Merèlle

Esisteva tempo fa, in questo mondo, una lei dal cuore spezzato. Si chiamava Merelle, e consumava i preziosi istanti della sua vita al servizio di un uomo e della di lui casa.

Lui maneggiava affari, sia pubblici che loschi, per concupiscienza e monete sonanti, e per ammaliare gl’illustri ospiti dava pegno di buon salario alla servitù affinché fosse immacolato ogni passo della casa.

Merelle, fra queste, tornava di sera nella sua mansarda piena di tosse a furia di sollevare polvere, colle nocche scorticate dall’acqua nel lavare piatti e la schiena curva a pena di spazzare e riordinare.

Ma lassù, dove abitava, era sempre sera al suo ritorno. Lassù, tutto il mondo parlava di addii e liberi sospiri.

Si metteva allora in pace a poeteggiare dalla finestrella aperta, oltre la quale s’affacciava il mondo lontano, la città coi camini accesi, i sogni dei poveri e dei ricchi, e di tutti quelli che dormivano mentre lei scriveva in chiaroscuro quel che fa la notte quando scende.

Quella sera, come tutte le altre, spalancò i serramenti e accolse il gelo. La candela accesa aveva la tremarella, e gli portava pensieri rassegnati di destini segnati, accordi siglati e sigillati dall’infausto caso.

Scrisse piangendo una poesia sul male, sulla povertà e sul giudizio del mondo appeso alla luna, e nel fare punto alzò la testa e vide, nella città, una casa lunga in punta di terrazzo che non aveva visto mai.

Senza orologio in tasca, scalza e di corsa, perse presto il senso delle cose che si muovono nel tempo, e nelle giravolte dei vicoli e delle piazze scoprì fuochi accesi ai bordi delle strade, luci aggrovigliate sui balconi, barili e gran chiasso dai locali.

La città che conosceva non era più al suo posto: un mucchio di case accatastate l’una in mezzo all’altra, impilate fra piazze e tetti aguzzi, strade lontanissime a perdita d’occhio, e da qualche parte nel mezzo torreggiava un Campanile.

Le battè il cuore un’ultima volta, quando vide il fuoco fra i pilastri e sotto la campana, e non riuscì a trovar più né chiavi né via per ritornare alla mansarda.

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Discussioni

  1. Mi piace molto il tuo numero di di scrivere così criptico e sognante. Che bella l’immagine di lei, che dopo aver messo il punto alla poesia, alza la testa e finalmente vede! A quel punto non ha più bisogno di tornare alla mansarda. Una metafora stupenda