Mi devi dire di no

Serie: Embolie di un separato


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Prima il gatto della vicina, poi il ciuccio di mia figlia ed ora spazio ad un ricordo...

Rimorchiare una ragazza, ai miei tempi, era una faticaccia immane. La pagnotta te la dovevi sudare. Anzi, te la facevano sudare (la frase mi è uscita così e se avete pensato male, avete fatto bene, perché anche io avrei pensato la stessa cosa). Non c’erano social, telefonini, chat, filtri e robe del genere. C’erano solo i due di picche, c’erano le tipe che ti “appendevano” per un niente, c’erano i loro occhi freddi, di ghiaccio, come quelli di quei serial killer che sciolgono le loro vittime nell’acido, e c’era la tua faccia paonazza, per la gran figura di merda che avevi appena fatto. Stop. Restavi lì come un emerito stronzo. Funzionava in questa maniera: o ti adeguavi o restavi a guardare. E siccome, a me di guardare non andava affatto (anche perché l’ormone chiedeva vendetta), mi mettevo ad osservare quelli più grandi di me e, soprattutto, più bravi. A copiarli. Mi studiavo i soggetti più capaci e mi ci attaccavo come una cozza si attacca allo scoglio.

Probabilmente, sarà una forzatura e non so se riuscirò a spiegarmi, ma avete presente Darwin? L’evoluzione della specie? La selezione naturale? Ecco, paro, paro. Io quei ragazzi che alla fine la spuntavano, me li andavo a capare nel mazzo. Così come Darwin si sarà fissato su quelle giraffe che, avendo il collo più lungo, riuscivano a raggiungere meglio le foglie più alte, a mangiarle e, quindi, procreando, a tramandare il loro tratto genetico alle generazioni future, e a sopravvivere. Stessa cosa. Per questi ragazzi la guerra era guerra e ogni buco, una trincea. Non si arrendevano. Passavo interi pomeriggi a gustarmeli. Tutto stava a non mollare mai. A lavorare sui fianchi.

Per esempio, ammettiamo che ci fosse una tipa interessante, facciamo conto al bar, il ragazzotto si avvicinava e partiva subito in quarta, lei lo rifiutava, ma lui ci riandava sotto, con educazione, chiaro, sennò un bel pizzone non glielo toglieva nessuno. Il giorno dopo, uguale. I migliori alla fine, dàgli oggi e dàgli domani, ce la facevano. Alcuni sono arrivati addirittura a sposarsi. Io, dopo un po’ di tempo, mi sentivo pronto. Avevo tutto chiaro in testa. E c’era pure una ragazza che mi piaceva tanto. Per lei ci stavo sotto. L’importante era che non mi sarei dovuto fermare al primo no. Non cedere allo sconforto. Stava tutto lì, il segreto.

Quel giorno, mi sono ripassato lo schema, ho fatto le prove davanti allo specchio, ho scelto il posto e l’ora. Mi sono improfumato e sono andato. Lei stava seduta ad un tavolino a parlare con le amiche. Ho preso coraggio, ho fatto un bel respiro e ho detto, tutto d’un fiato: «Ciao, piacere, io mi chiamo Alberto, ti posso offrire qualcosa da bere?». «Certo, volentieri!», mi fa lei. Momento di panico, di grandissimo panico.

«Ma, per dio, non mi devi rispondere di sì, cazzo, mi devi rispondere di no!»

«Ma perché tu invece non ti fai vedere da uno bravo?»

E come darle torto.

Serie: Embolie di un separato


Avete messo Mi Piace1 apprezzamentoPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. “«Ma, per dio, non mi devi rispondere di sì, cazzo, mi devi rispondere di no!”
    Ecco 😃 tutta quella preparazione per niente, tipo ‘sei un mito’ degli 883. Molto, molto carino questo ‘angolo dei ricordi’

  2. Non so che dire, sono adorabili questi tuoi racconti. Piacevoli e rilassanti come Happy Days – non so se sei abbastanza vecchio per sapere cos’è/era – perfetti per un serial televisivo, di quelli pericolosi perché ti costringono a mangiare schifezze. Insomma, mi sono spiegata: sono deliziata da quanto ho appena letto.