Madge del Cappio

Serie: La madre del drago


                        (1444)

A Bledsoe Castle, tutti conoscevano la triste storia di quel cavaliere, partito per servire il suo re in guerra, che fallì la grande battaglia e non seppe darsi pace.

Agli uomini si insegna a vincere, se possibile ad annegare l’avversario nel suo stesso sangue. Ma a John Beaufort era tremata la mano, mentre teneva la spada alta sopra la testa di quel poveraccio.

Aveva commesso l’errore di guardarlo negli occhi. Aveva visto un povero cristo come lui e tanto era bastato: non l’aveva potuto uccidere più.

Bizzarro davvero, ne aveva uccisi tanti fino a quel momento!

Ma quello era un vero farabutto. Una volta portata a casa la pelle, invece di sentirsi benedetto, ne aveva parlato ridendo con gli amici, tra un boccale e l’abbraccio di qualche ragazzotta.

John Beaufort aveva commesso l’errore più vecchio del mondo: quello di riconoscersi nel volto di un estraneo.

Tanto era bastato per farne, se non un traditore, almeno un idiota. Uno che, comunque, era meglio non portarsi in battaglia.

Non aveva ancora quarant’anni, ma la sua vita era finita.

Tuttavia impiegò ancora qualche mese a guardarsi in giro, cercando il luogo e il tempo più adatti. Non voleva essere salvato, naturalmente; ma meno ancora voleva essere disturbato.

È una faccenda ardua, togliersi la vita. Un uomo non può ricominciare come se niente fosse, dopo essere stato interrotto per la zuppa.

Fece le cose con calma. Si portava sempre dietro la bambina, Margareth, che non aveva ancora un anno. Non c’era nulla di male se la teneva tanto con sé, dal momento che presto l’avrebbe lasciata per sempre.

D’altra parte, cosa poteva importargli, ormai, se gli uomini del castello, persino i servi, se lo indicavano l’un l’altro, ridendo apertamente?

John dedicava loro appena un’occhiata distratta, talvolta persino sorrideva di rimando. Aveva ben altro a cui pensare.

Passeggiava su e giù lungo i bastioni, canticchiando a mezza bocca. La piccola, legata dentro uno scialle sul suo largo petto di guerriero, mostrava di gradirlo molto.

Passo dopo passo – parlava di sole, la sua canzone, e di alberi verdi, e del cielo. Quando perdeva la rima (che poeta di certo non era mai stato) si fermava per riflettere, guardando, di là delle mura, le nuvole rosse che rincorrevano il sole.

Gli capitava, stando fermo così, con il cuore della figlia che picchiava nel suo, di chiedersi cosa fosse quella sensazione così acuta, come una spina infilata in un orecchio, a rovistargli fin dentro il cervello. La sensazione che di tutt’altro dovrebbero occuparsi gli esseri umani.

Che tutt’altro dovrebbero osare, sperare, credere.

Non era forse felice, lui, adesso, senza più un onore che andasse difeso? Felice solo di respirare vicino al cielo, con la sua creatura accanto?

Ma no, che sciocchezze.

Via, via – prima di ripensarci.

Prima che il leggerissimo peso di lei contro il suo petto gli facesse concepire il folle piano di vivere – anche solo per conoscere la donna che sarebbe diventata.

                             *

Così, negli anni che seguirono, ci furono molte cose da raccontare a quella bimba che attraversava saltellando le corti e si arrampicava sui bastioni per controllare le nuvole.

Margareth era minuta, amante delle storie, ma non delle chiacchiere a vuoto. Su cosa basasse una tale sottile distinzione, solo lei pareva saperlo.

Malinconica, la definivano. Passeggiava sui bastioni, guardava l’orizzonte. Era come se aspettasse qualcuno, che, fuggito lontano, avesse tuttavia promesso di tornare da lei.

A chi aveva conosciuto suo padre, il defunto e triste John Beaufort, venivano i brividi nel ravvisare la somiglianza; anche se, nell’aspetto, la bambina ricordava piuttosto la madre.

Assolutamente un bene, questo. Nessuno aveva mai visto la lady di Bledsoe smarrirsi in fantasticherie fuori luogo, né tantomeno perdere tempo in lacrime.

Si era risposata quasi subito, collezionando un certo numero di figli e figlie dal secondo matrimonio, quasi temesse che Margareth potesse soffrire di solitudine.

L’aveva travolta fin dalla primissima infanzia con tutti quegli Oliver, James, Edward – persino altre Margareth!

La piccola era diventata dapprima Madge, per distinguerla dalla sorellina a cui era stato messo nome Margareth; e poi, dopo che aveva scovato chissà dove quell’affare: Madge del Cappio.

Chissà quale anima geniale aveva avuto l’idea di raccontarle l’uso che ne aveva fatto suo padre.

Ma neppure allora aveva smesso di comportarsi con l’usuale sorridente distacco; tanto che, alla lunga, per tutti quanti, famiglia e non, aveva smesso di parere sconvolgente – quella bimba di pochi anni che ostentava attorno al collo esile un cappio con la corda mozzata, quasi fosse un gioiello prezioso.

Sir Reginald de la Pole, incaricato da Sua Graziosa Maestà della cura legale dei suoi beni, ne rimase invece assolutamente sconvolto, la prima volta che, facendo tappa a Bledsoe, ebbe modo di incontrarla.

Madge del Cappio venne richiamata dal cortile, dove, ferocemente intenta a superare il fratellastro Oliver nella corsa, aveva già conseguito il risultato di scorticarsi un ginocchio, e sbriciolare quel breve tentativo di eleganza che la madre le aveva imposto al mattino, in vista di tale importante visita ufficiale.

“Venite qui, bambina, fatevi guardare.”

Il grande e forte sir Reginald aveva trascorso quasi tutta la sua vita in guerra, a spaccar teste e mozzare braccia; e tuttavia non mancava di una segreta tenerezza, che immediatamente sentì svegliarsi in fondo al suo petto (lui disse sempre nella pancia, quasi fosse cosa di cui vergognarsi).

Lo turbò profondamente quella monella sgualcita dai suoi giochi. Mentre lui la esaminava, inquieto, in cerca di indizi di maltrattamenti di qualche genere – ai quali sarebbe, semmai, toccato a lui di porre immediato rimedio – lei aveva l’attenzione evidentemente rivolta altrove.

In realtà, Madge del Cappio non si perdeva un gesto; ma era abile nel farlo credere. Aveva già notato che gli adulti amano torturare, con le loro nefande attenzioni, soprattutto quei bambini che rispondono prontamente agli stimoli.

Sembrare sempre un poco svagata era la sua maniera di mettersi in salvo.

Mentre guardava fisso oltre sir Reginald, dunque, passava a più riprese le dita lungo la trama del cappio, avanti e indietro, su e giù – come aveva visto le donne fare, ai grani del rosario.

Fu forse l’ossessività di quel gesto a richiamare di colpo l’attenzione di sir Reginald, dalla nebbia dell’incarico che l’aveva distratto.

“Per l’amor di Dio!” gridò, strabuzzando gli occhi.

La corte tutta sobbalzò, alla potenza di tanto sconcerto sincero.

“Mio signore?”

La sorpresa della lady parlava per tutti.

Era forse impazzito?

E cosa stava indicando, con quel suo grosso dito tremante?

Finalmente sir Reginald ritrovò la parola.

“Misericordia divina! Ma che cos’ha attorno al collo!”

Con un sospiro di sollievo, come un vento leggero che attraversasse la corte, tutti tornarono alle loro attività.

Non era che questo, dunque.

Sir Reginald aveva visto il cappio.

A quel punto, nessuno si prese la briga di dargli spiegazioni. Soltanto Madge del Cappio, forse per la prima volta costretta, da una curiosità estranea, a spiegare qualcosa di sé, rispose:

“Questo è mio padre, sir.”

Non sembrò essere dispiaciuta, a Madge del Cappio, la sconcertante novità di essere vista e interrogata a quel modo.

Si sarebbe potuto credere che la cosa potesse infastidire una natura tanto schiva. Ma no, invece.

Sir Reginald prese l’abitudine di farle visita più spesso, compatibilmente con la ridda dei suoi impegni mondani – che certo pochi non erano, come si conviene ad un beniamino del Re.

Per Madge del Cappio, quelle erano occasioni di festa. Si lavava e si pettinava con particolare cura, e stava attenta, una volta pronta, a non infangarsi o strapparsi nulla. Una cosa inedita, per lei.

Con sir Reginald non scambiava mai più di qualche parola.

Lui esordiva sempre nello stesso modo brusco.

“Ebbene, bambina: come state?”

Lei gli sorrideva, e solo allora lui ricambiava il sorriso. Ma c’era in questo una tale tenerezza, cui nessuno dei due era abituato, da lasciarli sconcertati per giorni, dopo la separazione.

“E dove avete lasciato il vostro signor padre?”

Non fu mai un sottile educatore, sir Reginald. E tuttavia da quella richiesta traspariva una rude, affettuosa premura, che era quanto di più prossimo alla preoccupazione potesse concepire ed esprimere.

E Madge tornava a mostrargli il cappio.

Sorridendo, come a dirgli di non temere, che lei se ne stava prendendo cura.

Il grosso cavaliere sentiva allora salire dalla pancia una specie di dolore.

Mio Dio, cosa stiamo facendo a questi bambini?

Ma subito scacciava il pensiero, perché era alto tradimento mettere in discussione la legge e le guerre del Re.

Quando Madge aveva quasi otto anni, un bel giorno ripose il cappio sul fondo del suo baule.

Alla visita successiva, sir Reginald non mancò di chiedere. La bambina lo guardò con grande serietà, come se stesse valutando l’opportunità di confidarsi con lui.

Rispose infine che non ne aveva più bisogno.

Allungò quindi la piccola mano, ponendola fiduciosamente in quella, assolutamente fuori misura, del suo gigantesco protettore.

(Per Paolo. Un protettore, se non gigantesco, comunque molto alto.

E per Letizia.)

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Discussioni

  1. Straziante la figurina della bambina con il cappio intorno al collo… e sir Richard è una figura che piace usare anche a me: un guardiano, un protettore… non per forza mellifluo ma sicuramente, nel suo che affettuoso e premuroso.
    Ho apprezzato molto questo racconto!

    1. e il fatto che tu l’abbia notato,come tuo solito,mi delizia☺️
      gli effetti speciali linguistici un po’di fatica la costano, ed è sempre una soddisfazione sapere che vengono apprezzati😘

  2. Avevamo lasciato la donna alla finestra nel primo episodio e qui troviamo due uomini, diversi fra loro, ma molto simili e una bambina che dentro, forse, bambina non è. Questa tua storia ha fondamenta in un’altra, che è quella di un Paese e racconta di coloro che veramente su quelle terre hanno camminato. Credo però che la bellezza della serie stia nella tua grande capacità di entrare dentro a quei personaggi e renderli ‘persone’. Questo già lo fai, molte volte, nei tuoi racconti. Qui, però, mi pare che tu dimostri una cura particolare, a tratti che commuove. Credo che la dedica finale dica molto di più di quanto scritto. Bravissima.

  3. Non leggo spesso opere a sfondo storico, sono più tipo da “futuribile”. Ma ci sono storie che non hanno tempo, e scrittrici e scrittori che scrivono bene e basta, e allora che importa se il genere non è quello che preferisco? Complimenti, questo episodio è tanto, tanto bello.

  4. “Allungò quindi la piccola mano, ponendola fiduciosamente in quella, assolutamente fuori misura, del suo gigantesco protettore.”
    Bellissima conclusione, piena di significato e commovente, soprattutto per un vecchio come me.😂