
Mohandas e gli elefanti a “gettoni” – Bangladesh
Serie: Leggende (immaginate) dal mondo
- Episodio 1: Blanca e il vulcano – Ecuador
- Episodio 2: Badù e il pozzo ballerino – Mozambico
- Episodio 3: Mohandas e gli elefanti a “gettoni” – Bangladesh
- Episodio 4: La bicicletta rossa – Germania
STAGIONE 1
Il traffico della città era bloccato. Le capote colorate dei risciò sembravano funghi cresciuti con l’umidità della notte. Mohandas Singh attendeva come tutte le mattine di attraversare quella strada infernale, per recarsi a scuola.
Due uomini–cavallo – così erano chiamati i guidatori di risciò – stavano litigando con un automobilista, che aveva sfondato la ruota di uno dei loro mezzi. Le loro urla si sentivano sopra il rombo del traffico.
Attraverserò dove c’è il ponte, decise Mohandas, altrimenti farò tardi a scuola e la maestra si arrabbierà.
Prese a costeggiare la grande strada, ma il ponte era lontano, fuori dalla sua zona. Per fortuna non trovò altri ostacoli e correndo un po’ arrivò in tempo a scuola.
Durante la lezione, mentre tutti ascoltavano concentrati, la maestra interruppe la spiegazione, arricciando il naso. – Chi è che puzza in questo modo?
Tutti i ragazzi si guardarono attorno. Mohandas pensò, sulle prime, che fosse lui, visto il sudore per la corsa che aveva fatto.
I ragazzi si guardavano, curiosi di scoprire chi fosse.
– Allora – ripeté la maestra – chi è che non si è lavato ieri!?
Un ragazzetto seduto nell’ultima fila si alzò in piedi, il capo chino. – Sono io, signora maestra.
– Da quanto è che non ti lavi, Balbur?
Il ragazzino non rispose.
I suoi vicini di banco, ridendo di lui, trasportarono le loro cose lontano, lasciandolo solo. Mohandas invece non rideva. Era triste, perché sapeva che Balbur era molto povero. A pranzo fu l’unico che gli si avvicinò, per fargli compagnia.
– Perché stai qui con me?
– Così, ho visto che eri solo.
– Non hai paura di essere emarginato dagli altri?
Mohandas alzò le spalle.
Tornando verso casa, mentre pensava a Balbur, e a come fossero cattivi gli altri ragazzi, senza badarci arrivò fino al ponte. Prese la scala costeggiando un muro coperto di rampicanti. Una volta in cima, uno spruzzo d’acqua lo raggiunse, bagnandolo dalla testa ai piedi. Rimase lì un momento, avvilito.
E’ Balbur che si sta lavando, finalmente, pensò, ma subito si vergognò di quella cattiveria. Non voleva essere come gli altri. Aveva preso un impegno solenne con lo sfortunato compagno.
– Voglio vedere cosa succede.
Salì sul muro aggrappandosi ai rampicanti e sporse la testa dall’altra parte. Più in basso c’erano tre elefanti che giocavano con l’acqua, spruzzandosela addosso con la proboscide. I loro barriti erano mesti, perché non erano felici di stare rinchiusi in gabbia.
Il viso di Mohandas si illuminò di gioia. Quel suo pensiero cattivo gli aveva dato l’idea per aiutare Balbur. Porterò da casa un pezzo di sapone domani e verrò qui con lui, decise.
E così fece. L’indomani, dopo scuola, scavalcarono il muro e scesero in mezzo ai pachidermi. Uno di essi aspirò l’acqua da una tinozza di legno e spruzzò per bene addosso ai due. I ragazzini risero forte e gli elefanti risposero con un barrito sonoro e gagliardo. Mohandas e Balbur si insaponarono per bene e poi si lasciarono risciacquare da quell’insolita doccia.
Stavano per andarsene via, passando da dove erano venuti, ma i tre animali li circondarono. Mohandas sentì il loro sguardo triste su di sé.
– Cosa facciamo, adesso – chiese Balbur, allarmato.
– Li liberiamo. Non sono contenti di stare qui.
– Ma sono animali…
– Anche noi siamo animali, ma non stiamo rinchiusi in gabbia. – Fissò la rete pensieroso. – Non tutti, almeno.
Il piano era questo: Mohandas sarebbe entrato nell’orario di apertura e avrebbe atteso il passaggio del guardiano. Quando questi avesse aperto il recinto per portare il cibo ai pachidermi, Balbur lo avrebbe distratto e Mohandas li avrebbe fatti scappare.
Così fecero fuggire i tre elefanti dalla loro prigione, ognuno in groppa a un animale, inseguiti dal custode che chiedeva aiuto. I pachidermi barrivano di gioia. Fuggirono nel quartiere dove abitava Balbur, accolti lungo le vie dai passanti increduli. La voce corse di bocca in bocca e quando arrivarono nel quartiere, li accolse una piccola folla.
– Prendi quella tinozza – ordinò Mohandas.
– Cosa ce ne facciamo? – chiese Balbur.
– Siamo soci o no? Fidati. Anche un tavolino e una sedia – rispose l’amico, strizzando l’occhio.
Caricarono la tinozza, il tavolino e la sedia sulla groppa del terzo elefante e si stabilirono presso un incrocio trafficato, poco distante dal tempio.
– Docce! Una doccia per venti Taka!
Balbur batteva avanti e indietro il marciapiede con un cartello appeso al collo: 1 doccia, 20 Taka.
Mohandas sedeva al tavolino e ritirava le monetine di quelli che volevano lavarsi.
Dietro un paravento un elefante aspirava dalla tinozza e spruzzava il cliente. Il secondo, con una spazzola stretta nella proboscide, spazzolava la schiena. Il terzo risciacquava per bene.
– Guarda come sono contenti – fece notare Balbur.
Mohandas annuì.
– Ma tra un po’ dovremo lasciarli liberi.
– Si, hai ragione. Meritano di essere liberi.
I tre animali, all’unisono, spruzzarono l’acqua verso il cielo, creando una pioggia fresca e ristoratrice, tra le risate dei presenti.
Mohandas capì che un semplice gesto di bontà si moltiplica sempre.
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