Marco Polo

Serie: Al Bar Con L'autore


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: The o caffe? Oriente o occidente? Realtà o fantasia?

Quest’oggi, al profumo abituale della mia colazione, si è aggiunto un odore ancora più intenso al mio tavolo. Un caffè dalla Colombia, se ricordo bene, che il mio ospite annusa e assaggia con molta curiosità e aspettativa. Fa oscillare lo strano turbante che indossa mentre compie quei gesti, e poi mi guarda con piacevole meraviglia.

-Davvero il mondo ha fatto scoperte ancora più mirabolanti delle mie.-

Solleva la tazzina verso di me e noto che la manica dondola pesantemente, come se nascondesse un qualche tipo di contrappeso all’interno della stoffa. Sorrido, divertita dalle sue parole e dalla curiosa contrapposizione tra la sua bevanda occidentale e la mia orientale: un tè rosso particolarmente profumato.

-Alcune però non erano proprio scoperte, vero? Diciamo piuttosto “libertà intellettuali”?-

Lui, in risposta, si gratta leggermente la enorme barba che gli copre il mento con un accenno di imbarazzo.

-Sia ringraziata l’ignoranza e la credulità.-

Continuo mentre lui, pur a disagio, inizia a ridere a sua volta.

-L’isola di Angaman era un tocco di classe però. Dovete concedermelo. Cosa c’è di più spaventoso ed affascinante di uomini dalla testa di cane.-

La risata imbarazzata si converte presto in una di gusto, mentre beve la sua scura bevanda.

-Ma dai! Solo quelli che non sono mai usciti da casa propria potrebbero credere a cose del genere. E comunque la realtà sa essere molto più sorprendente della finzione.-

Scherzo mentre lui annuisce, chiaramente d’accordo con le mie parole.

-Ma ogni tanto abbellire la realtà può essere una carta vincente. Anche in quest’epoca funziona così.-

E mi indica una vetrina dall’altra parte della strada. Allungo il collo e i miei occhi sono graziati dalla vista di un negozio di videogiochi, dove fa bella mostra il cartonato di una certa serie divenuta un successo da alcuni anni.

-Visto?-

Ribadisce, quando dalla porta escono alcuni ragazzini, con una copia del gioco in mano e un’accesa discussione in corso.

-Io ho parlato del Vecchio della montagna così come era la realtà. Mentre in quest’epoca è diventato un… culto. Se questo non è abbellire la realtà, non so che cosa sia.-

Finisce il caffè con un ultimo, lungo sorso e posa la ceramica sul piattino, provocando un leggero tintinnio. Lo guardo sempre con un sorriso ma questo sparisce quando un pensiero balena nella mia testa.

-Sareste voi quindi? Tutti voi, intendo.-

Mi guarda un po’ stupito dalle mie parole. Non comprende a cosa mi sto riferendo.

-Tu e tutti gli altri che mi avete tenuto compagnia ogni mattina. Sono io che sto abbellendo la mia realtà?

Impiega giusto quell’attimo in più per capire a cosa mi sto riferendo con le mie parole, e poi sorride mettendosi più composto, con le mani una sopra l’altra a contatto con la tovaglia bianca che copre il tavolo. Non fatico ad immaginarlo con un sorriso del genere quando svolge il ruolo di ambasciatore.

-Chissà, mia cara, chissà. Per quanto ne so, per me siete stata una gradevole compagnia davanti ad un caffè. Ciò che sono stato io per voi, siete l’unica a saperlo. E temo anche l’unica con un ritardo spaventoso.

Esordisce, indicando l’orologio del municipio. Spalanco gli occhi alla lettura del quadrante e, come una vera pazza, recupero borsa e giacca lasciando una banconota sul tavolo. Non ho tempo di preoccuparmi di un eventuale resto, anche perché ancora non ho capito se anche la seconda tazzina sul tavolo è reale o meno.

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