“Ma va in mona”

Serie: La carezza della cometa - Parte 2


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: All'assemblea si presentano, armati, i "simpatici" americani.

Quando i tre rientrarono nella sala conferenze il dottor Tyrell si scusò ancora per l’irruzione, poi aggiunse:

«Mi farebbe piacere presenziare da semplice spettatore ma capisco di essere visto come un corpo estraneo, ed è anche giusto, quindi andrò a fare una salutare camminata nei boschi. Proseguite tranquilli: da me e i miei uomini non avrete nulla da temere. Tornerò quando il vostro incontro sarà concluso per aggiornarvi su come va il mondo. Buon lavoro!»

I delegati, sciolta un’iniziale tensione, affrontarono ad uno ad uno i vari argomenti in scaletta. Le idee collimavano e non ci furono molti angoli da smussare. Piacque tanto il programma di scuola condivisa ideato da Luisa ed Antonella e presentato, con la giusta enfasi, da Stefano. Il pensiero di crescita culturale collettiva era così coinvolgente che Doc fu sommerso di domande e si rammaricò per l’assenza delle artefici del progetto. Un punto che palesò iniziali differenze di opinioni fu quello che riguardava la difesa: alcuni erano scettici sulla prudente necessità di dotarsi di armi. Branko, pur dichiarandosi un convinto pacifista, ammise che era da sciocchi pensare a un disarmo totale: la brutta storia con i “cavalieri”, dimostrava che il desiderio di potere e dominio era ancora ben presente e che fare tanti sforzi per poi dover cedere alla forza bruta era stupido. Affermò che c’era più violenza nel subire passivamente che nel praticare il diritto alla difesa ed anche i più ostinati si arresero all’evidenza. Si accordarono in maniera unanime affinché ogni comunità approntasse un gruppo armato pronto a intervenire per se stessa ma anche, quando necessario, a supporto degli amici. Affrontarono poi il problema delle comunicazioni e, preso atto che il parlare via radio era aperto a chiunque volesse ascoltare, cercarono una soluzione e la trovarono grazie a un fisico del CERN che suggerì di utilizzare un programma di criptatura della voce. Spiegò che era un sistema adottato già nella Seconda guerra mondiale e che ora, con l’ausilio dei computer, offriva una protezione assoluta, unendola a una grande semplicità d’uso. La discussione passò poi a problematiche quotidiane: si parlò di energia, di idraulica, di agricoltura e allevamento, dei pericolosi branchi di cani e di molte altre difficoltà in cui si incappava ogni giorno. L’assemblea si concluse quando il sole posava i suoi ultimi raggi sulle alte vette che circondavano la conca di Andermatt. I delegati si trasferirono al bar per rilassarsi bevendo qualcosa assieme: il chiacchiericcio diffuso nel locale ricordava tempi in cui bere un bicchiere in compagnia degli amici era normalità giornaliera.

Werner si era sistemato in un tavolino un po’ appartato e, per evitare che qualcuno si sedesse accanto a lui, fingeva di scrivere appunti con aria pensosa: voleva parlare da solo con Stefano e non appena incrociò il suo sguardo lo invitò, con un cenno della mano, a raggiungerlo. Doc accettò volentieri: doveva capire il senso di quanto detto e non detto dal collega nel colloquio con il biologo americano:

«Mi spieghi, per favore, il senso di quanto hai detto a Tyrell? Mi hai fatto sentire un idiota!» esordì secco Stefano.

«Non è cosa saggia suggerire risposte quando si fa una domanda!» rispose divertito l’austriaco.

Poi riprese:

«Non mi sono simpatici gli americani, da sempre, e non mi fido di loro, soprattutto quando vogliono farti credere che agiscano per il tuo bene. Come fai a fidarti di un civile che da ordini a gente in divisa? Ovvio sia della CIA! Speravo non avessimo più niente a che fare con loro e invece eccoli qua gli sceriffi! Non ho nessuna intenzione di fornire informazioni che poi potrebbero essere usate contro di noi e tu dovresti fare lo stesso!» Era molto serio.

«Quindi è chiaro che consideri me un idiota!» Sbottò Doc.

«No Stefano, sinceramente e assolutamente no. Hai dato conferme a cose che probabilmente già sapevano, anzi credo ne sappiano ben più di noi, ma concedergli il sangue! Quello no!»

Stefano rimase pensieroso qualche istante poi guardò negli occhi il collega e parlò pacatamente:

«Come te anch’io non ho mai sopportato le ingerenze americane, in ogni campo. Ma c’è qualcosa in Tyrell che mi suscita simpatia e anche fiducia: è un uomo devastato da quanto accaduto e, al contrario di noi, non riesce a vedere un futuro. Sono convinto sia sinceramente interessato a questo nostro tentativo di mantenere la civiltà e che, intimamente, tifi per noi. Sarò un po’ presuntuoso, perdonami, ma ti dico che raramente sbaglio sulle persone. Anche le opinioni che ho su di te vengono dal mio intuito.»

«Mi auguro siano buone opinioni allora!» disse Werner alzando il bicchiere e invitando il collega a un brindisi «Spero che il tuo intuito abbia ragione su tutto ma per ora io ci andrò, come dite in italiano? Ah, certo! Con i piedi di piombo. Ma dove li pescate certi modi di dire!?»

Risero entrambi rendendo ovvia l’affinità che avvertivano l’uno nell’altro. Stefano era meravigliato di come Werner parlasse bene l’italiano e trovò che era il momento giusto per chiedere:

«Com’è che conosci così bene la mia lingua tanto da usare modi di dire che di sicuro non si trovano su una grammatica?»

«Lo studio fin da bambino!» Rise. «Scherzo! Semplicemente mia madre era di Malcesine, hai presente il lago di Garda?»

«Certo! Ci abitavo a venti chilometri, a trentacinque da Malcesine. Ci andavo a ballare quando ero giovane, era pieno di bellissime bionde teutoniche!»

«Mio padre mi ha raccontato qualcosa di quei latin lover che, come avvoltoi, giravano in tondo attorno alle prede. Lui, per tenere alto l’onore tedesco, pensò di corteggiare una bella ragazza del posto e non se ne liberò più. Sono rimasti assieme tutta la vita e hanno avuto la fortuna di morire di vecchiaia assistiti dai figli. Comunque io passavo i mesi estivi sul lago e spesso anche le vacanze invernali. Ho più amici a Brenzone, dove i nonni avevano un albergo, che a Kitzbuhel dove vivevamo. Conosco anche tutte le fantasiose imprecazioni venete e se mi facessi arrabbiare non esiterei a dirti “ma va in mona!»

Tutti nella sala si girarono a guardare due pazzi che ridevano sguaiatamente.  

Serie: La carezza della cometa - Parte 2


Avete messo Mi Piace6 apprezzamentiPubblicato in Sci-Fi

Discussioni

  1. Non so, mi suona tra il riso liberatorio e una infausta premonizione, quel “va in mona” finale (e anche io da pc non rovo le faccine che ridono, ma tu considerale postate!)
    ora vado a leggermi il seguito…

  2. Te lo giuro, Giuseppe, sono sul pc e non so come si fa l’emoticon che ride, quella con due lacrime. Altrimenti te ne avrei mandate centomila. Ma come fanno quei pazzi a ridersela tanto nella situazione in cui li hai cacciati?

  3. Bravo Giuseppe come sempre, che te lo dico a fare? Anzi no, te lo dico proprio: bravo! Bella anche questa dicotomia fra il medico guardingo e quello che vuole nutrire fiducia.

  4. Me par de sentir un triestin, “ma va in mona” no xe solo veneto, qua se disi “in mona de tu mare” che xe la frase completa. Bravo Giuseppe, stai attento che la CIA ti spia, anche nel futuro più distopico che ci sia.

  5. Gente interessante, gli austriaci. Ne conosco alcuni, diversissimi fra loro. Uno che porta i calzini rossi sotto i sandali alla francescana, e beve grandi boccali di birra freddissima ricoprendosi i baffi di schiuma bianca, l’altro che si atteggia a intenditore di vino, è sempre elegante (di un’eleganza non propriamente italiana) e sfoggia modi da aristocratico. Werner mi sembra più del prima tipo.
    La storia scorre benissimo, Giuseppe. Un piacere da leggere e da vivere. Grazie, sinceramente.

  6. Eh, il buon Werner potrebbe averci visto giusto. Arriverà qualche notizia in più su questo sistema di comunicazione proposto dal fisico?