Mamma orsa spezza le catene
Serie: Mamma orsa
- Episodio 1: Mamma orsa spezza le catene
- Episodio 2: Mamma orsa, l’inizio della trasformazione.
STAGIONE 1
Le settimane diventano mesi.
I mesi diventano anni.
Anni di litigi, lacrime e lividi.
Una notte la donna viene svegliata dal suono insistente del citofono. Sono le 2:00 passate. È lui.
Il bambino dorme e la madre non vuole che si svegli, domani ha scuola. Si alza più in fretta che può, pantofole, vestaglia e poi corre ad aprire la porta. Lei sa che è così ubriaco che non prova neanche ad aprire con le chiavi. Chissà se anche questa volta ha svegliato i vicini suonando il campanello sbagliato… che vergogna.
Ci mette un po’ ad entrare in casa, lei lo aspetta da lontano, rimane in cima alle scale, vicino la porta della camera da letto. Deve capire con chi ha a che fare: l’ubriaco violento o l’ubriaco l’innocuo?
Lo osserva. I gesti, il volto, pensa di aver capito: “l’innocuo”.
Se fosse stato “il violento”, l’avrebbe lasciato lì e si sarebbe rifugiata in camera di suo figlio con la porta chiusa a chiave. Non vuole più affrontarlo. Ogni volta le fa male, non solo fisicamente. I lividi dopo un po’ guariscono, il dolore dentro rimane a lungo.
Scende per chiudere la porta d’ingresso e prova ad aiutarlo a salire le scale. La tentazione di lasciarlo lì a smaltire la sbornia è forte ma non vuole che suo figlio lo veda l’indomani in quelle condizioni. L’uomo è pesante, anche se ha perso molti chili nell’ultimo anno. Non collabora per salire le scale. Dice cose insensate. Biascica le parole. Quando sono in cima comincia a palparle il seno. Prova ad aprirle la vestaglia. Poi prova a slacciarsi la cintura dei pantaloni e con un sorriso strano, improvvisamente le parole sono chiare.
«Dai, perché non mi fai un lavoretto? È un sacco di tempo che non mi fai un bel pompino».
La macchia di urina sui pantaloni di lui la distrae per qualche secondo, poi con voce bassa e conciliante cerca di calmarlo. Prova a fargli richiudere i pantaloni.
«Sssh non qui, il bambino dorme. Dai, abbottona i pantaloni, andiamo in camera.»
Lui non la ascolta, inizia ad urlare.
«Sei una troia! Devi fare quello che ti dico io, troia!»
La afferra per i capelli con una mano e la tira a sé. L’altra mano stringe il collo. Lei è nel panico, si è sbagliata, pensava fosse innocuo.
«Mi fai male, lasciami» prova a calmarlo, «andiamo in camera.»
Ancora quel ghigno inquietante. Gli occhi ora non sono più velati, confusi, ma accesi da una luce gelida. Lei ha paura. Non riesce a trattenere le lacrime. Secondi infiniti. La mano intorno al collo sempre più stretta. Le facce quasi si toccano. L’alito nauseabondo la fa quasi vomitare.
Non lo sente neanche arrivare. Il bambino attaccato alla gamba del padre che cerca di tirarlo via.
«Lasciala stare! Lascia stare mia mamma!»
Impotente ma risoluto, «sei cattivo!»
Le lacrime rigano il viso del bambino. Ma non c’è paura nei suoi occhi, solo determinazione e rabbia. Lei non l’aveva mai visto così.
Il padre guarda il bambino per qualche secondo, sembra stia pensando a cosa fare. Poi improvvisamente, come spazientito, come infastidito da un insetto, molla la presa al collo e spinge via il bambino. Il piccolo arretra di due passi, perde l’equilibrio e cade all’indietro battendo la testa sul pavimento. La madre spalanca gli occhi inorridita. È la prima volta che è violento con suo figlio. “C’è sempre una prima volta”.
Il bambino si mette seduto e istintivamente si tocca la testa con le mani e sfrega il punto che ha battuto.
Il padre, con occhi di ghiaccio, gli punta il dito contro.
«Non ti azzardare a farlo un’altra volta» e ancora minaccioso «vai in camera tua, poi facciamo i conti.»
Forse quelle parole, forse suo figlio a terra dolorante, non lo sa ma qualcosa in lei scatta. Non c’è razionalità, analisi. È puro istinto.
«Nooo, non toccarlo!»
Con una forza e una rabbia che non sapeva di avere, spinge l’uomo verso le scale. Lui cade all’indietro. Rumore sordo di ossa che si rompono. Lamenti soffocati da dolore. Pochi secondi poi silenzio. La donna si precipita da suo figlio, lo abbraccia e gli accarezza la testa dolorante. Lo avvicina a sé e lo culla un po’.
Silenzio.
Dopo qualche minuto, si alza e senza guardare di sotto porta suo figlio nella sua cameretta e gli dice di aspettare lì. Lui protesta ma poi ubbidisce rassegnato.
Finalmente la donna trova il coraggio di scendere le scale. Si avvicina al corpo aggrovigliato dell’uomo che una volta amava e capisce che è ancora vivo.
*
Lei prova a nascondere i segni sul collo sollevando il colletto della vestaglia, ma i poliziotti se ne accorgono comunque e fanno finta di niente. Hanno notato che in una mano dell’uomo ci sono svariati capelli di donna. Hanno capito tutto. C’è stata una colluttazione.
«Forse aveva bevuto un po’ troppo» racconta la donna «è stato un incidente, ho sentito un rumore e sono uscita a vedere.»
Ostentando una calma che non sentiva affatto, continua «l’ho visto a terra ed ho chiamato il 118».
I militari finiscono di verbalizzare l’incidente, sono già stati in quell’appartamento. In passato, i vicini li avevano chiamati perché sentivano urla e rumori minacciosi provenire da lì. La cosa non è mai andata avanti perché lei non aveva mai denunciato il marito.
I paramedici portano via la barella, poi lei osserva le luci blu dell’ambulanza allontanarsi. Stringe a sé il bambino.
Non è felice, c’è anche del rimpianto in lei, ma sente che quell’ambulanza sta portando via le catene che per troppo tempo l’hanno imprigionata. Sa che, in un modo o nell’altro, sta per iniziare una nuova vita.
Serie: Mamma orsa
- Episodio 1: Mamma orsa spezza le catene
- Episodio 2: Mamma orsa, l’inizio della trasformazione.
La violenza è raccontata senza enfasi, quasi per sottrazione, e proprio per questo fa male. E il finale non consola davvero, ma lascia un senso di liberazione sporca, necessaria. Ti resta addosso.
Descrizione puntuale e drammaticamente veritiera di numerose realtà silenziose di violenza
Spero che per quest’ “orsa” e per tutte le altre che vivono situazioni simili, non venga a mancare il coraggio e le risorse necessarie per spezzare le catene, e correre via senza voltarsi indietro.
Aspetto il prossimo episodio chiedendomi se l’ orsa abbia in mente un’ altra “tana” piú sicura in cui rifugiarsi.
Ciao M.Luisa,
In realtà questo è l’episodio conclusivo. Evidentemente ho fatto pasticci nel configurare la serie. Proverò a correggere. Tornando al racconto, ho immaginato la nuova “tana” della mamma e del piccolo nella stessa casa in cui hanno sempre abitato. Con la differenza che d’ora in poi sarà sicura. Nell’incipit del primo episodio ho cercato di mostrare l’uomo inoffensivo sulla sedia a rotelle e mamma e figlio, sereni, che condividono un segreto. Praticamente l’incipit era una anticipazione del futuro. Secondo te non è chiaro il collegamento? Hai suggerimenti da darmi?
Grazie mille
Ciao