Memorie pt.2
Serie: Frammenti di nero
- Episodio 1: Sacramento
- Episodio 2: Sacramento pt.2
- Episodio 3: Indennità
- Episodio 4: Indennità pt.2
- Episodio 5: Indennità parte n.3
- Episodio 6: Spine sui cuori
- Episodio 7: Memorie
- Episodio 8: Memorie pt.2
- Episodio 9: Viaggio: sentimenti e crisi
- Episodio 10: Viaggio: arrivo al villaggio
- Episodio 1: Viaggio: la locanda
- Episodio 2: Interludio
- Episodio 3: Interludio: cime scozzesi
- Episodio 4: Viaggio: fiamme familiari
- Episodio 5: Interludio: arte notturna
- Episodio 6: Interludio: finale
STAGIONE 1
STAGIONE 2
E non mollai nella mia ferma decisione a convincerlo a dirmi a cosa pensava, anche a costo di risultare eccessivo. Mi aveva incuriosito troppo bene, con quei silenzi prolungati, quelle parole mancate, con sguardi di chi è infermo, con un sentimento di incertezza che rendeva terribile l’attesa. Mi ero già dimenticato la promessa di non fare troppe domande personali.
“Insomma, cosa c’è che non va?” gli feci io, alla fine. Mi ero mostrato spazientito, e lui, di conseguenza mi guardò come se l’avessi attaccato. Si raccolse nell’angolo che c’era fra la panca imbottita e il muro a sinistra. Se avesse avuto altro spazio, si sarebbe allontanato ancora di più. Per sua sfortuna, non ce n’era ulteriore, così si dovette accontentare, e mi mostrò un volto accigliato. Era passato alla controffensiva.
“Scusami, ma perché questo tono?” mi fece.
Mi scusai, e dissi che la mia preoccupazione era dovuta il fatto che mi sembrava che non si sentisse a suo agio da quando eravamo entrati. Lui negò.
Ritornammo nel silenzio, interrotto da alcune notifiche che avevano preso ad arrivare sul suo telefono. Lui prendeva il telefono con ansia, con fare agitato, e lo sbloccava per vedere cosa avesse ricevuto. Non volli questionare ulteriormente, onde evitare di rovinare quella stasi in cui stavamo lì dentro, in quel bar in cui c’eravamo solo noi due, oltre al barman e a una cassiera.
Si alzò, disse di dover andare in bagno, e si assentò. Quella improvvisa scomparsa mi gettò timori sulla sanità del mio compagno. Non sanità fisica, bensì della mente. Era come se la sua mente oscillasse fra istanti di completa lucidità per sprofondare in semplici istanti di riflessione trista. Quando lo vidi scomparire dietro la porta del bagno, cominciai a riflettere su cosa potesse essergli successo, senza trovare ipotesi che mi convincessero. Perché non si poteva spiegare il perché di quella serie di rapidi cambiamenti che avevano preso luogo nel giro di dieci minuti, neanche. La curiosità attrae sempre quando si ha davanti qualcosa di incomprensibile, nevvero?
E io mi misi a elucubrare le più disparate teorie su cosa avesse potuto sconcertarlo così tanto. Quale messaggio avesse potuto renderlo così nevrotico tutto d’un punto, io non lo sapevo. Di fatti, rimasi a pensarci per pochi minuti, poi abbandonai quella curiosità, perché non ne vedevo il senso. Presi il telefono e mi misi a scrollare qualche pagina, a leggere le ultime news, a sorseggiare il mio spritz.
Scrissi a Tommy. Eravamo stati amici, io Tommy e l’altro che in quel momento era andato in bagno, ma per sfortuna avevo praticamente perso i contatti anche con l’altro, come si dimostrò quando ricevetti il messaggio che faceva:
“Tu chi saresti?”
“Sono S…” risposi (ho cura nel rimuovere la mia identità perché la storia ancora mi è causa di fastidi nella vita pubblica)
“S… Chi?”
“Quello che era in classe con te. Siamo stati in banco tutta la terza superiore, e in quinta sei venuto a vedere la mia tesina di maturità. Non ricordi?” scrissi io.
“No, e poi sono passati anni da quando… tu non sei S…” disse lui, col tono di chi è sicuro.
“E invece sono io, non riconosci la mia voce?” feci io
“Non me la ricordavo così… né ricordo di essere stato a una tesina di maturità negli ultimi sei o sette anni, insomma. Dimmi chi sei e che cosa vuoi, che non ho tempo.”
“Ma sono io, S… ti giuro. Guarda, posso dirti anche che cosa facevi abitualmente durante le lezioni, come andavi sul monopattino, che hai corretto la tua erre moscia praticamente alla fine delle superiori. Ricordo le campane del tuo villaggio.”
“Senti, senti, senti…” diceva lui, ancora prima che io finissi di parlare “Senti” disse infine, quando oramai avevo taciuto “Non so chi tu sia, né perché fingi di essere un mio vecchio amico di nome S… cosa non possibile direi io, ma so che se continui così ti sbatto il cellulare in faccia e chiamo la polizia. Cosa vuoi? Te lo chiedo un’ultima volta gentilmente, prima di mettere fine a tutto questo.”
“Non ho niente da dire, allora, se non mi credi. A meno che tu non voglia sentire la voce anche di P… che è qui con me, appena ritornato dal bagno”
“P...? Quale P…? “fece l‘altro, che compresi che dovesse essere proprio sul punto di quando si è prossimi a caprie qualcosa di difficile.
“No, non può essere, tu mi vuoi prendere in giro. Sai cosa, ne ho già abbastanza delle tue prankdial, e non so chi sia questo P… ma non ci cascherò” e sentii che era pronto a buttare giù. Passai il telefono all’altro, dicendogli di confermare che Tommy stava parlando con lui, con P:..
“Ei, Tommy, sono io, P… Perché non ci credi a quello che dice S..?” fece lui, con fare quasi materno.
“P…?!” sentii prevenire quello strillo dall’altra parte del telefono.
“Sì, io”
“No, non puoi essere tu. Chi siete voi? “ e continuò a domandare come un forsennato, come un pazzo.
Intanto la luce fuori era stata spenta, e cominciava a fare notte. Solo allora ricordai che l’altro, P…, doveva andare all’Università. P… interruppe per un attimo la chiamata. Anzi, appena disse a Tommy di aspettarlo, ecco che sentii il tipico suono che sancisce la fine di una chiamata.
“No, S… non devo più andarci” fece lui, col volto come se avessi detto una sciocchezza.
Sorseggiai gli ultimi gocci di ciò che era rimasto sul fondo. Mangiai l’oliva che era stata incastrata contro l’orlo del bicchiere.
Perché era così buio? Non mi ero reso conto che fuori era già completamente buio, che l’altro non avesse detto niente a riguardo. Rimaneva a scrollare lo schermo del telefono, come se non avesse altro da fare.
“Andiamo a pagare?” gli feci io. Alzò la testa da quella mano che, come una zampa di rapace, stava a sostenere la mole del cranio.
“pagare cosa?” fece infine, tremando. Guardandolo mi resi conto che faceva freddo.
“Beh, il conto. “risposi io.
“Sì certo. Ma non ha senso.”
“In che senso?”
“Guardati dietro” e io eseguii. Effettivamente, non c’era luce nella hall. Peggio, erano scomparse tutte le bevande sul balcone, erano ammuffiti alcuni dolciumi lasciati sotto una campana di vetro ingiallito.
Mi girai, ma presi un colpo a vedere che a due palmi dal mio viso c’era lo schermo acceso del telefono dell’altro. Mostrava una chat. Quella con P…
C’era una foto, di due corpi che, come frammenti di vetro di bottiglie rotte, erano buttati dietro una fossa, nel parco dove avevamo visto i bambini giocare. Riconobbi me, vidi l’ultima data. Risaliva ad anni e anni prima.
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