Merenda
Serie: Fame
Sentì profumo di cibo, aveva mangiato troppo poco in vita sua per riconoscere cos’era, ma sapeva di buono. La fame lo costrinse a svegliarsi con un morso alle budella. Aperti gli occhi si ritrovò faccia a faccia con la strega. I piedi si agitarono, cercarono il terreno per correre via, ma era bloccato fino al collo in tre strati di coperte.
– Non ti agitare, hai preso una bella botta.
La carne delle guance le strabordava oltre il mento, il labbro inferiore si piegava in avanti, piegato dal suo stesso peso. Era coperta da rughe sottili come pieghe su un foglio accartocciato e poi disteso. Ora che l’aveva davanti Anselmo vedeva che la sua era una bruttezza vecchia, fragile, ma che non faceva paura. Un piccolo naso all’insù lasciava immaginare come fosse stata da ragazza.
Sulle ginocchia teneva una ciotola di bordo, il profumo veniva da lì. La strega ne prese un cucchiaio e cercò di spingerlo nella bocca di Anselmo.
Lui si scansò e scivolò fuori dal letto. Finì a carponi sul pavimento, si rialzò di scatto, ma sentì il pavimento sparirgli da sotto i piedi e ricadde sul materasso.
– Devi mangiare qualcosa, da quanti giorni sei a digiuno?
Anselmo si voltò verso la minestra, pezzettini di carne pallida galleggiavano nel brodo.
– Quello è…
– Se hai guardato nella pentola già sai che cos’è – Gli occhi opachi, come biglie impolverate, si spalancarono – Ma non l’ho mica ammazzato io. L’ho preso al cimitero.
– Perché mangi i bambini?
– Perché di ragazzi al cimitero non c’è né, muoiono tutti al fronte e i vecchi sono solo pelle e ossa. Immangiabili. E poi pesano poco, sono più facili da trasportare.
Anselmo ingoiò un grumo di bava, la fame urlava di fare quello che la coscienza vietava.
– Oh senti non fare quella faccia. Una volta morti sono solo pezzi carne, avessi messo in bocca il cucchiaio senza sapere cosa fosse avresti pensato di star mangiando maiale. Per una vecchia come me non c’è altro modo di sopravvivere, e neanche tu te la passi meglio. Quando ti ho preso in braccio mi è sembrato di star raccogliendo un fascio di legnetti secchi. Se continui così non arriverai alla fine del mese. Dai mangia.
Gli spinse il cucchiaio contro la bocca, Anselmo ritrasse la testa.
– Guarda che non è mica uno che conosci, i bambini di qui non li mangio, solo quei maialetti che allevano su nelle ville in centro.
Aveva il cucchiaio proprio sotto al naso, cento cinghiate non l’avrebbero convinto ad aprire la bocca, ma quel profumo lo riportò indietro un’altra volta. Seduto a tavola con sua sorella, un piatto caldo davanti, lei che sorride, il cucchiaio che si riempie e la bocca che si spalanca. La strega lo imboccò al volo, il sollievo fu immenso.
Si ritrovò la ciotola vuota fra le mani. Sentiva che avrebbe dovuto sentirsi in colpa, invece si sentiva solo sazio. Silenzio nello stomaco, da quanto tempo non lo sentiva non se lo ricordava nemmeno.
– Vedi che alla fine ti è piaciuto?
La ciotola sembrava appena lavata, neanche una goccia era rimasta.
Con un filo di voce chiese.
– Senta, non è che posso averne dell’altro? Non per me, ma ho tre miei amici che stanno morendo di fame.
La strega sorrise.
Due giorni dopo, Anselmo attraversò la prima nebbia del mattino, quella che impregna i vestiti e li trasforma in fogli di ghiaccio, per andare a bussare alla porta della strega .
– Guarda chi è tornato.
Indossava sempre la stessa veste nera.
– Abbiamo di nuovo fame.
I solchi sul volto dell’anziana si fecero più profondi – Dai entra.
Si sedettero all’angolo del grande tavolo.
– Forse sono stato un po’ troppo diretto. Non è che vogliamo mangiare a sbaffo, siamo disposti a darti una mano, visto che sei anziana potremmo aiutarti a… – Si fermò un attimo per capire come dirlo senza sentirsi in colpa –…a trasportare la carne.
– Bravo – la strega gli sorrise, le rughe si incresparono – non chiamarli mai bambini rende tutto più facile. A esempio a me piace chiamarli maialini, porcelli o suini perché in fondo è quello che sono. Bestie messe all’ingrasso con del cibo che spetterebbe a noi. Sostanzialmente a mangiarli ci riprendiamo solo quello che ci spetta.
La strega si infilò una mano nel tascone del vestito, frugò, ma la tirò fuori vuota – A volte mi scordo ancora che non c’è più tabacco – si passò una mano sulla bocca cadente – Io il cibo ve lo regalerei anche. So che mi chiamano strega, ma ti assicuro che non mi diverto per niente a vedere dei bambini, che potrebbero essere figli miei, trascinarsi per le strade ridotti a scheletri. Ma i maialini sono pochi.
– Che vuoi dire?
– Che quelli crepano molto meno di noi. Certo le bombe cadono anche da loro, ma una bomba lascia ben poco da mangiare. Io sono vecchia e mi accontento di poco, ma per quattro bocche che devono crescere non bastano di sicuro
– E non c’è proprio niente che si possa fare?
– Possiamo pregare che crolli una scuola o che il buon Dio gli mandi l’ultima piaga d’Egitto, oppure…
– Oppure?
La fame dettava le parole di Anselmo
– Sai come si dice, aiutati che Dio t’aiuta.
Anselmo forzò un sorriso.
– Cosa vuoi dire?
– Sei sveglio, hai capito.
– Ma non possiamo ammazzarli.
Lo sentiva nello stesso istante in cui le pronunciava che non ci credeva neanche lui in quelle parole.
– E perché no? Cosa credi che stiano facendo loro? Perché il razionamento funziona che qui si mangia una volta al mese e lì si fanno tre pasti al giorno? E poi, visto lo stato in cui sei ridotto immagino che tu le abbia già provate tutte. Sei andato a mendicare i loro avanzi vero?
Anselmo annuì.
Ricordava bene la vergona di fermare le persone per strada con le braccia tese e ricevere solo espressioni schifate e la bastonata sulla schiena del poliziotto che gli intimava di sparire.
– Loro ti vorrebbero morto anche solo per non avere più il fastidio di vederti, quindi cosa gli devi?
– Ma anche se decidiamo di farlo – sussurrò Anselmo – come lo facciamo? Lì è pieno di poliziotti, ci impiccheranno ai lampioni davanti alla chiesa nel giro di una settimana.
– E da tanto che ci penso, da sola una vecchia decrepita può fare poco, ma in due le cose cambiano.
Serie: Fame
Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Più che di narrativa, direi si tratti di un racconto horror a tutti gli effetti. E ti è riuscito anche molto bene.
È molto coinvolgente proprio perché evoca delle immagini vivide, facilmente visualizzabili nella mente durante la lettura.
È terribile, questa versione di Hansel e Gretel, ma l’hai resa così verosimile!