Mi mancano le parole
Serie: Cinquanta Racconti
- Episodio 1: L’idraulico
- Episodio 2: Telefono erotico
- Episodio 3: La risata
- Episodio 4: UNA PASSEGGIATA SUL LATO SBAGLIATO DELLA NOTTE
- Episodio 5: Due solitudini
- Episodio 6: Novantanove palloncini rossi I
- Episodio 7: Novantanove palloncini rossi II
- Episodio 8: Vai Valentina
- Episodio 9: Novantanove palloncini III
- Episodio 10: Novantanove palloncini rossi IV
- Episodio 1: Mi mancano le parole
STAGIONE 1
STAGIONE 2
Non saprei dirti quando tutto sia cominciato, e mi accorgo che già , questa mia incertezza, questo mio arrancare prima ancora di iniziare, dovrebbe metterti in guardia, perché uno che scrive — fosse pure uno scrittore minore, di racconti brevi e senza pretese — dovrebbe almeno riconoscere il punto esatto in cui qualcosa si incrina, il momento in cui il meccanismo smette di rispondere; invece mi trovi qui, seduto al tavolo, con la penna tra le dita e il foglio davanti, e ciò che mi manca non è la memoria, non è l’idea, non è neppure la struttura della frase, che anzi mi si presenta intera, quasi compiuta, ma proprio quella parola che dovrebbe venire dopo, quella che tu, leggendo, ti aspetti con una naturalezza che io stesso un tempo avevo, e che ora invece si ritrae, si sottrae, mi lascia sospeso in un punto che non è … ma qualcosa di più denso, più ostinato, più…
Ecco, vedi, sono già costretto a fermarmi, e non perché io non sappia ciò che dovrei dire, ma perché nel momento stesso in cui cerco di nominarlo sento una resistenza precisa, quasi fisica, come se quella parola, proprio quella, si opponesse a essere fissata, come se accettare di scriverla significasse concederle una realtà che, finché resta taciuta, posso ancora in qualche modo …
Non devi pensare che io brancoli nel buio; al contrario, la frase è lì, davanti a me, perfettamente riconoscibile, e sono certo che se tu la completassi al posto mio io potrei subito confermarti che sì, è proprio quella; ma il fatto è che non posso essere io a scriverla, perché in quel gesto si nasconde qualcosa di definitivo, qualcosa che non riguarda più soltanto il racconto, ma …
Così ho cominciato a lasciare dei vuoti, non per artificio né per vezzo, ma per una sorta di necessità che, se vuoi, puoi anche chiamare …; quando la parola manca mi limito a segnare tre puntini, e proseguo, affidando a quella sospensione il compito di reggere ciò che non voglio dire, e che pure, in qualche modo, insiste per essere detto.
Scrivo, per esempio: «L’uomo entrò nella stanza e provò una strana…», e mi fermo, e tu, arrivato a quel punto, senti immediatamente il bisogno di colmare quel vuoto, di scegliere tra paura, disagio, inquietudine; ma è proprio in quel punto che ogni parola mi appare insufficiente, non perché non esista quella giusta, ma perché dirla significherebbe restringere, semplificare, tradire qualcosa che, finché resta sospeso, conserva una sua ambiguità , una sua esattezza.
E allora procedo così, lasciando dietro di me una scia di omissioni che non sono lacune, ma scelte, e che, rileggendo, mi danno una sensazione che non saprei definire se non dicendo che ciò che manca pesa più di ciò che c’è, come se ogni puntino aprisse un varco in cui tu, leggendo, sei costretto a entrare, a completare, a prendere su di te una parte di ciò che io non voglio …
Arrivo allora al punto che più mi riguarda, e scrivo: «Quella sera lui non…», e qui non puoi fare a meno di avvertire la tensione, perché la frase è quasi conclusa, manca soltanto un …, una parola sola, e tutto si chiarirebbe; e quella parola io la conosco, potrei pronunciarla senza esitazione, ma scriverla significa accettarla, renderla irrevocabile, e questo è esattamente ciò che non posso …
Rileggi, se vuoi, tutto ciò che ho scritto, e vedrai che la storia c’è, anche senza che io l’abbia mai raccontata per intero: c’è la stanza, c’è la porta chiusa, e soprattutto c’è quella sera, che non ho mai descritto e che pure, in qualche modo, conosci già , perché ogni mia omissione ti ha guidato verso di essa con più precisione di quanto avrebbero fatto le parole.
E allora dimmi, se puoi: è davvero un racconto incompleto questo, o è invece l’unico modo in cui io possa raccontarlo senza mentire del tutto, lasciando che ciò che non scrivo resti lì, sospeso, tra una frase e l’altra, nel punto esatto in cui io mi fermo e tu…
Serie: Cinquanta Racconti
- Episodio 1: Mi mancano le parole
È scritto in modo ammirevole, ma questo non mi sorprende.
La cosa più interessante, invece, è aver fatto del tema della “collaborazione del lettore” il centro ispiratore del tuo racconto.
Il tuo personaggio, che è uno scrittore, abdica, almeno parzialmente, alla sua posizione demiurgica e lascia alcune parole in un silenzio che solo chi legge potrà riempire. E ci racconta proprio questo particolare processo di composizione del testo, che quasi (anzi, senza quasi) si ritrae davanti alla vita dell’altro e le lascia spazio. Non si tratta di completare ma di orientare, come se la linea di una rotta tracciata su una carta geografica si interrompesse qua e là per offrire al viaggio delle alternative, rinominando luoghi, isole, forse addirittura mari.
Non so se sono davvero riuscita a trasmetterti cio che ho provato leggendo il tuo testo, ma sappi che l’ho apprezzato profondamente.
Grazie Francesca. Mi colpisce molto la tua immagine della carta geografica interrotta. È vicina a ciò che avevo in mente: una mappa che non guida fino in fondo, ma che obbliga chi la attraversa a prendersi una responsabilità , a esporsi a sua volta.
Ciao rocco,
Lo ammetto non ho letto gli altri episodi ma questo racconto mi sembra autoconsistente, autonomo e COMPLETO. I … devono stare proprio lì dove li hai messi tu. Anzi, ti dirò, d’ora in avanti … 😉
Ciao
P.
Ciao Pasquale. Sono contento ti sia piaciuto. Gli episodi della serie sono racconti autonomi, felicemente costretti nella brevità imposta dalla piattaforma. Spero avrai modo di leggerli e di darmi un giudizio.