colpire con la migliore violenza altre porte. La palazzina era di tre piani, le probabilità che qualcuno mi avrebbe aperto non sarebbero state tante, ma non potevo rinunciare. Se fosse successo qualcosa all’uomo dal cappotto grigio non me lo sarei perdonato.  Così mi decisi a suonare alla porta dei vicini, ma non accadde nulla, nessuno mi rispose o mi percepì, mentre l’uomo all’esterno cominciava a tossire – o forse ad accasciarsi e a perdere stabilità e coordinamento, come temetti durante le fasi di maggiore stasi. Decisi di salire sopra. Quando mi voltai per impegnare le scale, una voce di donna, sbucata dal nulla, alle mie spalle, mi pregò di fermarmi. Dall’angolo di pianerottolo scorsi la sua figura esile, impaurita – era la vicina. Dal suo appartamento un baluginìo di candela… poi il suo viso minuto che mi scrutava con sospetto, ricordandomi il personaggio di una fiaba, una fata delle nevi.

Serie: Il buco nero


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Discussioni

  1. Il paragrafo finale mi è particolarmente piaciuto, l’immagine evocata è molto bella.
    La piccola rivelazione della madre sulle due sorelle è un altro pezzo del puzzle, così come, penso, l’uomo che, alla fine, tenta di entrare nel palazzo.

    1. Sì, Giuseppe. In fondo ci sono più livelli dimensionali che si addensano intorno al protagonista, il quale deve riuscire a separare, a cogliervi un nesso, una strada e questo crea intorno a lui, quanto intorno a noi che stiamo dall’altra parte, del mistero, come quello della scomparsa improvvisa di Elvira. Sia con le persone a lui più vicine, come i famigliari di Elvira, che con l’uomo sconosciuto che implora di farsi aprire, così con le altre figure che affiorano nel nulla in quel frangente così singolare, Ottavio vive sempre un conflitto perenne, legato in primo luogo al peso di una sua scelta all’interno di quel contesto. Comincia a sentirsi responsabile di ogni cosa si profili davanti a lui, mentre le porte che gli erano state aperte si chiudono e la sua condizione si fa sempre più vicina a quella dell’uomo dal cappotto grigio. Grazie della tua visita e dei tuoi pensieri sull’episodio.

  2. Le parole mi sormontano, una lettura serrata ricca di parole che ci spingono verso dove l’autore vuole che ci troviamo, confesso in alcuni punti di essermi soffermato quasi a resistere alla fiumana che imperversava ma dopo qualche respiro eccomi di nuovo in gioco trasportato….

    1. Bellissima questa tua sensazione di spinte e di flussi, con la strategia naturale con cui vi hai opposto resistenza. Posso dirti che una dinamica molto simile alla tua mi è accaduta durante la gestazione dell’episodio. Una sfida continua tra abbandono e controllo, pensiero e incantamento, fino a perdermici del tutto, o forse ad affidarmi unicamente al mio ignoto, come alla salvezza nell’annegamento. Grazie di questo squarcio profondo e utile, e del tempo che hai dedicato a questo progetto.

  3. L’apparizione finale, (una presenza benevola, un sospiro di sollievo, finalmenete? E per quanto?)
    mi ha dato la visione dell’intero episodio. Ho avvertito come una sensazione di pesantezza iniziale che lentamente sfocia in qualcosa di simile all’evanescenza. Se prima dubitavo che i personaggi attorno al protagonista esistessero davvero, percependoli quasi come fantasmi, ora dubito anche di lui. Come stesse subendo un processo di smaterializzazione…ma non so dire bene perché ho avuto questa sensazione. È bloccato dalla tempesta, non riesce a abbandonare la casa ma nemmeno a rientrarvi, come fosse in una dimensione altra…ed ecco apparire la fata…e questa urgenza di salvare l’uomo col cappotto, mi è sembrato il riflesso dell’urgenza di salvare il proprio mondo, e se stesso.

    1. Con questo tuo taglio apri delle regioni a cui tengo molto e che penso possano costituire i cardini del progetto lungo la sua estensione.
      Il confine tra il bene e il male: l’uomo sconosciuto, nella sua bardatura, come nella sua furia di trovare riparo a tutti i costi, attraverso i colpi delle sue mani enormi – è così che le immagino, nonostante non le abbia ancora descritte, ma forse sono i suoi colpi a dircelo – potrebbe contenere più anime, più individualità, da quella dell’orco, o del povero viandante di una fiaba antica, al commerciante della bottega accanto che deve fare una consegna, o a un inquilino che ha perso le chiavi, fino allo strangolatore di studentesse. Oltre a questo sottile e imperscrutabile confine tra il bene e il male, ve n’è un altro, altrettanto pressante: quello tra il concreto e l’immateriale. In questa corrente ambigua di chiaroveggenza e sospiri, fino alla tensione claustrofobica, come unica prova del sentirsi vivi e appartenenti a un certo ordine, anche se oscuro, di situazioni e di cose, si adombrano tra gli ultimi episodi le situazioni tortuose in un’orografia dell’impossibile, dove i personaggi spesso sono sul nostro stesso piano di inadeguatezza rispetto al mistero, all’origine delle voci sepolcrali, che si alternano con i sibili della tempesta nella casa di una ragazza scomparsa, che nessuno ancora ha il coraggio di nominare e di affrontare, se non per frangenti minimi di passaggio, sempre fugaci, distratti, senza una loro forma, un loro senso compiuto. È sul filo di queste ambiguità che sto cercando un sentiero parallelo, anche se scosceso, come quello della frana, ma che ancora non conosco. E il fatto di non saperlo, almeno non del tutto, mi fa amare ancora di più questa piccola esperienza nell’impossibile, con tutte le risonanze e le anime incompiute che la attraversano. Un grazie sentito per il tuo tempo e la ricchezza delle tue osservazioni, sempre gradite e ispiranti.

  4. La scena iniziale è a dir poco soffocante. Un crescendo di incertezza, dubbio, paura che quasi sfocia nel terrore (il mio). Io stessa ho sentito forte il desiderio di fuggire e, insieme al protagonista, ho sentito l’aria fredda, ma finalmente respirabile, dell’androne, a contrasto con quella riscaldata dell’appartamento. Proseguendo poi nella lettura, mi sono resa conto che, ancora una volta non c’è via di uscita. Ho visualizzato una stanza di vetro, divisa da due pareti che disegnano tre ambienti. Lui si trova nel mezzo e, non capisco il perché, ma so per certo che è in grado di vedere sia ciò che avviene nell’appartamento sia ciò che sta per avvenire fuori, nella tempesta. Lo permettono alla sua mente proprio quelle pareti di vetro. L’uomo all’esterno l’ho visualizzato come uno spaventoso pupazzo di neve. Dietro la dimenticanza, davanti l’incertezza. Hai messo il tuo protagonista in una situazione davvero incredibile, costruendo una articolata struttura narrativa con la maestria che ti contraddistingue. Aspetto i prossimi episodi. Si possono avere tutti insieme? 🙂 🙂 🙂

    1. Dunque, Cristiana: parto dalla fine. La prossima settimana questa stagione arriverà al suo capolinea, dandomi modo di elaborare le mie scelte, anche in base alle risposte molto belle e stimolanti che ho ricevuto da voi, e programmare una nuova dorsale di episodi. Le due ipotesi fondamentali che ho di fronte, e dentro di me, per lo sviluppo della serie, mi tentano entrambe, per ragioni diverse. La prima è di concentrare tutto il progetto, fino alla fine, all’interno di questo luogo chiuso, fobico, con tutta la pressione dei suoi perimetri/parametri, come della sua contrazione e decontrazione in concomitanza alla furia degli elementi atmosferici che incombe dall’esterno, e che vorrei restasse stabile, a coronare una linea di demarcazione, un margine insormontabile, lo stesso che ha tracciato Elvira all’inizio del primo episodio, in cui ha sancito con pochi passi, in modo quasi indolore, con la stessa leggerezza di un colpo di pettine, la sua uscita di scena, irragionevole, immotivata quanto vogliamo, ma di certo l’unica nota di dominante tra tutti i gradi della struttura. Questa prima soluzione – di sviluppare una storia, fatta di più stagioni, all’interno di un cubo, di una palazzina di tre piani contro il bianco vorticoso e malfido dell’esterno – mi tenta molto. In alternativa, pur concentrando la storia e le sue diramazioni nello stesso luogo, vorrei valutare la possibilità di creare degli spiragli dinamici, attraverso i quali il personaggio di Ottavio tenti delle vie di fuga, o quanto meno provi a sottrarsi al magnetismo dello stesso luogo, giusto per qualche frammento di episodio. Mi piacerebbe fondere le due ipotesi, procedendo con più stagioni dove il chiuso e la pressione continuano a predominare sullo scenario del racconto, ma con delle varianti mirate, spesso inattese, che danno all’esterno una prevalenza più fisica e creaturale, e meno paesaggistica. Era solo per dirti che è tutto ancora in una fase itinerante, germinale, che mi porterà a ponderare con grande cautela le mie prossime scelte, ragionando su questi aspetti e sperimentandone diverse chiavi.
      Le tue suggestioni sull’episodio mi incoraggiano molto. Ho avvertito anche io questo filo spinato di angoscia, di sottrazione di aria, di movimenti, di spazi, dove le figure cominciano a paventare una progressiva apnea dell’anima, della fonte sorgiva dei desideri, più che dell’aria. L’arrivo dell’uomo col cappotto grigio è ancora un’enigma, che vorrei protrarre il più a lungo possibile, se ne avrò la tenacia e l’adeguata resistenza. Ancora un grazie infinito, per le tue preziose osservazioni. Ci aggiorniamo presto.

        1. Osservazione molto appropriata. In ogni caso il titolo comporterà un condizionamento importante nelle mie scelte. La classica nota di dominante nell’accordo della storia. Grazie e a presto.