Lupi nel Bosco

Lupi nel Bosco. 
Fauci spalancate. Zanne. Ombre nel vento. 

***

Un rumore sordo strappò il giovane Isahk dal sogno. Stropicciatosi gli occhi, raccolse l’ascia che aveva poggiato a terra e raggiunse un uomo nerboruto impegnato ad abbattere un albero.

«Pronto a riprende il lavoro, figliolo?».

Fendenti regolari, prima da una parte e poi dall’altra. Il vecchio albero crollò con gran fragore, sprigionando urla stridule. Lacrime dalla corteccia. Isahk nascose le orecchie nelle mani. Il pianto del Bosco era un dolore intimo percepibile nel profondo di quella cosa che alcuni chiamano anima.

Un nuovo albero cadde e un altro ancora lo seguì. Il cuore di Isahk si faceva sempre più pesante. La sua era una vita arida, vuota di carezze, assente di emozioni positive. Esistere. Esserci senza possibilità di rifugio in un passato avvolto da nebbie d’oblio, nel volto di una madre sognata, mai conosciuta. Il Bosco dà, il Bosco toglie: al di là di questa certezza, solo l’ignoto.

Il sudore. La stanchezza e la fame. Sgranocchiarono bacche e affondarono denti marci nelle carni di una volpe rossiccia. Un rutto e una scoreggia.

«Forza, figlio mio! Abbattiamo questi maledetti alberi».

Isahk ingoiò un ultimo boccone. Pulitosi le labbra nell’avambraccio, raggiunse il padre. 
Lame affilate spezzavano la linfa. Urla. Pianti. La stessa, terribile, sequenza. Fino a poco tempo prima, non avrebbero mai immaginato di abbandonare la loro casa, ma sinistri ululati avevano cominciato a ferire la notte.

«Ascolta, Isahk! Questa è la voce delle creature che vivono nell’oscurità» gli aveva detto il padre. «Ascoltala e temila!».

Poi tutto era successo in fretta. Ogni volta che calavano le tenebre, si levavano gli spettrali ululati, prima lontani poi, via via, sempre più vicini, finché: «Dobbiamo andarcene, Isahk. Dobbiamo andarcene subito!».

Eccoli dunque, padre e figlio intenti a creare una strada larga a sufficienza per il carretto con le loro poche cose: memorie di un tempo andato. Ricordi a cui non potevano, e non volevano, rinunciare.

Il lavoro procedeva. Tagliare alberi e trascinare il carretto, tagliare alberi e trascinare il carretto, tagliare…

«Manca ancora molto?» domandò Isahk mentre stavano consumando un pasto.

«Perché mi fai questa domanda, figliolo? Sei forse stanco?».

Il ragazzo scosse la testa. Il padre annuì.

«Il pianto del Bosco?» Non attese risposta. Annusò l’aria. «Terribile, davvero! Ma essere dilaniati dai lupi non è un’alternativa accettabile. Siamo d’accordo?».

Isahk riflettè: «Io non vedo lupi!».

Lo schiaffo del padre lo colse di sorpresa, facendolo cadere.

«Bene! Prega di non vederne mai».

Isahk si massaggiò la guancia dolorante. Non era mai stato picchiato prima. Faceva male, ma i pensieri lo strapparono al dolore. Prega di non vederne mai. Eppure li aveva visti molte e più volte, con gli occhi dell’immaginazione.

Giorno dopo giorno, mese dopo mese, senza mutamenti. Intrappolati in una ciclicità morbosa. A volte, il padre si inginocchiava; rivolgeva lo sguardo in un punto imprecisato e bisbigliava strane parole, una sorta di litania incomprensibile. Forse una preghiera al Bosco. Perdonaci. Noi uccidiamo i tuoi alberi, i tuoi figli, ma, cerca di comprendere, i lupi stanno arrivando!

Le ombre si allungarono spalancando le porte all’oscurità.

“Arriveranno stanotte” pensava il ragazzo rigirandosi tra la terra e gli aghi di pino. “Non devo addormentarmi. Se chiuderò gli occhi, arriveranno e mi uccideranno.”

Che ne sapeva lui della Morte? Che tipo di rapporto aveva condiviso con essa fino a oggi? Erano due estranei.

Eppure verrò, caro Isahk! Molto presto. Ti svelerò i segreti dell’universo, prima di trascinarti nell’oblio.

E la Morte avrebbe guidato una slitta nera trainata da lupi, simile a quella usata dal padre durante i rigidi inverni nevosi.

«Padre?».

Il buio. Denso. Detentore di misteri.

«Padre, dove siete?».

La creatura aveva lunghi artigli. Le fauci gocciolavano bava, bramose di pasteggiare col giovane corpo.

«Che hai da lamentarti tanto?» L’uomo lo scosse con vemenza. «Grida così ancora una volta e vedrai se non arriveranno davvero quei mostri».

Isahk spalancò le palpebre. 

***

Avanzava il carretto sulla via sgombra. Urla che straziano l’anima. Il pianto del Bosco. 
Le ruote interruppero il cigolio. Un nuovo rumore. Alieno.

«I lupi!» esclamò il ragazzo.

«Guarda avanti, figliolo. Non ti voltare».

Impugnata l’ascia, e armatosi di un coraggio che non sapeva di possedere, Isahk si voltò per affrontarli.

La creatura che si trovò davanti non era un lupo; non come se l’era sempre immaginato perlomeno. Fu come guardare in mille occhi e oltre quegli occhi, mille altri occhi. Uno e Molti. La mente di Isahk si perse in oscure caverne di tenebre senza fine, caverne che erano profondi occhi neri.

Il padre sospirò: il figlio aveva guardato la Dea e la sua mente avrebbe vagato per sempre nell’oscurità. Un altro albero cadde: la strada era pronta.

«Sei libera!» disse alla creatura che chiamava Dea. «Il Bosco non può più tenerti prigioniera».

Teneva lo sguardo fisso sul terreno, ascoltando la creatura che gli parlava con innumerevoli voci.

«Ho assolto il mio scopo. Quello per cui mi hai creato, oh mia Dea! Vai, sei libera!».

Non lo era. Non ancora. L’uomo fingeva di non capire, nonostante conoscesse la verità già da molto tempo. Ricordava la sera in cui la Dea gli si era presentata come bellissima donna e ricordava anche quel che gli aveva portato: un neonato, avvolto in candide fasce. Isahk, il dono.

La Dea parlò con voci che non erano vere voci, in una lingua che nessuno aveva mai parlato. Restava un ultimo albero da abbattere.

«Ma è tuo figlio…».

L’ascia sibilò un’ultima volta. L’albero cadde. Non serviva altro. Forse morire era una sorte migliore della perdizione. Il desiderio della Dea era legge. 
L’uomo alzò la testa e si ritrovò a guardare in profondi occhi scuri. Uno e molti. 

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Discussioni

  1. I tuoi racconti sembrano essere enigmatici, oscuri, scritti attraverso periodi brevi e intensi: hanno senza dubbio un fascino intrinseco e nascosto per quanto riguarda il genere a cui vogliono appartenere.

    1. Grazie, Gabriele. Questo racconto non è granché. Ahahah. Ti confesso che si tratta di una storia che scrissi anni fa.
      Nell’ultimo periodo sono stato un po’ assente da Open, chissà che non mi venga voglia di ritornare…

  2. Un finale davvero inatteso per questa fiaba pezzottiana.
    Mi piace la ciclicità della prima parte un inseguimento/fuga che sembra proseguire all’infinito, i Lupi sembrano Achille che insegue la tartaruga nel famoso paradosso. Ed invece Achille raggiunge la sua tartaruga, e non è proprio ciò che ci aspettavamo.

  3. Dario, non sai quanto mi sia piaciuto questo finale! Introspettivo, poetico, per certi versi dannato. Mi è piaciuto in chiusura anche il richiamo agli occhi, “Uno e molti”, passo che in parte avevi già accennato poco prima, “Fu come guardare in mille occhi e oltre quegli occhi, mille altri occhi. Uno e Molti.”. Davvero ben fatto!
    Non so perché, ma il librick – per come l’hai strutturato – mi ricorda quasi un racconto popolare/leggenda. Mi è piaciuto molto, complimenti! Non deludi mai! 🙂

    1. Amico, grazie mille! Ti confesso che temevo fosse troppo dispersivo. In effetti potrebbe anche assomigliare a una leggenda popolare. Grazie ancora, dal profondo del cuore e dall’ “alto” della mia inesperienza narrativa.😊

  4. La figura della donna. Nella sua assenza prima e nella sua imponenza dopo. Comunque una figura marcante, che in qualche modo decide, che si impone. Ho trovato questa chiave di lettura. Non so se è la tua, ma a me non dispiace affatto. Molto bella la resa della descrizione dello stato d’animo di Isahk.