Metti una sera, con dei commilitoni..(Italia Polonia)
Serie: Spagna 1982
- Episodio 1: L’inizio del mondiale… la prima volta non si scorda mai.
- Episodio 2: Seconda partita… Massimo, Claudio ed il caffè rituale.
- Episodio 3: Dalla Sardegna al “mundial”.
- Episodio 4: Firenze, il vicolo e il baretto.
- Episodio 5: Da Milano all’Alfetta
- Episodio 6: Metti una sera, con dei commilitoni..(Italia Polonia)
- Episodio 7: La finale: da Genova, finestra sul Mondo
STAGIONE 1
La sentinella impalata in garitta, con il fucile lungo il fianco, lo sguardo fisso, segnala a tutti che si sta entrando in una zona militare, qui, in un borgo sperduto dell’alta Italia, ne sono passati tanti di giovani ed altrettanti ne passeranno. Come il “piantone” che abbiamo appena visto, un attimo prima che la sbarra si alzi e ci lasci entrare, con discrezione, all’interno del piazzale, dove un plotone di reclute sta marciando agli ordini del superiore, ordinati, quadrati, qualcuno avrebbe detto “massicci ed incazzati“.
E’ un giorno come tanti, per un ragazzo che sta facendo la “naja“, partito quasi un anno prima da casa sua, Catania, destinato a quello che molti vedono come una “scocciatura”, altri come un’opportunità, magari per fermarsi nelle forze armate e poi, fare carriera.
Francesco, detto Franco, ma per gli amici Ciccio, era stato assegnato al C.A.R di Bra e, dopo quaranta, interminabili giorni, era stato riassegnato (anche se lui dice sempre “spostato”, erroneamente) alla 22ma compagnia fucilieri assaltatori, di stanza, appunto, alla caserma della garitta di inizio racconto.
Lui, che a Catania aiutava i suoi genitori nel ristorante di famiglia, tutto sommato non poteva lamentarsi; lo avevano assegnato alle cucine, cosa che non disprezzava affatto, in fin dei conti negli ambienti della ristorazione c’era da parecchio tempo, sin da quando, da ragazzino, il padre lo aveva iniziato al lavoro, per guadagnarsi “la paghetta“.
Lì, nella cucina militare, aveva conosciuto Ciro, ragazzo napoletano, militare di leva come lui, e avevano pelato tonnellate di patate, chiacchierando del più e del meno. Tutto sommato non era male, i commilitoni cercano di portarti abbastanza rispetto, dato che sei l’addetto al cibo e, magari, qualche favore puoi farlo, abbondando con le razioni. Soprattutto si limitano le “rotture di scatole” da parte dei “nonni“, che sono quelli vicini al congedo che, purtroppo, superavano i limiti abbastanza spesso. E limitare le scocciature, per Ciccio, è una delle prerogative, lui vuole vivere tranquillo, non è mai stato una testa calda, tantomeno gli sembra il caso di iniziare adesso.
Alla pizzeria “Adriano” poco distante, intanto, fervono i preparativi: stasera c’è l’Italia che incontra in semifinale la Polonia e Ciccio, in compagnia di Ciro, Marco ed Alessio, due compagni militari dello stesso “scaglione“, si stanno preparando ad andare proprio lì.
«Uè, cicciuzzo! Stasera, me lo sento, segna Graziani, doppietta di Altobelli e ce ne andiamo dritti in finale!» diceva Ciro, senza nascondere l’eccitazione calcistica del momento.
«Mah…non so…è vero che gli manca Boniek, ma hanno Lato!» rispondeva Alessio, col suo accento friulano, preoccupato dal fatto che i polacchi fossero tutt’altro che una brutta squadra.
«Mo cosa?! Ma quale Altobelli…stasera si scatena il Conti e li facciam piangere, quelli là..che son dei patacca!!» chiudeva il coro Marco, in uno spiccato e forse voluto bolognese accentuato, mal celando una sapienza calcistica di non chiara provenienza.
«Io saccio solo che m’avete scassato la minchia, sono venti minuti che vi sto aspettando..che dobbiamo fare ancora? Vogliamo andare?!? Sto diventando vecchio impalato sulla porta!!» risponde lui, Ciccio, armato della sua pochissima pazienza. Si annoia ad aspettare, anche soltanto cinque minuti, non sopporta l’idea di stare fermo, mentre il mondo intorno sta comunque andando avanti. Ha sempre l’impressione di “rincorrere il Mondo, mentre il Mondo stesso corre senza di me“. Già, di per sé, la naja per lui era un “intermezzo inutile tra una rottura di palle e l’altra“, giacché non ha interesse per della vita militare, mica come Alessio che avrebbe voluto restare nell’esercito o Marco, che una volta rientrato a Bologna voleva fare il concorso in polizia. Nemmeno come Ciro, che era una specie particolare, uno che aveva spiccate idee di destra, ma che aveva votato per Spadolini, pur sostenendo che il PCI non diceva poi delle cose sbagliate. Una confusione tutta sua, che si rifletteva nel suo non sapere cosa avrebbe fatto in futuro, rispondendo a chi lo chiedeva che “qualche Santo ci penserà e pregamm’ a San Gennaro!” con spiccato intercalare, parte integrante del suo esprimersi.
A volte si scontravano anche, verbalmente intendo, come quella sera in cui discussero della strage di Ustica: secondo Ciro era stato tutto un “complotto” talmente grande che nemmeno lui riusciva a trovarci un senso, oppure della strage alla stazione di Bologna, che aveva colpito Marco in modo particolare, e che ha fermato per sempre le lancette del tempo di quel momento, di quelle vite, alle dieci e venticinque, del 2 agosto dell’80. Secondo Ciro era successo perché i terroristi si erano insidiati sul territorio ed ormai eradicarli non era possibile; Alessio dava la colpa alle Brigate Rosse, senza dubbio, mentre Ciccio diceva che era stata la mafia, che era ovvio, non avevano mica scrupoli, i mafiosi. Era anche convinto, il buon Francesco detto Ciccio, che ora che era arrivato a Palermo, in Aprile, il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa in qualità di nuovo prefetto, le cose si sarebbero risolte per la gioia di tutta la Sicilia. Aveva le sue convinzioni, le sue idee, Ciccio. Su una cosa erano d’accordo tutti con Ciro, “voglio vedere quanto ci metteranno per risollevare l’Irpinia. Faranno presto, la macchina dello Stato è già in moto” diceva Ciro e gli altri gli davano ragione, annuendo, convinti che entro pochissimo tempo ci si sarebbe lasciati alle spalle quel momento di storia italiana, quando la terra tremante distrusse case ed inghiottì vite, improvvisamente, facendo scoprire l’Italia, ancora una volta, fragile e vulnerabile, come una nobildonna ferita che, di nuovo, era costretta a piangere figli e figlie, provando una rabbia che si mesce al dolore, che lascia senza fiato, ancora, in quei primi anni del decennio.
Ma, mentre noi seguiamo dall’altro la vita che scorre lenta ed abitudinaria in questo borgo immaginario dell’alta Italia, i nostri quattro commilitoni sono seduti al tavolo della pizzeria e Mariella, la cameriera, ha appena portato le birre che hanno ordinato, per festeggiare la libera uscita concessa loro dal Tenente e si apprestano, uniti in uno spirito calcistico tutto italiano, a seguire la partita ed il fondoschiena di Mariella, ché è sempre un bel vedere diciamola tutta. Del resto, sono ragazzi giovani, con gli ormoni in subbuglio e ben poche ragazze da poter ammirare. La vita in caserma era sempre quella, ancora le donne non erano entrate nelle forze armate, per cui potevi passare il tempo con dei colleghi, rigorosamente uomini, e forse leggere qualche rivista, ma per trovare un po’ di gentil sesso da abbordare, , dovevi spostarti nei paesi limitrofi, più grandi, ma non era semplice, senza un’auto e squattrinati com’erano quei quattro giovani ritratti del loro tempo, anche se puntualmente non riuscivano mai a concludere nulla.
Finite le birre ed arrivate le pizze portate con sicumera dalla bella Mariella, che conosce i militari e sa come tenerli buoni quando esagerano, ma non perde occasione per fare un po’ la civetta, senza mai esagerare, giusto per sentirsi guardata, sentiamo distintamente accendersi il televisore posto “a mestiere” in un angolo della sala, cosicché tutti gli astanti possano godersi la partita (e lasciare in pace Mariella, avrebbe da dire il proprietario del locale!): un improvviso silenzio, rotto solo da qualche voce isolata e dal rumore di stoviglie di chi, in preda alla fame, si lancia voracemente sulla pizza che si trova davanti, sul piatto bianco, fumante. Prendiamo Ciccio, per esempio, che è così preso dai morsi della fame che sta addentando la sua pizza, con le acciughe e i capperi, che Alessio deve tirargli un colpetto di gomito per ridestarlo dal suo atto, perché nemmeno si accorge delle immagini dei giocatori che accorrono via etere, attraverso il tubo catodico, del “Telefunken” della pizzeria, portato in macchina dal proprietario, direttamente dal salotto di casa.
Ciccio ha un istante di esitazione, poi, posando la pizza (piegata in quattro, senza troppa eleganza) si lancia nella più classica citazione di dantesca memoria, guardando Alessio ed annunciando «…la bocca sollevò dal fiero pasto» col suo simpatico accento siciliano, scatenando le risate dei giovani, prima di ripiombare nella concentrazione tipica di ogni spettatore davanti alle partite di calcio, specialmente di noi italiani che è cosa nota.
«Gentili telespettatori italiani, è con grande piacere che vi do la buonasera, in collegamento dallo stadio Camp Nou di Barcellona, sto per elencarvi le formazioni delle due squadre che si affronteranno in questa semifinale: Italia e Polonia. Ricordo a tutti che intanto, a Siviglia, sono pronte a darsi battaglia per l’accesso alla finale di questa coppa del mondo di Spagna 1982 gli schieramenti di Francia e Germania. Tifiamo per gli azzurri, nella speranza che il ritrovato spirito calcistico accompagni i nostri beniamini fino alla finale della coppa del Mondo, gara che non disputiamo da dodici anni, da quel Brasile-Italia di Messico 1970 e che tutti ci auguriamo di poter vedere». Gesti scaramantici non solo dei quattro al tavolo, ma più o meno di tutta la pizzeria all’unisono. Poi, di nuovo immersi a guardare, con gli occhi incollati e le gole calde, pronte per esultare.
Lasciamoli così, con le pizze fumanti sotto il naso, le birre in mano, e la certezza che ora che “pablito” è tornato in forma, niente possa fermare gli azzurri. Perché andrà così. Giusto, signora Italia?
Serie: Spagna 1982
- Episodio 1: L’inizio del mondiale… la prima volta non si scorda mai.
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- Episodio 4: Firenze, il vicolo e il baretto.
- Episodio 5: Da Milano all’Alfetta
- Episodio 6: Metti una sera, con dei commilitoni..(Italia Polonia)
- Episodio 7: La finale: da Genova, finestra sul Mondo
“guardando Alessio ed annunciando «…la bocca sollevò dal fiero pasto»”
In questo passo si ammira tutta la tua intelligenza narrativa. Non per la citazione dantesca in sé (che peraltro, lo ammetto, non mi sarebbe mai ritornata in mente), ma per il contesto in cui l’hai utilizzata, che ha saputo descrivere alla perfezione la confidenza scherzosa e canzonatoria fra ragazzi provenienti da ambienti differenti e fatti incontrare inaspettatamente dai capricci della vita. Per di più mi ha riportato ad un contesto simile vissuto in prima persona, in cui ho conosciuto un amico che difficilmente avrei potuto incontrare se non fosse stato per gli obblighi di leva, che purtroppo la vita stessa si è portata via giovanissimo. Ricordo personale a parte, bravo davvero
Fatti tragici di cronaca in questo episodio che accompagna il 2-0 contro la Polonia. Io, Francesco da Catania, Ciccio per tutti i miei amici, come faccio a non ricordare con schifo quel maledetto servizio militare che mi ha tolto un anno della mia giovinezza?
Giuro che è un nome inventato, città anche 😀 Purtroppo, i fatti di cronaca in quegli anni hanno fatto da triste contraltare a molte vite, più o meno impegnate, anche nella “naja”. Negli anni 80 ancora era obbligatorio il servizio militare, opinabile, ma ho pensato che fosse una realtà in queli anni e mi sembrava giusto toccare, seppur con molta discrezione, anche questo argomento.
E hai fatto bene, anzi l’idea dei militari è davvero buona. È da ricordare che una volta c’era la naja – che qualcuno vorrebbe nuovamente – che strappava via tanti giovani dai loro progetti proprio nel periodo in cui si ha voglia di spaccare il mondo e che spesso metteva in difficoltà le famiglie meno agiate che si trovavano a dover mantenere un figlio lontano da casa contro il loro dovere. Nel 1996 lo stato mi pagava la bellezza di 170.000 lire al mese per fare il soldato, chissà nel 1982!