Monica, Laura e Marco

Serie: Assalto al condominio!


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Marco invita tre amici a cena per festeggiare il suo trentesimo compleanno, in un appartamento al quarto piano di un condominio residenziale. Quando questi vengono a sapere di essere gli unici abitanti del palazzo, perchè gli altri locali sono stati sottoposti a disinfestazione, succede il finimondo

«Cazzo, cazzo, cazzo!» sussurrava Monica, mentre si fiondava su per le scale. «Gliel’avevo detto che non dovevamo scendere!»

Ma non l’avevano ascoltata, come al solito, pensava. Non c’era da stupirsene: se sei donna, ti danno retta solo se sei figa.

Cheppalle, non posso farmi beccare: magari vado pure sul giornale! Ai miei genitori gli prende un infarto, e poi al lavoro…, valutò.

Primo piano, tutto tranquillo.

Chissà gli altri dove sono, si chiese e, proprio mentre arrivava al secondo piano sbuffando, vide l’ascensore che le passava accanto e saliva.

Fece mente locale per ricordare dov’era l’appartamento: era così buio che quasi non vedeva i gradini. Intanto, sentì i poliziotti fare irruzione al pianterreno.

«Ancora un piano,» si disse, e finalmente giunse al terzo. Ok, è questo qui, pensò, affannata davanti all’ingresso dell’appartamento di Marco.

«Perché hanno chiuso la porta? Possibile che non gliene freghi proprio niente di me?» valutò, contrariata.

Bussò piano.

«Ei!» sospirò, con le labbra tremolanti che sfioravano la porta. «Oh, ragazzi!»

Intanto, coll’unghia laccata di rosso raggiunse il campanello.

Cosa poteva fare? Le sembrava di sentire i poliziotti che salivano le scale: forse erano già al primo piano. Se avesse suonato il campanello, l’avrebbero sentita.

Chi se ne frega! pensò.

Doveva entrare in quel cavolo di appartamento. Suonò, ma nessuno rispose.

«Ragazzi,» sibilò, saltellando per l’agitazione. «aprite!» e poi, quando si accorse che nessuno veniva a soccorrerla, «Pezzi di merda!»

Si attaccò al campanello, nella frenesia della fuga. I poliziotti le stavano addosso. Perché i suoi amici l’avevano abbandonata? si chiedeva. Se doveva finire in commissariato, allora sarebbero venuti con lei, i traditori!

«Aprite, DAI!» sussurrò, un po’ più forte.

Le sue suppliche, impotenti, investivano la lastra finto-legno della porta. I poliziotti erano vicini: ancora pochi secondi e l’avrebbero ghermita.

Nel buio della notte, chissà cosa potevano farle! s’immaginò.

Nell’attimo in cui si vide presa, nel mezzo del ballatoio, da una squadra di uomini in divisa sentì aprire, finalmente, la porta. Sgattaiolò dentro.

«Oddio! Mi viene da vomitare.» disse, e si fiondò verso il bagno.

Seduta sul cesso chiuso, due bottoni della camicetta slacciati sul decolté, per aiutarla a respirare, e la gonnellina tutta spiegazzata, Monica si preparò a mandare i suoi cari compagni a quel paese.

Dall’affaccio sull’anticamera si avvicinavano due figure in controluce. Monica, il rossetto sbavato, tutta avvampata, puntò il braccio teso verso la porta e aspettò che Marco e Aristide entrassero nella stanza, pronta a fargliela pagare per il mezzo infarto che le avevano causato.

Invece, dalla luce emersero i vicini che abitavano al piano di sotto.

«Sali, presto!»

«E gli altri?»

«Sono già andati!»

Marco prese Laura per mano e la accompagnò dentro l’ascensore. Appena chiusa la porta, schiacciò il tasto del quarto piano.

«Ci hanno beccato!» esclamò Laura, eccitata.

Marco, addolcito dall’espressione dipinta sul volto di Laura, si lasciò sfuggire un sorriso: sembrava tornata bambina. Sembrava come quando uscivano assieme e si divertivano come adolescenti negli anni in cui molti, invece, tendevano a mostrarsi già adulti. Di colpo sentì un peso atavico, che da sempre gli cingeva lo stomaco, affievolirsi.

«Sei un idiota!» esplose la ragazza. «Come t’è venuta in mente un’idea tanto stupida?»

«Io?» si difese Marco. «Veramente è venuta ad Aristide.»

«Sì, ma tu gli hai dato corda!» ribatté Laura.

«E tu? Eri d’accordo, se non mi sbaglio.» rispose Marco, e poi: «Guarda: siamo quasi arrivati!»

Laura si volse verso le porte dell’ascensore ma, nel farlo, s’impigliò col vestito in una maniglia. L’anta di legno si aprì, bloccando l’ascensore a metà fra il terzo e il quarto piano.

«Cazzo!» esclamò la ragazza.

«Aspetta!» fece Marco.

Chiuse la porta e schiacciò di nuovo il bottone del quarto piano. L’ascensore ripartì.

«No! Se i poliziotti vedono l’ascensore fermo al quarto piano, capiranno che siamo stati noi a entrare negli appartamenti!» disse la ragazza, e mentre finiva la frase premette il pulsante rosso di stop.

L’ascensore si fermò per la seconda volta. Marco si prese un istante per riflettere.

«Hai ragione,» concluse. «andiamo al quinto.»

Laura scorse rapidamente la tastiera e premette il numero cinque ma, appena l’ascensore si rimise in moto, fu Marco a fermarlo.

«Aspetta, andiamo al terzo. Al quinto piano non c’è nessuno e subito sotto ci siamo noi! È come dire: è colpa nostra!»

Premette il numero tre.

«Secondo te, ci arrestano?» chiese Laura, preoccupata.

Marco non riuscì a formulare una risposta perché lo sguardo di lei – un’espressione fragile, anche se il suo volto, ormai, era diventato maturo – lo intenerì al punto di bloccargli il pensiero.

«Ei, perché non si è fermato?» disse, distratto dall’ascensore che, passato il terzo piano, continuava a scendere.

Premette il tasto STOP, ma l’ascensore continuava a scendere.

«Dobbiamo fermarlo!» imprecò.

«Perché non si ferma?» gridò Laura.

«Forse abbiamo surriscaldato i freni…»

«E allora, cosa fa?»

Ora, la ragazza aveva davvero paura.

«Non lo so. Si ferma al piano terra, credo.»

Marco continuava a premere il pulsante STOP, senza effetto.

«Smettila di schiacciare, è rotto!» sbottò Laura.

L’ascensore aveva passato anche il primo piano e ormai si apprestava a raggiungere il pianterreno, dove l’aspettavano i poliziotti.

Marco provò a premere il pulsante del quinto piano. L’ascensore si fermò e riprese la corsa verso l’alto. Si abbracciarono, sollevati per lo scampato pericolo.

«Ora dovrebbe fermarsi al quinto.» valutò lui, osservando i piani che, uno dopo l’altro, sprofondavano sotto il vetro della porta, dietro la nuca di Laura.

La guardò, e questa volta gli parve che anche lei subisse lo stesso effetto che l’aveva catturato poco prima: le sue pupille erano ancora dilatate, ma non per paura. Laura si scostò e gli diede le spalle.

«Con tutto questo casino, ci prenderanno sicuramente.» disse.

«È probabile, ma alla fine, cosa vuoi che succeda? Non abbiamo fatto niente!»

«Spero che tu abbia ragione.» aggiunse Laura, poi disse: «Mi sento strana.»

«Anch’io.»

«Tutte quelle canne, e il vino…»

«Già!»

L’ascensore passò indenne il terzo piano.

«Sono anche un po’ eccitato, tu no?» azzardò Marco, dopo un breve silenzio.

«Non ci provare, carino: sono una donna sposata!» ribatté Laura, e sorrise.

Marco le diede un bacio sulla nuca.

L’ascensore salì oltre il quarto piano: il quinto era ormai davanti alle porte.

«Ci siamo!» disse Marco, e si preparò a balzare fuori dalla cabina insieme a Laura.

L’ascensore, tuttavia, continuò a salire.

«Cosa?» fecero entrambi.

«Dove va, adesso, al sesto piano?» chiese lei, contrariata.

«Non c’è il sesto piano! Mettiti giù, andiamo a sbattere!» gridò Marco e si accovacciò sopra Laura.

Attesero l’impatto per pochi, interminabili secondi poi, quando furono certi di aver evitato l’incidente, aprirono gli occhi e si sollevarono. L’ascensore continuava a salire, ma ora di fronte ai vetri delle ante c’erano terra e radici, invece di cemento.

«Cosa sta succedendo?» chiese Laura, scioccata.

Volse le braccia all’indietro, per sentire Marco. Lui l’abbracciò e le disse che non ne aveva idea. I due ragazzi restarono in silenzio con gli occhi spalancati su quella massa di terra, che non accennava a terminare. Radici, sassi, strati di terriccio si alternavano nell’ascesa. Poi, senza preavviso, l’ascensore sbucò dal sottosuolo, e la cabina fu inondata di luce. I ragazzi guardarono fuori: c’era un prato di erba verdissima. Laura scostò le ante e aprì, proiettandosi verso l’esterno.

Serie: Assalto al condominio!


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Discussioni

  1. ” osservando i piani che, uno dopo l’altro, sprofondavano sotto il vetro della porta,”
    bell’immagine, molto riuscita nella sua semplicità (che non vuole essere un’espressione sminuente, beninteso)

  2. Al momento l’ordine del terzo e del secondo episodio sono invertiti, meglio correggere per non rovinare la sorpresa a chi legge 😉
    Molto interessante questa serie, l’atmosfera è ben descritta e la suspense ben tesa. L’ascensore che sbocca mi fa intuire qualcosa…

  3. soprattutto mi attira il tuo stile agile ed esatto, capace di dire molto con pochi tratti. La dinamica entro/non entro nell’appartamento e la figura di Aristide – lieve e curioso sotto il carico di quel nome – sono molto ben riusciti, quasi veri.