
Mio fratello torna a casa
Oggi mio fratello torna a casa. Dopo diciotto anni, sette mesi e venti giorni. Andranno a prenderlo i miei genitori, mentre io lo aspetterò a casa loro, dove non vivo più ormai da quasi cinque anni. Ho promesso a mia madre di salutarlo e chiedergli come sta, come se me ne importasse qualcosa. Poi, me ne andrò a casa mia. Anzi, a casa mia e di Ada, la sorella di Chiara, che mio fratello ha ucciso circa diciannove anni fa. Quando accadde l’omicidio, lui aveva venti anni, io diciassette.
Una discussione, una delle tante, che era degenerata. Il barattolo dei pomodori pelati pieno a portata di mano. Un attimo. Quanto può essere veloce un attimo? Quanto maggiore è la velocità, tanto più intesa è la forza.
La forza è proporzionale alla velocità
Nessun urlo, come se d’un tratto fosse stata presa da un colpo di sonno. Giù per terra. Nessun tonfo. Morta sull’istante, avrebbe detto dopo il medico legale. Come si dice in questi casi almeno non ha sofferto. Ma lo diciamo sempre noi, da vivi. Ma cosa ne sappiamo davvero di quell’istante? E se il terrore o il dolore o la paura fosse anch’esso proporzionale a quell’istante? Quanto più piccola è la durata di quell’istante, tanto più intenso è il terrore o il dolore o la paura?
Fu catturato dopo dieci giorni, dopo una fuga scellerata, da codardo.
“A cosa pensavi, ogni istante, in quei dieci giorni?” gli dissi una volta quando lo andai a trovare in carcere, una delle rare volte.
“Anche e soprattutto a quello, ma non ce l’ho fatta.”
La chiave questa volta gira diversamente nella serratura. So per certo che ad aprire è mio padre, ma avverto che il movimento è cauto, come a volermi preparare.
Stiamo entrando, c’è anche lui
Sono in piedi, appoggiato al davanzale della finestra della cucina. Entra prima mia madre, non mi guarda. La segue lui, poi mio padre. Mia madre prende un bicchiere e una bottiglia di acqua e li posa sul tavolo della cucina.
“Grazie, ma’” sussurra mio fratello, il capo chino mentre si siede.
Mia madre si allontana e raggiunge mio padre già seduto sul divano del living a vista. Li avevo avvisati qualche giorno prima che mio fratello uscisse dal carcere che avrei speso pochissime parole con lui, ma che loro dovevano stare in silenzio, senza intervenire. Poi me ne sarei andato e avrebbero avuto tutto il tempo per prendersi cura del figliol prodigo che tornava a casa. Capisco la loro condizione, l’amore di un genitore per un figlio può essere incondizionato, una madre e un padre possono perdonano sempre. Non un fratello, non nel mio caso.
Beve un sorso d’acqua, poi alza la testa verso di me. Prova ad accennare un sorriso.
“Ciao.”
“Ciao, ben tornato allora. Dovrei chiederti come stai.”
“Sto bene, grazie.”
Arrivo subito al punto.
“Cosa hai intenzione di fare adesso?”
“Ricominciare, pian piano.”
“Certo, non hai ancora quarant’anni, hai tutta una vita davanti.”
Avverte che quelle parole hanno un significato diverso, pungente e amaro.
“Sono consapevole che non mi basteranno tutti gli anni che mi restano per liberarmi la coscienza… ma ho pagato, ho scontato la mia pena.”
Le ultime parole le sussurra, sa che sono inopportune.
“Tu non hai pagato un bel niente, non hai pagato un cazzo, non c’è un prezzo che possa essere pagato per quello che hai fatto.”
“Lo so, avresti voluto che fossi rimasto in carcere a vita. Che la prima sentenza dell’ergastolo non fosse stata cambiata in trenta anni. Che non mi fossero stati abbuonati una decina di anni per buona condotta.”
“No, io non vorrei mai venire a sapere che ti sei rifatto una vita con una donna, che tu abbia dei figli, che tu possa godere dei momenti di piacere che una vita normale potrebbe offrirti.”
Mi guarda smarrito.
“Cosa vuoi dire?”
“Che non puoi più dormire con una donna, avendone uccisa una. Che i tuoi figli non possono avere un padre assassino.”
Mi sposto dalla finestra e vado verso i miei. Bacio mia madre, stringo la mano di mio padre. Li saluto.
“Ho finito, questo volevo dirti. Ritorno a casa da Ada. Sai, i suoi genitori non le parlano più perché è rimasta accanto al fratello dell’assassino della loro figlia.”
“Mi spiace tanto. Ti prego, porgile le mie scuse. Chiedile il mio perdono.”
“Addio, pensa a ciò che ti ho detto” gli rispondo.
Lascio la casa dei miei genitori. Attraverso il giardinetto. E’ rimasto ancora tutto come quando eravamo bambini. Quando io e mio fratello giocavamo spensierati.
Lorenzo, cosa ti è successo quando sei cresciuto, perché quel momento di follia. Papà e la mamma ci hanno dato tutto l’amore possibile. Perché. Non me lo spiego, non ce lo spieghiamo. Non capiamo, non capiremo mai, questo tormento sarà per tutta la nostra vita.
Mando un messaggio a Ada.
Amore mio, tra poco sarò da te. Vedrai, tutto si aggiusterà anche con i tuoi. Sarò al tuo fianco, sempre. Ti amo.
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Molto bello Francesco! Nonostante l’apparente brevità riesci ad affrontare un tema così complesso e attuale in maniera magistrale senza perderti in manierismi e moralismi inutili che avrebbero solo sovraccaricato la storia!! Complimenti davvero!
Grazie mille Piergiorgio!!
Molto interessante il tuo racconto, originale e scritto molto bene. Il tema è certamente delicato e lascia aperte molte interpretazioni. Tu hai scelto una strada, condotta magistralmente, che è quella del non-perdono. Hai scelto di mettere nella bocca del tuo protagonista parole molto dure, che non scontano nulla. Forse, quanto di meno romanzato e più vicino alla realtà potrebbe esserci. Complimenti
Grazie Cristiana per l’analisi puntuale e aver colto la chiave del racconto. Sì, può esistere anche il non-perdono. Scontare gli anni di carcere non deve necessariamente significare che ci si sia liberati dalla colpa, ma l’espiazione della colpa deve (secondo il fratello) continuare per tutta la vita.
È facile immedesimarsi nel protagonista, nelle sue emozioni e nelle sue azioni.
Un tema molto delicato, che, però, hai gestito molto bene. dando un’impronta ben specifica al racconto.
Grazie.
Non finisce mai di sorprendermi come il concetto di “perdono” continui ad assumere ai miei occhi forme diverse mano a mano che passano gli anni. Ed è sempre bello trovare da qualche parte, come nel tuo racconto, un motivo per osservare queste forme un’altra volta.
Grazie. Davvero bella e profonda la tua riflessione.
“La forza è proporzionale alla velocità”
Questo passaggio è bellissimo. Ci ho colto l’essenza del racconto. Ci riporti fatti tremendi con una precisione e un distacco che mi viene da definire “chirurgico”. Ci poni domande, non ci dai risposte, ma le evochi, e dentro ci risuonano come tuoni. Non eccedi nei sentimentalismi, non cadi nella trappola del troppo che diventa eccesso. Il risultato, per come la vedo io, è perfetto. Un pugno dentro lo staco che arriva in silenzio. E quel piccolo spiraglio di amore, alla fine, è come un dono aggiunto. Insomma, Francesco, mi sei piaciuto tantissimo! Complimenti davvero.
*il pugno era nello stomaco. Perdonami, scrivo di fretta col t9😅
Dea, che dire. Grazie infinite. Commenti come il tuo danno una forza e un incoraggiamento incredibile. Cogli cose in quello che scrivo che vanno anche oltre a quello che intenzionalmente voglio esprimere. Così, mi sembra di essere un narratore neutrale, che lascia tutta la parte emotiva da cercare e scoprire al lettore. E questo, dal mio punto di vista, può essere un grande pregio.
Un racconto intenso e con un argomento per nulla semplice da trattare. Mi è piaciuto molto anche il un punto di vista da cui l’hai raccontato. Lo vedrei bene come inizio di una serie. Molto bravo!
Grazie tante. Si, un tema difficile. Il racconto lungo suddiviso in serie non è ancora nelle mie corde 🙂. Forse arriverà.
Il perdono degli altri serve a poco se non si è capaci di perdonarsi da sé. Per questo è inutile chiedere perdono del male commesso. È meglio scontare una pena e tirare avanti come si può.
Grazie per aver letto e che ti sia piaciuto.