Malia.

Serie: La leggenda del Demone Rosso.


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Gli incanti possono permeare un qualunque oggetto, ma il sortilegio tende a consumare il materiale che lo contiene e, a seconda del tempo e della sostanza che lo custodisce, perde di efficacia e di precisione.

Il cacciatore stava valutando con attenzione ogni singola parola.
– Unire più incanti è uno stratagemma che non tutti riescono ad utilizzare. Però Fuuto ha avvertito anche il dolore e il peso della bestia e questo non è possibile con delle illusioni… – Lo sguardo di Hizen era attento a cogliere ogni minima incertezza.

– Beccata! I semplici miraggi sono solo immagini in movimento, ma basta aggiungere anche la suggestione della realtà… la mente viene raggirata e reagisce come quando si sogna. Mesmerizzare Fuuto è stato facile. Tutt’altro discorso con lei, Hizen: la sua mente è più allenata e meno fragile. – Dalhia sapeva che quelle parole non erano sue, quella sorta di conoscenza non le apparteneva, ma era grata a Sarija di poter apparire tanto istruita sulle illusioni visive. Guardò il mastro del fuoco con un sorriso complice.

– Che ne dite di preparare il terreno per la nottata? – Chiese Sarija battendo due volte le mani per attirare l’attenzione su di se.

– Direi che sarebbe opportuno. Prima che faccia troppo buio. – Kinu stava prendendo la sacca di Dalhia e la propria borsa da viaggio posate ai piedi degli alberi da dove erano venuti fuori la prima volta.

– Erano anni che non mi divertivo così, grazie sibilla Dalhia. – Hizen fece un inchino con la mano chiusa a pugno sul petto, aveva un sorriso divertito dipinto su quel volto di pietra, mentre Fuuto appariva infastidito dalla pessima figura.

I soldati e i due segugi avevano iniziato a ripulire la zona dai sassi e dai rami spezzati sparsi sul terreno, la cultrice del fuoco inceneriva istantaneamente piante e cespugli.
Stavano creando una confortevole area circolare dove poter accendere un fuoco e preparare la cena, magari utilizzando una delle molteplici prede vittime dei cacciatori del sangue.

Kinu, d’un tratto, lasciò cadere la sua enorme catasta di rami che stava portando al punto di raccolta al limite della zona circolare. Aveva la testa piegata in ascolto e una respirazione profonda a percepire odori estranei.

– Abbiamo compagnia! Una compagnia magica. – Sentenziò rivolgendosi agli altri.

I soldati mollarono tutto e accorsero affiancandosi a Kinu.
– Dove? Chi sta arrivando? – Grijo aveva la mano sull’elsa della sua daga, Ravi l’aveva già sguainata tanto per essere sicuro.

– Sta avanzando verso di noi, è all’incirca a tre funi di distanza. Da quella parte. – Kinu stava indicando un gruppo di alberi dove la foresta iniziava ad essere intricata. Aveva assunto una posa da combattimento, ma avrebbe cambiato forma solo in caso di reale pericolo.

Intanto, sia Dalhia che Sarija si erano posizionate alle spalle dei tre uomini, mentre i due cacciatori si stavano separando per nascondersi tra gli alberi, armati di arco e frecce velenose, pronti a colpire ai fianchi il possibile nemico.

Era pomeriggio inoltrato e la luce cominciava a diminuire, una sgargiante rupicola passò da un albero all’altro proprio davanti al gruppo pronto alla battaglia, emise un paio di versi poco aggraziati e svanì tra le fronde. Si udiva solo il rumore delle foglie scosse da una leggera brezza intermittente.
Con uno stregone come avversario, il pericolo cambiava a seconda della fantasia di chi castava il sortilegio.

– Scusatemi! – Una voce chiara e gentile proveniente da un punto indefinito dietro agli alberi indicati da Kinu, sorprese tutti.

– Non volevo allarmarvi. Ho seguito la scia magica lasciata dal metallo divino che porta qualcuno di voi. E mi chiedevo se voleste dare ospitalità ad un viandante affaticato. – La voce aveva un tono davvero convincente, la maggior parte dei combattenti avevano già abbassato la guardia: i soldati rinfoderavano le daghe ed erano pronti ad accogliere il nuovo arrivato, Dalhia aveva un sorriso gioioso e stava avanzando risoluta ad abbracciare questo nuovo amico tanto gentile e bisognoso di ristoro. Sarija afferrò il braccio della ragazzina.

– Fermati Dalhia, sei sotto l’influenza di una malia. Riprenditi. – Il tocco di Sarija aveva interrotto quella bella sensazione di un vecchio amico in visita dopo tanto tempo. La secerdotessa della terra scosse la testa confusa.

Kinu non aveva abbassato la guardia, ma un suono basso e vibrato sembrava provenire dalla sua gola, un suono piacevole: faceva le fusa.

– Interrompi l’incanto chiunque tu sia! – Sarija aveva un tono tassativo.

– Non mi costringere a trasformare in cenere l’intera foresta! – Per dimostrare che non era un bluff, Sarija alzò la temperatura dell’area circostante alla zona di provenienza della voce. Era come se avessero acceso un enorme falò sottoterra. Alcune foglie secche iniziarono a emettere un filo di fumo, il calore era visibile come una leggera vibrazione dell’aria a livello del suolo.

– Va bene, va bene! Eccomi. Non mi fate esplodere, ci tengo alla vita! Davvero sono solo uno spettatore che vuole assistere ai giochi. – Dagli alberi che stavano fissando tutti, una figura in paramento bianco e blu venne fuori sorridendo e tenendo le braccia aperte a dimostrare la sua sincera affidabilità.

– Un oracolo? È un oracolo! – Grijo aveva un’espressione stupita e allo stesso tempo intimorita.

– Un predicante nella foresta dei Rimpianti? Da solo oltretutto. – Dalhia non aveva mai visto un oracolo in carne ed ossa, ma aveva ascoltato le storie raccontate attorno al fuoco. Storie su come un divinatore fosse capace di parlare direttamente con gli dei, di come fossero giusti e integerrimi sia nello spirito che nelle azioni di ogni giorno e della loro magia dispensata dalla volontà divina.

– Perché un oracolo, una figura tanto importante, seconda solo ai ministri di culto del nostro monarca e sicuramente superiore in grado ai celebranti dei vari templi sparsi per tutta Hulùg, passeggia, senza scorta, tra gli alberi della foresta dei Rimpianti? – Hizen spuntò da dietro un grosso tronco di castagno, puntava una sua freccia dalla punta imbevuta del veleno di una raganella dorata in grado di uccidere all’istante un uomo di corporatura media.
Fuuto salto giù da una quercia dal lato opposto, anch’egli puntava la sua freccia mortale alla testa del nuovo importante arrivato.

– Non amo che mi si puntino le armi contro, mio irascibile amico della foresta e inseguitore delle Furie nere. – Il predicante aveva sostituito il sorriso e l’aria amichevole a una più inquietante espressione seria e poco condiscendente.

– Non ho modo nè voglia di mentire. Sono qui solo per il festival, sono da solo perché preferisco non far sapere a nessuno dove mi trovo e perché non ho intenzione di mettere in pericolo le giovani guardie del mio seguito… Posso difendermi da solo, credo di averne le capacità. – L’oracolo staccò dal paramento un piccolo bottone metallico argenteo, con un gesto elegante lo portò avanti a sé e aprì la mano lasciandolo cadere a terra.
Un suono come di corni riempì l’aria, proveniva da un punto imprecisato nel cielo sopra la foresta, sembrava annunciare la fine dei tempi tanto era angosciante. Il terreno sotto ai piedi dei due cacciatori si illuminò di una tenue luce verdognola che seguiva il profilo delle foglie, delle pietre e dei ramoscelli sparsi a casaccio.

Hizen e Fuuto si sentirono mancare la terra sotto i piedi. Una zona perfettamente circolare sembrò assumere la stessa consistenza dell’acqua e per loro fu come cadere in una pozza liquida di terra. Sprofondarono fino al mento, poi il liquido ritornò ad essere solido terreno compatto, bloccando i cacciatori come dei ceppi di legno dalla forma curiosa.

Fuuto emise un urlo soffocato, aveva la testa piegata all’indietro, guardava il cielo che si stava colorando di un bell’arancione tramonto; il suolo premeva dolorosamente sul petto, ma il dolore più acuto era provocato dal flettente superiore dell’arco che premeva appena sotto le false costole. Hizen provò a divincolarsi da quella stretta, ma il massimo che riusciva a fare era muovere la testa da una parte all’altra, con il misero risultato di riempire le orecchie di terra. Sbuffava e gemeva per la frustrazione. Credeva di essere in gamba, veloce e scattante; astuto e spietato quando serviva, ma contro simili poteri si sentiva minaccioso quanto un pargolo di cinque anni che ringhia contro un orso, impugnando un giunco come arma.

L’oracolo raccolse quel bottone metallico che aveva lasciato cadere, si era leggermente ossidato, lo lanciò delicatamente in aria,  riafferrandolo al volo.

– Bene, ora che la situazione sembra nuovamente sotto controllo, lasciate che mi presenti… – L’oracolo si guardò intorno per capire meglio chi erano i suoi nuovi compagni di viaggio. Fuuto emise un altro rantolo strozzato di dolore. Gli altri lo udirono appena, la loro attenzione era dedicata completamente a quella figura tanto autorevole e carismatica.

– Sono l’oracolo di Sharoya che si trova nell’arcipelago a ovest del continente. Le isole di questo paradiso naturale conosciute col nome di Isole della Buona Sorte, sono la mia casa, il mio tempio per la riconciliazione con la dea madre e la mia tavola imbandita per quando ho appetito: un paradiso nel vero senso della parola. Mi chiamo Phyto, Phyto Taraxan. Servo della dea madre Ishtar. Vogliate accogliermi tra voi almeno per il tragitto che ci separa da Kordak. – L’oracolo s’inchinò rispettosamente davanti a quella platea di viandanti attenti, Fuuto emise un ennesimo rantolo di sofferente benvenuto.

Serie: La leggenda del Demone Rosso.


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Discussioni

  1. Mi sta prendendo sempre di più ❣️❣️❣️❣️❣️❣️❣️❣️ ed è strano perché solitamente se non sono nel periodo in cui sto in fissa con il genere non mi prende la storia. Nonostante questo mi stai conquistando ❣️

    Complimenti davvero ❣️❣️❣️❣️❣️❣️❣️

    1. LOLA! Così mi fai emozionare! Non sai quanto mi faccia piacere sapere che questa mia sorta di introduzione ad un mondo basato su una fisica quanto meno discutibile, sia di tuo gradimento. Spero di riuscire a mantenermi credibile proseguendo con i miei incanti dettati dalla stessa divinità che guida il biondo riccioluto!

  2. “Credeva di essere in gamba, veloce e scattante; astuto e spietato quando serviva, ma contro simili poteri si sentiva minaccioso quanto un pargolo di cinque anni che ringhia contro un orso, impugnando un giunco come arma.”
    Bella metafora. Hai reso bene l’ idea dello squilibrio di forze.

  3. La comparsa dell’ oracolo mi ha fatto drizzare le antenne. Si e` accesa una luce che mi ha fatto aprire bene gli occhi, per guardare meglio nella foresta, avvicinandomi un po’ di piu` ai personaggi, tutti armati di poteri magici; correndo il rischio di essere catturata.

  4. Ma sì, riportiamo la situazione sotto controllo. Ristabiliamo gli equilibri, rimettiamo le cose nella giusta prospettiva.
    L’avventura, quella vera, quella che fa volare alto ed esplorare o luoghi più arcani e meravigliosi, non sta nella GPU di una consolle o dietro un display da realtà virtuale.
    Sta nelle pagine scritte di un bel racconto.
    Ora tirami fuori di qui, che mi fa male il petto.

    1. Ciao Giancarlo! Che meraviglia di commento! Grazie mille! Aspetta che vado a cercare la formula del controincantesimo, che mica sono un oracolo! Tu cerca di respirare con calma mentre vado in cucina a prendere una zappetta per scavare…