
Megan
Serie: Doomsday clock: 00:01 - Le catacombe di New York
- Episodio 1: Abigail
- Episodio 2: Il predicatore Davies
- Episodio 3: Two suns in the sunset
- Episodio 4: Megan
STAGIONE 1
Era stato separato da quella che aveva scoperto non chiamarsi Megan e condotto alla caserma della guardia cittadina. L’ultimo sguardo di lei era stato gelido, ormai non più costretta a fingere di essergli amica.
Da più di tre ore nella stanza degli interrogatori, gli stavano mostrando fotografie di ragazze. Sarebbe stato esausto, se un medico non gli avesse iniettato una sostanza psicotropa, che non gli faceva battere nemmeno le palpebre. In seguito gli aveva praticato una seconda puntura, un siero della verità, ma non poteva certo ricordare ciò che non aveva mai saputo.
– È questa Megan?
– Lei è Megan, la riconosci?
Due agenti si alternavano, minacciandolo e blandendolo a seconda dei casi, ma inutilmente.
– Io non la conosco, ve lo giuro! Io credevo…
In quel momento gli stavano mostrando il video di una ragazza, dal viso insanguinato, sullo sfondo di un parco in una città in rovina.
– Allora, è questa Megan?
Esitò a rispondere qualche secondo e gli rifilarono una bastonata tra le scapole, così forte che cadde in avanti, con la testa tra le gambe, incatenate alla sedia. Non riuscì a trattenere un rivolo di piscio, che gli inzuppò le mutande. Gli occhi secchi gli bruciavano, stava per piangere un pianto senza lacrime.
– Basta così! – proruppe una voce imperiosa. Il medico aveva parlato per la prima volta. In tutto quel tempo aveva solo assistito alle violenze. – Per il momento, – aggiunse, gelida.
L’agente fermò la riproduzione del video.
– Lasciatelo riposare un’ora, poi ricominceremo.
L’altro agente si chinò su di lui e gli sussurrò, maligno: – Ci vediamo dopo.
Poi sciolse i ceppi alle gambe e lui cadde nel suo stesso piscio.
***
La ragazza che aveva finto di chiamarsi Megan, si fece una doccia e indossò la divisa della Suburban, la polizia che pattugliava i quartieri sulla terraferma. Si avviò senza fretta verso la centrale operativa della Sub-Pol, ripensando all’agente che l’aveva colpita al volto. Nella sua attività sotto copertura, era la prima volta che le capitava di essere pestata da un collega, seppure per ragioni di servizio. E quello lo aveva fatto con sadico piacere! I tizi della guardia cittadina erano dei fanatici, rozzi adulatori del Predicatore che, se avesse ordinato loro di buttarsi nell’Hudson…
– Agente Rifkin! – Un grasso funzionario le correva incontro ansante.
Se l’Hudson avesse avuto ancora acqua.
– La riunione è già iniziata?
Quello respirò per qualche istante, la mani sulla gambe, negando con il capo.
Lo squadrò dall’alto in basso.
– Hanno trovato una falla in Black Hole, – riuscì a dire.
– Finalmente!
Dopo più di un anno dalle prima avvisaglie, forse c’era da mettere carne al fuoco. Lasciò presto indietro il funzionario, percorrendo di gran carriera i corridoi verso la centrale.
– Agente Rifkin a rapporto, signore.
Il comandante delle operazioni speciali, era un tipo poco piacevole. Trasudava malcontento da tutti i pori. Fallire una volta voleva dire tatuarsi una croce sulla fronte.
– Troverà il suo partner e tutte le indicazioni sull’auto di servizio.
Rifkin trovò ad attenderla sulla pattuglia una vecchia conoscenza.
– Di nuovo insieme sulle strade del crimine! – la accolse pomposamente Sebastian Scali.
Puntarono direttamente verso il Brooklyn Bridge, l’ultima costruzione simbolo della città sopravvissuta agli attentati del ‘25. Sotto al primo pilone, vennero fermati al controllo documenti. I militari stavano scandagliando il fondale dell’East River.
– Avvistato qualche clandestino, sergente? – chiese Scali, mentre attendevano il via libera.
– Cercano di passare sotto la poca acqua rimasta, ma è troppo inquinata.
La disperazione fa fare cose senza senso, constatò tra sé Rifkin, senza poterlo dire ad alta voce.
– Potete andare.
– Grazie. Buon lavoro.
Arrivati sul luogo, trovarono un agente di guardia. La strada era bagnata per la fuoriuscita di acqua da una conduttura fatiscente. All’interno dell’isola non si sarebbero viste scene del genere. Tutto era sotto gli occhi vigili delle telecamere e della grande sala di controllo. In certi luoghi della città, invece, nessuno si fidava ad andare per interventi di manutenzione.
Guardò davanti a sé, Ellis Island, illuminata a intermittenza dalla luce di una motovedetta di pattuglia. Quando era cominciato quel disastro? Forse non era mai stato diverso, eppure credeva che quello era stato un grande paese, capace di grandi invenzioni, passioni e conquiste.
Rifkin aveva già visto locali adibiti alla visione dei ricordi. Entrarono. La stanza era completamente immobile. Nulla era fuori posto. Le poltrone in riga, davanti a schermi sottili e neri. I caschi appesi a piantane mobili. Le cuffie, morbide e comode, adagiate sulla seduta.
La vittima doveva avere sui 20 anni e portava al collo il pendente più desiderato dalle teenagers. E il più introvabile. Sembrava averla uccisa un colpo di pistola a impulsi, perché sul corpo non c’erano segni evidenti di ferite. Il cuore si era fermato all’istante. La cuffia ne ornava ancora il capo, reclinato sulla spalla.
Sulla strada passò un branco di cani affamati. Migliaia di animali rimasti senza padrone, si trascinavano agonizzanti per le vie. Una bestia, digrignando i denti, si avvicinò all’agente di guardia. Egli estrasse la pistola e, quando l’animale fu a due metri, gli fermò il cuore in un istante. Poi spinse la carcassa nel canale di scolo.
L’assassino non doveva essersi avvicinato per forza, forse la potenza dell’impulso era stata molto forte. Quando la pistola veniva usata a potenza massima e molto da vicino, poteva far esplodere il cuore e a volte anche il torace.
Sedette su una delle poltrone, immersa nei suoi pensieri.
– Qui c’è qualcosa di interessante.
Scali la scosse dai suoi dilemmi interiori.
Nel retro del locale la parete era stata sfondata, rivelando una stanza segreta. L’interno, illuminato da un faretto, rivelò scaffali di hard disk, tutti etichettati e altri a terra, pronti per essere catalogati.
Rifkin si avvide subito del simbolo della Sezione Black Hole.
– Come si chiamava quell’agente beccato a trafugare gli hard disk dalla sede, l’inverno scorso? – chiese Scali alla guardia, che li aveva raggiunti.
Quello allargò le braccia.
– Non ne ho idea. Qui da noi arrivano solo gli scarti delle informazioni.
– Vado a controllare sul terminale, – disse Scali e uscì.
Intanto Rifkin rifletteva. Perché non avevano tolto l’etichetta per evitare guai? Forse perché avevano bisogno di una prova che le registrazioni erano originali? E per cosa volevano usarle? Dubitava che fosse per il piacere di qualche adolescente nostalgico del suo ancora recente passato.
Visto che era rimasta di nuovo sola, si arrischiò a leggere qualche nome sui dischi. Essere trovati con materiale del genere era sconsigliato a chiunque. Dubitava comunque di incappare per caso in qualche personaggio importante. Milioni di persone comuni avevano affrontato quel passaggio, per ottenere la cittadinanza. Percorrendo con il dito i pin di connessione, le venne un dubbio. La ragazza stava guardando i propri ricordi e quelli di qualcun altro? Se non indossava il casco, la risposta era una sola.
Ritornò nella sala e guardò il lettore. Il disco era inserito, l’indicatore su stop. Era stata uccisa prima di vedere qualcosa? O perché aveva visto? La curiosità la spinse a estrarlo, contro qualsiasi prudenza, per vedere a chi apparteneva. E vi lesse un nome che mai avrebbe immaginato:
AMADEUS RIFKIN
Si riprese dallo shock appena in tempo, prima dell’arrivo di Scali con i tecnici di laboratorio e infilò il disco nell’uniforme. Finse poi di esaminare la macchina, ma il sudore le riempiva gli occhi.
– Per il momento abbiamo finito, Rifkin. I nostri amici ci faranno sapere qualcosa.
***
Si risvegliò nel cuore della notte, pervasa da un senso di urgenza e paura. Subito rivolse lo sguardo al disco, sul comodino e constatò con sollievo che era ancora lì.
Passò parecchio tempo sotto la doccia bollente, tanto che i piedi divennero paonazzi. Sperava di lavarsi di dosso il panico per la scoperta di quel pomeriggio. Suo padre Amadeus era stato rapito dai ribelli nel ‘31, con i sette poliziotti che comandava e sparito nel nulla da allora. In sei mesi sotto copertura, non ne aveva trovato tracce, né sentito parlare dai ribelli.
Chi era la ragazza uccisa e per quale motivo era interessata ai ricordi di suo padre?
Il senso di urgenza riprese a fluire nel suo corpo. Senza curarsi di essere bagnata, si gettò addosso i primi abiti che le capitarono a tiro, abiti dimessi per passare meglio inosservata, visto ciò che intendeva fare. Poi uscì.
***
Il ragazzo sentì l’ago penetrare nella vena e si scosse. La sostanza faceva effetto con incredibile rapidità e fu subito sveglio. Credeva che fossero passate più dell’ora che gli avevano concesso. Se ricordava bene, ma non ne era convinto.
I suoi aguzzini non c’erano e ne fu sollevato. Non era nemmeno incatenato.
Il medico parlò alle sue spalle.
– Tra poco ti farò uscire da qui.
Lo inchiodò alla sedia, prima che potesse voltarsi.
– Perché?
– Non è una trappola. Non preoccuparti.
– Tu chi sei?
– Ci sono ancora persone rispettabili, in questa città.
– Ma io non so come…
– Lascia fare a me.
Udì la porta aprirsi e l’aria fredda investirlo alle spalle.
– Ti ho iniettato un chip di riconoscimento. C’è un accesso alla metro, sotto questo edificio. Percorri il tunnel, saranno loro a trovarti.
– Cosa dirò?
– Chiederai di Megan, proprio lei e le dirai che ti manda Alex Bailey.
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