Mon Amour (Casa Canneti)

Serie: A casa loro


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Cinque storie per raccontare i centri di prima accoglienza, diffusi in provincia di Pesaro e Urbino tra il 2014 e il 2019

Da qualche mese a questa parte un paio di volte a settimana vado in questura. Ci alterniamo io ed Ayoub, uno dei tre operatori della struttura di Brandani. Di solito faccio il martedì e il giovedì, Ayub il lunedì e il mercoledì. Io e Ayoub non ci incontriamo mai. Venerdì mattina Claudia mi chiama dall’ufficio di via Flaminia e mi chiede se sono disponibile. «Ci sei quel giorno lì e quel giorno lì?» mi domanda. «Mi pare di sì, Claudia, adesso controllo» rispondo «se c’è qualcosa te lo dico, sennò siamo a posto così». Metto giù il telefono, mi giro verso Jihad che è seduta alla scrivania di fianco a me e le chiedo: «come siamo messi per la settimana prossima, abbiamo visite? C’è qualcosa?». Jihad ha 28 anni, vive in Italia da 10 anni, viene dal Marocco ed è la mia collega e la mia memoria. Non so perché ma da settembre, da quando ho cambiato struttura e sono finito ai Canneti, sul colle del San Bartolo, ho problemi a ricordare alcune cose. Ho amnesie e buchi di vario tipo. Jihad mi prende in giro, ride. Ogni tanto, quando la dimenticanza è proprio grossa, alza i suoi grandi occhi al cielo e dice qualcosa in arabo, una frase breve, secca, il tono incredulo. Allora rido io, le dico di aver pazienza, le dico che ho bisogno di una TAC, di una badante, di stare a casa, di dormire per una settimana intera. Intanto è la fine di marzo, le strutture stanno chiudendo una dietro l’altra, un settore intero sta morendo sfilacciandosi, sfaldandosi, e noi che siamo ancora dentro, nel pieno di questa contrazione lunga, caotica e violenta, siamo tutti molto stanchi, nervosi, sospesi. Operatori e utenti. Aspettiamo una fine annunciata più volte e che però non arriva mai. Io, personalmente, sono in questa situazione, sono messo in questo modo: ho un contratto a tempo determinato non più rinnovabile. «Sei fortunato» mi dicono a denti stretti alcuni tra i colleghi che invece hanno il tempo indeterminato «almeno tu sai quando finisce». Infatti lo so. Il 30 aprile ho chiuso. Il 30 aprile è un martedì. Ci penso e quel che penso è che due anni abbondanti sono volati via così, velocissimi e con la potente intensità del viaggio vero. Michele in questura mercoledì e giovedì, ha segnato Jihad sull’agenda, con la sua scrittura precisa, in pennarello blu. Sono le dieci e mezza di un venerdì mattina, dalle vetrate delle due porte di ingresso entra gialla e calda, la luce del sole. È una bella giornata, guardo fuori e penso che è già arrivata un’altra primavera. Valentina, se ci fosse questo tipo di riconoscimento, sarebbe candidabile come insegnante di italiano più paziente della provincia di Pesaro e Urbino. Sta facendo lezione ad alcuni dei ragazzi – tre ghanesi, un nigeriano e un pakistano – in una scuola abbastanza credibile ricavata in fondo alla grande stanza che una volta, fino a dieci anni fa, era la sala di quello che mi pare essere stato davvero un brutto ristorante. «Andiamo a cambiare le lenzuola nelle stanze?» mi chiede Lassina, il giovane operatore residenziale che viene dal Mali, che gioca a pallone, che studia per diplomarsi, che mi chiama le petit Bartò, che prima o poi andrà a vedere una partita di Champions League ma per quest’anno ormai l’occasione è persa, se ne riparla il prossimo. «Va bene», dico «pronti». Shamas, Richard e Saydou ci danno una mano. Saliamo ai piani di sopra. I letti dei ragazzi del centro di prima accoglienza dei Canneti sono 26 e 26 è il mio numero ricorrente: targhe, date, scritte, stanze, cartelli, coincidenze, persone, orari. 26. Ci sbatto continuamente contro e non so perché. Probabilmente non significa molto ma ogni volta che vedo un 26 mi sento in movimento dentro ad tracciato, ad un qualche tipo di destino. È come avere a che fare con le bandiere rosse e bianche dipinte sulle rocce, lungo i tortuosi sentieri di montagna.

Serie: A casa loro


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Discussioni

  1. Sarà anche il titolo, ma io ci vedo proprio affetto in questo racconto. Sia verso il lavoro che verso i colleghi.
    Sono stati chiusi a causa di una legge di qualche anno fa o ricordo male?