Mai fermarsi

Serie: Tre anni in Nigeria


Dall’oblò dell’aereo riesco a vedere tantissime luci emergere dal buio più assoluto. Mi sa che stiamo arrivando. Un brivido di eccitazione pervade il mio corpo assopito e stanco da oltre dodici ore di viaggio. La maggior parte del tempo l’ho passata a dormire, anzi, a fingere di dormire. Non avevo voglia di parlare con mia madre. È strano, da una parte sono emozionatissimo per questa nuova vita e fino a due giorni fa non vedevo l’ora di partire, ma ora sono spaventatissimo, vorrei che l’aereo tornasse indietro. Cerco di controllare il mio respiro che si fa affannato e sento nuovamente gli occhi bruciare perché trattengo le lacrime, non voglio piangere, non ora quantomeno, con mia madre vicino. In fondo sono stato io a volere questa cosa, ho voluto la bicicletta? E ora pedalo. Non voglio darle la soddisfazione di vedermi piangere. Certo però…tre anni qui, lontano dalle mie sorelle, è veramente strano. Undici anni con quelle due sempre con me, e ora mi sento maledettamente solo. Ma come fanno i figli unici? Lo ammetto, certe volte ho desiderato essere figlio unico anche io, ma la verità è che è un vero schifo esserlo, anche solo per dodici ore.

Chiudo gli occhi e mi sforzo di non piangere e la voce del comandante mi aiuta a pensare ad altro. Stiamo arrivando all’aeroporto internazionale di Abuja e l’aereo inizia la fase di atterraggio. Di nuovo sento l’ansia montare su, il momento è ormai arrivato.

Le hostess con la divisa blu passano a controllare che tutti i passeggeri abbiano la cintura allacciata.

Le odio.

Fingo di dormire, non sia mai vogliano rifilarmi ancora quello schifo di cibo che propongono mentre loro, di nascosto, si sbafano un hamburger.

«Tranquillo, niente più panino al pesto» mi sussurra mamma notando che mi sono raggomitolato sulla sua spalla.

Apro un occhio ma non mi fido ancora.

«Quello era tutto tranne che pesto, come si fa a dire che è un panino italiano poi? Quando mai mangiamo un panino al pesto?»

Mamma sorride e mi accarezza la testa. Deve essere stato difficile lasciare le mie sorelle in Italia, ma per entrambe era impossibile venire qui. Chiara frequenta l’ultimo anno di liceo classico mentre Cristina è al terzo anno di università. Non avrebbero potuto continuare i loro studi se fossero venute qui, mentre io, che devo iniziare le medie, potevo tranquillamente spostarmi e seguire papà nel suo nuovo incarico di addetto militare. Le alternative erano restare tutti in Italia tranne papà, o venire io e mamma e vedere le ragazze durante le vacanze.

A undici anni, ho scelto di cambiare città, Paese, continente. C’è una ragione se queste decisioni vanno prese da un maggiorenne, maledizione! Le mie sorelle hanno detto che ero un po’ come Harry Potter, stessa età e un mondo nuovo, e per il mio compleanno, poco prima di partire, mi hanno fatto la stessa identica letterina di Hogwarts, ma anziché in Scozia devo andare alla sede staccata in Nigeria. Harry però ha la bacchetta magica, io non ho la più pallida idea di cosa mi aspetta. Ecco, di nuovo le lacrime che salgono. Ma quanto ci mette questo aereo ad atterrare? Dal finestrino non vedo praticamente niente ma sento la discesa, sono praticamente attaccato al sedile e…atterrati.

Io e mamma sospiriamo all’unisono. Mi sorride, prova a rassicurarmi, ma avrebbe bisogno di essere rassicurata lei stessa. Le prendo la mano e forse questo basta.

Aspettiamo ancora qualche minuto e finalmente siamo fuori.

Il primo respiro africano che prendo mi fa capire di essere definitamente lontano dall’Italia. La notte è buia, ma non tanto. Il cielo è blu, come soffocato dall’umido, e non vedo manco una stella. L’aria ha un odore diversissimo, come di sabbia bagnata e legno umido più qualcosa di estremamente pungente, come quando vai dal dentista. Quell’odore ci accompagna anche dentro, mentre aspettiamo le valigie.

Mentre ci dirigiamo all’uscita una guardia grassa e con la pelle lucida ci ferma. Io mi blocco immediatamente, ma mamma alza un dito, tira fuori i passaporti diplomatici e non lascia manco il tempo di ribattere alla guardia che mi spinge via.

«Non ti devi mai fermare, mai, hai capito? Loro non possono controllarci» mi sgrida mamma. Ha la voce agitata e affretta il passo. Io sbircio dietro, la guardia ha fermato altri passeggeri europei e gli sta aprendo le valigie.

Usciamo dalle porte automatiche e lì, ad attenderci, c’è papà. Da sotto i baffi spunta un sorriso enorme e corre subito a salutarci.

«Dobbiamo andare veloci, appena fuori non dovete fermarvi» dice mentre ci abbraccia rapidamente.

«Alex, stai in mezzo a me e tua madre, seguimi, non mollare mai la presa, la macchina è la Jeep grigia, proprio davanti all’uscita. Se dovesse servire è venuto uno dei carabinieri dell’ambasciata, lo conoscerete più avanti, non c’è tempo per le presentazioni, capito? Bene.»

Bene cosa? No ehi, fermo, ma cosa sta succedendo? Dove cavolo siamo finiti?

Papà mi prende la mano e usciamo.

Uno sciame di persone ci circonda, chi si offre di prendere le valigie, chi vuole vendere qualcosa, chi semplicemente allunga la mano in attesa di ricevere qualcosa. Corriamo veloci tra la folla verso la macchina quando le persone vengono disperse da un fischio. Provo a voltarmi ma mamma mi spinge avanti. Papà apre la macchina e velocissimamente carica le valigie e saliamo in macchina, prima che possano nuovamente circondarci. Accende il motore, ingrana la prima marcia, e parte, sfiorando le persone che tornavano alla carica. Sopra al marciapiede, un poliziotto col la divisa militare e un fucile in mano pigramente fischia nuovamente col fischietto.

«Bene, è andato tutto bene, adesso posso salutarvi» esordisce papà girandosi mentre sfreccia fuori dall’aeroporto. Papà non ha nemmeno accennato a rallentare al posto di blocco in uscita, la macchina ha la targa diplomatica, non possono fermarci.

«Con o senza targa diplomatica, non fa differenza, non vi dovete mai fermare, capito? Se vi fermate può succedere di tutto.»

La strada è deserta ma ai lati, nel fitto della vegetazione, intravedo delle luci.

«C’è una baraccopoli qui attorno, è molto pericoloso, mai fermarsi.»

Mai fermarsi, okay, ho recepito il messaggio.

Serie: Tre anni in Nigeria


Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Young Adult

Discussioni

  1. Ciao Carlo, inizio ora la tua nuova serie. Mi ha riportato indietro di trent’anni, rituffata in un aereo che percorreva una rotta transoceanica per andare in Sud America. Stesso caldo, stessa trafila doganale, stessa folla che ti circonda in un attimo mentre sei rimbambita per il jet lag e la mancanza di sonno, stesso correre verso il taxi e percorrere una strada infinita. Sono arrivata a Caracas con il buio, affacciandomi al finestrino ho visto un mare di piccole luci che allietavano le colline ed ho pensato fosse un paesaggio magnifico e fiabesco. Ancora non sapevo. Al mattino il sole ha rivelato enormi distese di piccole case quadrate, costruite una sull’altra, fatte di poco più di cartone e cemento. Mai andarci, questo è quello che ci è stato detto subito e correre sempre. Anche in città: il semaforo rosso, dopo il tramonto, è un “dare la precedenza”. Quando sono tornata in Italia, dopo due anni, mi sembrava strano uscire per andare a mangiare una pizza.

    1. Ciao Micol, sono felice di farti rivivere vecchie esperienze, da come hai descritto il tuo arrivo a Caracas, non posso non desiderare di saperne di più, magari in un futuro racconto 😉 ma so anche quanto non sia facile parlare di certe esperienze. Io stesso per vent’anni ho evitato non solo di scrivere ma anche di parlarne perchè è veramente difficile raccontare certe realtà completamente diverse da quello che si vede in film o libri (che pure esistono eh). Questa serie l’ho scritta di getto in un paio di giorni durante il ponte dei morti, ero al mare (strano eh!) che è il mio luogo creativo per eccellenza e ho trovato un compromesso tra esperienza vissuta e storia di fantasia.

    2. Capisco benissimo il meccanismo, è quello che mi ha fatto scrivere “La bambina invisibile”. In quei due anni ho vissuto a Cartagena de Indias (Colombia) e Caracas (Venezuela): mondi diversissimi secondo lo scopo di permanenza. Viverci è completamente diverso rispetto ad andarci in villeggiatura o per fare shopping.

    3. Devo assolutamente recuperarlo allora, sono molto curioso. E sì, c’è DECISAMENTE una differenza tra vissuto e turismo, ma in ogni città, pure da noi, penso a Venezia, una delle città più belle che abbia mai avuto il privilegio di visitare…da turista. A viverci onestamente non credo sarei in grado, o la Sardegna, è bellissima e io mi ci trovo bene essendo nato qui e abituato all’isolanità, ma altri abituati a prendere il treno o la macchina e “prendere e andare” per esempio si troverebbero in prigione o faticherebbero ad abituarsi a dover pensare e cercare i biglietti con largo anticipo. Per ogni cosa ci sono pro e contro, l’importante è essere consci di entrambi penso.

  2. Bravo Carlo, un inizio davvero promettente, attendo con piacere le prossime puntate. Per come l’ho vista io, Abuja è una città dai mille colori e profumi, nella quale camminare con attenzione ma che può anche riservare sorprese piacevolissime. Spero che il ragazzino protagonista avrà anche la possibilità di scoprire i lati di questa città che me l’hanno resa simpatica.

    1. Caio Nyam! Grazie, spero di non deluderti. Che bello anche tu sei passata per Abuja? La mia esperienza riguarda quasi 20 anni fa ormai, so che parecchio è cambiato e c’è stato un forte sviluppo, quantomeno nella Capitale. Ho dei bei ricordi anche io, che sicuramente inserirò nella storia, assieme a quelli negativi, spero di farti tornare un po’ là, in una città e in un Paese dalle molte tonalità e da molte sfumature dello stesso colore. Ancora grazie!

  3. Wow!! Sono sbalordita dalla tua capacita` di spaziare, come generi di scrittura e come luoghi geografici di ambientazione dei tuoi racconti. La curiosita` che hai suscitato con questo primo episodio della nuova serie e` tanta. Mi domando quanto sia frutto di fantasia, quanto ci sia di vero, nella storia, oltre le sorelle. E quanto sia frutto anche di conoscenze indirette, scolastiche, parentali o amicali che abbia stimolato il tuo talento creativo. Sarebbe legittimo che tu pensassi o mi dicessi: “Troppe cose vuoi sapere”. Naturalmente, non sei tenuto a rispondere a tutto.
    Aspettero` il prossimo episodio come sempre e come l’ acqua rinfrescante della pioggia, che pare, arrivera`, finalmente, tra pochi giorni, anche qui da noi.

    1. Grazie Maria Luisa, spero di mantenere la curiosità fino alla fine! Questa serie si preannuncia lunga, mi sa che prenderò tutto lo spazio disponibile! Quanto alle domande, non preoccuparti, è più che legittimo, me le faccio anche io in molti racconti! La risposta è 50 vero e 50 fantasia penso, hai presente quando nella vita ti si presenta un bivio e prendi una strada? Ecco questa serie è l’immaginazione che mi sono fatto nel corso degli anni del “e se avessi preso l’altra strada?” La realtà è che quell’aereo l’ho preso solo durante le vacanze, come le sorelle nella serie, ma, se la storia è immaginaria, molti episodi sono frutto della mia esperienza diretta. Spero di non deludere, c’è voluto tanto perchè mi decidessi a scrivere di questa parte della mia vita. Un abbraccio!