Mon Amour (In questura)

Serie: A casa loro


È mercoledì mattina della settimana dopo e sono le nove meno dieci. Invece di andare su in struttura vado direttamente ad infilarmi nel parcheggio di San Decenzio che è proprio a ridosso del centro di Pesaro. Il parcheggio di San Decenzio è molto grande, c’è sempre un sacco di posto. Soprattutto, incredibile ma vero, non si tratta di un parcheggio a pagamento. La questura è lì a due passi, dopo il sottopassaggio, dietro il tribunale e poi a sinistra. È in via Giordano Bruno. Intanto è Aprile, è un’altra bella giornata di sole, il cielo è azzurro, l’aria è tiepida. Spengo la radio, prendo il telefono, scendo dalla macchina e mi incammino. Oggi ho quattro rinnovi di permesso di soggiorno. Né molti né pochi. Che i rinnovi siano due, tre, cinque, otto ci vuole, comunque sia, il tempo che ci vuole. Non è soltanto una faccenda di quantità. Dipende anche dalle distanze e dipende anche dalle persone. Da dove vieni e da chi sei. Infatti sono le nove e mezza ed ancora non si è visto nessuno. O meglio, di gente ce n’è un sacco, ma dei miei nemmeno l’ombra. Molto spesso va così. Sono seduto su una delle sedie di plastica posizionate in fondo alla sala principale della questura, davanti a me ci sono i tre sportelli a cui gli immigrati regolari e gli avvocati si rivolgono per ricevere informazioni di vario tipo e per sbrigare una serie di faccende burocratiche di cui non so granché se non che alle volte sono lunghe, alle volte sono complicate, alle volte sono difficilmente traducibili o spiegabili. Alla mia sinistra c’è una grossa porta di metallo. È bianca, pesante e si apre solamente dall’interno. In altre parole qualcuno ti deve far entrare, da solo non puoi. Dietro quella porta c’è un ampio corridoio e poi, girando a destra, una stanzetta. È più lunga che larga, è spoglia, essenziale. Sul lato lungo c’è una panca su cui sedersi e davanti alla panca, in mezzo al muro, c’è un’apertura che comunica con un altro locale. L’apertura è un quadrato, una finestrella schermata da una sottile lastra di vetro che però non arriva fino in fondo. In fondo c’è una fessura di qualche centimetro e poi, dopo quello spazio vuoto, attraversabile, c’è un pianale di legno scarabocchiato. I richiedenti asilo è in questa stanzetta lunga e stretta che aspettano. Ed è attraverso questo spazio aperto, su questo pianale di legno scarabocchiato che ricevono, se la loro situazione giudiziaria nel frattempo non è arrivata a fondo corsa, il rinnovo del permesso di soggiorno. Firmano un modulo, scrivono il loro numero di telefono di fianco alla voce “recapito”, ritirano una striscia di carta lunga e stretta con la propria foto e il proprio nome impressi sopra, e poi per altri sei mesi sono a posto. Come può essere a posto un equilibrista che cammina sopra un filo teso, sospeso a mezz’aria. «Michele, i tuoi sono arrivati?» mi chiede Francesca spuntando dalla porta bianca e pesante che si apre solo dall’interno e che in effetti ha spalancato lei. «Ciao Francesca» dico «ancora niente, mi spiace. Adesso chiamo le strutture e sento a che punto sono». «Va bene» dice Francesca «vado avanti con gli altri…tu chi sei? Ce l’hai l’appuntamento?». Il nigeriano a cui Francesca si rivolge non è con le cooperative, non è con nessuno. È quel che si dice, un fuori progetto. Ad un certo punto le misure di accoglienza finiscono e questa gente si ritrova da sola, ai limiti della clandestinità, con in mano quello che ha imparato, quello che sa fare. Qualcuno è in grado di cavarsela, qualcun altro invece no. Il nigeriano in questione capisce poco l’italiano e lo parla ancora meno. Non sa bene cosa dire e non sa bene come dirlo. Sta bloccando tutta quanta la fila e in effetti, si scopre, l’appuntamento proprio non ce l’ha. «Vedi la lista?» domanda Francesca mostrando al nigeriano un foglio a4 con stampati sopra una colonna di nomi. Una quindicina. I rinnovi previsti per la giornata. «Vedi che tu qui non ci sei? Se tu non ci sei, io oggi non posso farti proprio niente. Devi chiamare il centralino, amico, chiamare, chiamare, chiamare. Devi fissare un appuntamento, capito? No appuntamento, no rinnovo…nooo…non posso oh! Devi prendere un A-P-P-U-N-T-A-M-E-N-T-O!!! Appuntamento! Capisci? Madonna Santa…Michele, spiegaglielo tu sennò qui facciamo notte…Sotto a chi tocca, avanti il prossimo! Tu chi sei? Fammi vedere un documento. Ok, il tuo nome è sulla lista. Entra. Vai! Dritto e poi a destra! Tu? chi sei? Oh, AMICO! Là dietro! Non spingere. Non vi dovete spingere tra voi! Venite qui UNO ALLA VOLTA! CON I DOCUMENTI IN MANO!». I miei quattro appuntamenti sono arrivati praticamente tutti insieme verso le 10 e 30. Si tratta di due giovani nigeriani provenienti da Novilara e poi di due camerunensi, un uomo e una donna un po’ più grandi della media consueta. Loro due vengono da Acquaviva. Vengono da lontano. Hanno preso l’autobus la mattina presto, hanno cambiato a Fossombrone e adesso sono qui, in attesa, seduti su una panca, dentro a questa stanza lunga e stretta. La struttura di Acquaviva e quella di Fermignano sono gli ultimi due centri di accoglienza superstiti per quanto riguarda quello che nell’ambiente, noi operatori, chiamiamo “l’entroterra”. Tutti gli altri hanno chiuso i battenti. L’ultimo ad affondare è stato San Geronzio. È successo una settimana fa. A Pesaro e dintorni, invece, di centri di accoglienza ne rimangono sei in totale. Scricchiolanti. Quando ho cominciato io, due anni fa, la cooperativa contava 32 strutture. 32 centri d’accoglienza sparsi su e giù per tutta quanta la provincia di Pesaro e Urbino. Erano altri tempi, altre energie, altri entusiasmi, altre progettualità. La voce del mare era ancora più forte del vento che, da terra, già soffiava in questo modo. «No soldi, no lavoro, no documenti» dice uno dei due ragazzi nigeriani quando gli chiedo come va. Me lo dice con aria serena, distesa, con un sorriso appena un po’ triste appeso in faccia. È il suo modo di dire «bene grazie». Un modo piuttosto diffuso, a dir la verità. Una risposta stereotipata, automatica e senza peso che però, in questo caso, è puro e drammatico dato di fatto.

Serie: A casa loro


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Discussioni

  1. “…e poi per altri sei mesi sono a posto. Come può essere a posto un equilibrista che cammina sopra un filo teso, sospeso a mezz’aria”. È tutto lì. Prima di prendere la cittadinanza francese, quando ancora non eravamo sposati, mia moglie me lo diceva spesso: “tu sei cittadino europeo, non lo puoi capire cosa si prova nell’incertezza dell’attesa per quel timbro, a te non ti manderà mai nessuno via dalla Francia”. Ebbene, me la ricordo la sua felicità alle lacrime quando le arrivò la cittadinanza, dopo 15 anni di rinnovi. Figuriamoci cosa devono provare nel cuore questi poveri cristi.

  2. Ok, qui si scrive e si legge, e si suppone che quanto viene scritto, e generosamente condiviso, sia opera d’intelletto e non fatto reale. O, meglio, che se è fatto reale non è affar nostro. E’ un forum di scrittori e non un forum di discussione politica o sociale.
    Giusto?
    Non proprio?
    Allora dico che un racconto come questo, così ben scritto e così intensamente vero, vorrei sentirlo leggere da Gramellini e da Crozza e da tutti quegli attori che con i loro costumi da Arlecchino e Pulcinella si affacciano dal loro palco e parlano al pubblico, facendo la morale sulle storie che li commuovono. Provassero a leggere queste, di storie, con la musica di Einaudi per sottofondo. E vediamo se poi le lacrime non se le devono asciugare sul serio, invece che far finta.
    Piangete, maledizione, e fate piangere quelli che prendono decisioni assurde, trascinateli a terra, fate loro capire cosa sta succedendo nel mondo reale.

  3. Questa nuova serie è molto diversa dalla precedente, senza sbilanciarmi in giudizi soggettivi che non servono. Ciò che invece appare chiaro è che la tua oggettiva bravura e le tue capacità sono oramai una certezza, anzi, un passo avanti ogni episodio. Lo stile asciutto e quasi giornalistico ti è molto congeniale e fa bene a questo tipo di testo. Qui la poesia non c’entra niente e difatti ne fai volentieri a meno. Non servono orpelli e neanche troppe parole, e infatti rinunci anche a quelli. Si sente la vita vera così tanto che non ti importa nemmeno di camuffare il nome. Questo dà certamente un valore aggiunto al testo. Per quanto mi riguarda è ciò che più mi piace da lettrice. Sentire che dietro c’è l’autore. Di esercizi stilistici ne facciamo oramai volentieri a meno.