
Mon Amour (Paul e Michelle)
Serie: A casa loro
- Episodio 1: Il mare e Benedetta
- Episodio 2: Sabato e Domenica
- Episodio 3: Mon Amour (In questura)
- Episodio 4: Mon Amour (Casa Canneti)
- Episodio 5: Mon Amour (Paul e Michelle)
- Episodio 6: Una penna e una matita
- Episodio 7: Abdul lo sapeva
STAGIONE 1
Sono appoggiato con le spalle al muro, in piedi sul lato lungo della stanzetta. Siamo rimasti solamente noi, lì dentro. Siamo gli ultimi. Due nigeriani, due camerunensi ed un italiano, quasi come nelle barzellette. I due ragazzi nigeriani sono del genere minoritario “basso e minuto”. Per la stragrande maggioranza quando si ha a che fare con i nigeriani, con gli africani in genere, si ha a che fare con giganti, con pugili, con sollevatori di pesi, con atleti. I due chiacchierano tra di loro nel loro inglese deformato, per larga parte incomprensibile. Ridono di qualcosa che non riesco bene ad afferrare. Poi parlano di lavoro, mi pare. Di chi tra quelli che conoscono ce l’ha o non ce l’ha. Di chi si è preso una fregatura. Di chi ha avuto i documenti. Di chi è finito in mezzo ad una strada dalla sera alla mattina, col diniego e il ricorso rigettato. Di chi adesso vuole provare ad andar via, magari al sud, magari a Roma, a Napoli, a Milano. Magari addirittura oltre confine. «È difficile Capo» mi dicono «In Italia molto difficile». Hanno scarpe da ginnastica, jeans, magliette colorate, questi ragazzi. Hanno gli auricolari del telefono appesi al collo. Hanno Facebook, Instagram , WhatsApp. Hanno una squadra di calcio per cui tifare, hanno un fratello, una sorella, una madre, un padre, da qualche parte. Sono giovani, soprattutto. Hanno poco più di 20 anni. Chissà cosa si aspettavano. Chissà cosa speravano di trovare. Ci penso e mi vengono in mente tante cose. Però una risposta tutta intera non ce l’ho. Dalla mia posizione frontale ed elevata sposto lo sguardo in direzione dell’uomo e della donna camerunensi. Così, a occhio, saranno attorno ai quarant’anni. Sono alti, sono belli. Sono grandi e grossi, tutti e due. Hanno un’aria gentile, seria e posata. Sono seduti sulla stessa e unica panca sopra cui sono seduti anche i due ragazzi nigeriani ma si sono sistemati ad un metro di distanza da loro. All’estremità opposta. Il centro vuoto che si apre tra i due gruppi è garanzia minima di privacy, è riconoscimento reciproco di necessità, è suddivisione istintuale degli spazi. I due parlano tra loro in francese, lingua che io non conosco. Capisco una parola ogni tanto, una frase ogni tanto, per via della similarità con l’italiano. Dalla lista degli appuntamenti che mi ha mandato Claudia il venerdì mattina della scorsa settimana, so che lui si chiama Paul e che lei si chiama Michelle. Michelle sta spiegando qualcosa a Paul, che annuisce e che ogni tanto aggiunge una considerazione, una chiosa, una domanda. Sono quieti e composti. Discutono a bassa voce. Ogni tanto lui soffia fuori una risata allegra per qualcosa che dice lei. Lei allora sorride e si ferma per qualche secondo, come a godersi lo spettacolo che ha provocato con la combinazione delle sue stesse parole. Dopodiché ricomincia. Puntuale e materna. «Dove lavori capo?» mi chiede Paul ad un certo punto. Michelle infatti ha lo sguardo fisso sul telefono, adesso. Le dita che si muovono veloci sulla superficie liscia dello schermo. «Ai Canneti, qui, poco fuori Pesaro» rispondo «ma sono stato in molti posti. All’inizio facevo le sostituzioni. Mi è capitato anche di arrivare fino ad Acquaviva, in effetti». «Quando?» domanda lui. «Mah, sarà stato un paio di anni fa» rispondo io. Paul parla un buonissimo italiano, evidentemente ha messo a frutto i suoi giorni, le sue settimane e i suoi mesi. Evidentemente ha intuito fin da subito il vantaggio della conoscenza della lingua. Mi dice che Acquaviva è tranquilla ma è lontana, che da lì, con gli autobus, ci vogliono tempo e soldi per arrivare da qualsiasi altra parte. Che il problema sono i documenti che non danno. Che il problema è il lavoro che non c’è. Mi parla del Camerun, anche. Degli scontri recenti, dei disordini, della divisione carica di guai tra popolazione anglofona e francofona. Se ne sa poco, dice, ma vivere lì, in alcune zone, è diventato veramente un gran casino. Pochi scherzi…rischi l’osso del collo punto e basta. È quasi mezzogiorno, ormai, i due ragazzi nigeriani hanno fatto quello che dovevano fare, hanno rinnovato i loro permessi di soggiorno, ci siamo salutati e poi loro se ne sono andati via. Ho chiamato Alessandra, l’operatrice di Novilara. «Tutto a posto», ho detto. «Grazie, Michele» ha detto lei. Adesso è il turno di Paul, ha consegnato il vecchio permesso di soggiorno e le due foto tessere a Francesca. Lo ha fatto attraverso lo spiraglio della finestrella piazzata in mezzo al muro, attraverso il pianale di legno scarabocchiato. Francesca ha raccolto tutto quanto ed è andata in ufficio, lì dietro, a controllare, a compilare, a stampare. Non resta che sedersi di nuovo, non resta che aspettare. Paul mi guarda fisso per un paio di secondi, in silenzio, come pensando a qualche cosa. Come soppesandomi. Poi sorride e mi chiede se mi ricordo di Roger Millà, di Omam Biyik., di N’Kono. Me li ricordo. «Certo che me li ricordo». Erano i Mondiali del 90, quelli delle notti magiche, quelli del “sotto il cielo di un’estate italiana”. Il Camerun era arrivato ai quarti di finale e nel girone di qualificazione aveva clamorosamente battuto l’Argentina. Era stata una delle squadre rivelazione del torneo, fregata dall’Inghilterra ai supplementari, su rigore. 3 a 2. I leoni d’Africa, così li chiamavano. Coloratissimi, appassionati, allegri. Come i ragazzini che eravamo, noi, quella volta. Nell’estate del 1990. Io, Paul e di sicuro anche Michelle. Sono fuori. Anche per questa volta con la questura ho finito. Ho salutato Francesca e poi, di seguito, ho salutato anche i due camerunensi. «Ciao ragazzi, è stato un piacere, buona fortuna». Io, Paul e Michelle ci stringiamo la mano e ci dividiamo per strada, al primo incrocio. Loro vanno verso il centro. Vanno a prendere l’autobus. Se ne tornano ad Acquaviva con sei mesi di permesso di soggiorno in tasca. Io mi dirigo lentamente verso il parcheggio di San. Decenzio, il telefono già in mano. «Pronto Jihad, si ho fatto…ascolta, passo all’Ipercoop a prendere un caffè e due pezzi di pizza, poi vengo su. Volete qualcosa? Tutto a posto? Chi? Umade? E capirai se non si metteva di traverso…che rottura…dai, tra un po’ arrivo, glielo dico anche io…si lo so, lo so…per quel che vale…ci provo…mammamia…madonna mia che palle…». Salgo in macchina, butto il telefono nel porta oggetti e poi spalanco i finestrini. Mi metto la cintura, accendo la radio e parto. «There must be some kind of way outta here, said the joker to the thief», così canta Jim Hendrix in “All along the watchtower”. Esco dal parcheggio e mi immetto nel traffico insieme a tutto quanto. Insieme a tutto il resto. «Mon Amour» penso mentre vado, mentre la pinna rossa dell’Ipercoop compare alla mia destra, mentre mi fermo all’incrocio di via Ponchielli, aspettando che il semaforo diventi verde. «Mon Amor»… Paul è in piedi, allo sportello, con Francesca davanti e con me al suo fianco. Il modulo da riempire è appoggiato sul pianale di legno scarabocchiato. Ha firmato dove deve firmare ma poi alla voce “recapito” ha una specie di vuoto di memoria: insomma non si ricorda il numero di telefono. Allora Michelle si alza dalla panca e si posiziona tra lui e me, in mezzo, con il telefono in mano. Comincia a dettare i numeri, uno alla volta. «Trois-cinq-un»…Paul si china di nuovo sul modulo e li trascrive lentamente. Grande e grosso com’è sembra un alunno, un bambino con il grembiule azzurro. «Vedi?» dice Francesca «Senza le donne, voi uomini come fate? Non vi sapete nemmeno soffiare il naso, da soli». Sorridiamo scioccamente, io e Paul, rinunciando, imbarazzati, a replicare qualunque cosa. Mi giro verso Michelle, invece, la guardo per un secondo e poi dal suo viso scuro e bello va a finire che l’occhio mi cade meccanicamente proprio al centro della sua concentrazione, sul display illuminato del telefono che ha in mano. “Mon Amour” è quello che c’è scritto. “Mon Amour” è quello che io leggo. «Deux-neuf-sept-cinq» dice Michelle. Paul scrive, Francesca aspetta, io ci penso su…Poi il semaforo diventa verde e io riparto.
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- Episodio 1: Il mare e Benedetta
- Episodio 2: Sabato e Domenica
- Episodio 3: Mon Amour (In questura)
- Episodio 4: Mon Amour (Casa Canneti)
- Episodio 5: Mon Amour (Paul e Michelle)
- Episodio 6: Una penna e una matita
- Episodio 7: Abdul lo sapeva
Le ultime righe da brivido e quel ‘mon amour’ buttato lì, che sembra quasi a caso, ma che invece chiude a meraviglia la trilogia. Cosa si può dire? Da fuori crediamo di sapere tutto, dentro però non ci siamo mai andati. Tu ci ha i portati.
Grazie a te, Cristiana, che hai avuto la pazienza di venire a vedere dove sono stato
Un racconto bello esplosivo, con un certo gradi di quel tipo di Verità a un passo da noi eppure così distante. Lo avrei apprezzato di più, però, se fossi andato a capo qualche volta, ho avuto difficolta a leggere, ci sono periodi diversi e leggerli tutto d’un fiato m’a creato difficoltà. Lo dico perché risalterebbe di più certi passaggi, ciao
Grazie della lettura e del commento, David. Si ho riletto e in effetti capisco quel che dici. Mi sembra facilmente leggibile, però (ma magari mi sbaglio, perciò mi prendo il tuo appunto e ci ragiono)…boh, poi i punti e capo è già da un po’ che non mi convincono più.
Persone come noi. Non nemici, non demoni. Persone.
Persone