Melba e la sua bicicletta
Nella casa colonica il telefono squillava in una stanza vuota.
A Melba piaceva inforcare la sua bicicletta e sfrecciare sulle strade sterrate intorno a quella casa.
Erano quelli gli unici momenti di piena libertà, che una ragazza madre aveva prima di ritornare a lavare i panni sporchi di un uomo prepotente e traditore, prendendosi cura di un figlio odiato fin da quando ha dovuto lasciare la civiltà, per colpa di quel pancione troppo ingombrante.
Dalla strada sentiva lo squillare del telefono: incessante, fastidioso, che non poté fare altro che scendere dalla sua bicicletta ed andare a rispondere.
Dall’altra parte della cornetta una voce: fredda, bassa, lontana. Poche parole che sembravano lette da un copione. -Signora, Mi duole informarla che suo Marito ha avuto un incidente… il corpo è …- . Lei, Riagganciò.
Melba. Raggiunse la credenza, tirò fuori una bottiglia di vino ed un bicchiere.
Festeggiò la notizia con due belle cavallerie di rosso sincero.
Poi salì in camera, tirò fuori il vestito più bello ed elegante che aveva e lo mise sul letto, accanto ci mise le scarpe nere e lucide ed una borsetta abbinata.
Il telefono iniziò a squillare, lei accese la radio con il volume a palla, poi tirò fuori da sotto il letto, la stessa valigia che sua madre le fece trovare davanti la porta, ricolma dei suoi averi, quando la cacciò, il giorno che scoprì, che era incinta dello stronzo.
Questa volta fù Melba a riempirla, con vestiti, soldi, gioielli, speranza e la voglia di vivere.
Quella che segretamente aveva rinchiuso nel suo cuore, ma che alla notizia della dipartita del suo padrone, aveva di nuovo, liberato.
“Tutto era bello e incredibile” pensava Melba mentre preparava la valigia.
Poi, quel vagito proveniente dalla stanza accanto. Lei, prese la bottiglia già smezzata. Ed andò verso il pargolo. Si fermò sulla soglia della camera . Il fagottino ritto sulle sue gambette paffute, si poggiava con le mani, alla sponda del lettino, guardando, verso la sua generatrice.
Lei, diede una bella sorsata dalla bottiglia. Si asciugò con il bordo della vestaglia, le sue labbra rosse e carnose.
Poi lentamente si avvicinò al lettino.
Il bamboccio di carne sorrideva, ignara vittima di quello che sarebbe successo di lì a poco.
La madre appoggiò il fiasco accanto a sé, poi prese il bambino, portandoselo al petto, ed iniziò a volteggiare, come un derviscio, prima lentamente e poi sempre più veloce.
Cantando la canzone della radio.
Il bambino, ora piangeva, ma lei non si fermava, continuava a girare, poi al finire della musica, di botto ferma, al centro della stanza, lo alzò come un olocausto al cielo, pronta per….. ma ecco che i suoi occhi fissano gli occhi del pargolo, cosi scuri e profondi, arrossati, sgranati.
Sul suo volto lo spavento.
La sua bocca spalancata sbavava, mentre piangeva ed urlava – mamma mammaaaa-.
In quel momento, a quelle parole.
Melba, portò al petto il fagottino, come a proteggerlo dal mondo, scoppiando a piangere e poi a ridere, lavandogli il viso con le sue lacrime, baciandolo ed asciugandolo, per poi, scoprirsi il seno carico di latte, pronto per la poppata mattutina, non prima di aver bagnato il capezzolo, con alcune gocce di rosso sincero.
….-Bevi dolce amore mio…bevi ….oggi si festeggia, un nuovo inizio-.
Quando il parroco ed i vicini arrivarono al podere, trovarono la porta spalancata, i letti rifatti e la casa in ordine. Fuori posto un fiasco vuoto di vino sul tavolo e nessuna traccia né Melba né del suo bambino e della sua bicicletta.
Ti piace0 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Scritta in maniera alquanto enigmatica, ma la storia si fa leggere. Ti consiglio solo di rivedere l’uso delle virgole
Ok grazie