
Mors
Sto osservando il crepuscolo, in attesa che la notte mi getti ancora nell’angoscia. La finestra filtra gli ultimi raggi di sole che rivelano un volto cupo e sofferente. Il respiro, frenato e affaticato al tempo stesso, è l’unico suono che infrange il sacro silenzio, parte integrante dell’amata assenza che a lungo ha accompagnato la mia vita.
Non c’è nulla intorno a me, né oggetto né persona con cui stringere legame, o meglio, con cui io voglia stringere legame. I miei genitori, sepolti da tempo, sono il primo e ultimo ricordo di un vincolo affettivo, ma è anch’esso svanito fra le nebbie della mente, dove vagano anche i vecchi spettri dei piaceri passati. Perché nessuna emozione risorge quando rammento la mia infanzia: dei momenti che una volta avevo forse reputato gradevoli e per i quali valeva la pena vivere, ora rimangono solo i contorni, ed il loro contenuto è impallidito al punto da non rappresentare per me più alcunché di significativo.
Sono un uomo malato, e la mia è una malattia della paura. Ciò che mi terrorizza è il timore della perdita, la trepidazione per il momento in cui ogni cosa declina inevitabilmente verso la sua fine. Mi spaventa a morte il solo pensiero che un giorno possa perdere una persona a me cara, un oggetto cui sono strettamente legato, o persino la mia stessa salute. Il vuoto che un accadimento simile può produrre è per me un’eventualità troppo detestabile da immaginare nonché – Dio non voglia – da sperimentare. La conseguenza di un atteggiamento come questo è facile da intuire, poiché solo l’apatia può sopravvivergli. Non c’è spazio per gioia o sofferenza, gratificazione o rabbia, quando vengono indotte privazioni verso qualsiasi attaccamento.
Ed il mezzo migliore per privarsene è certamente l’assenza – la tanto cara assenza dei possedimenti materiali e immateriali – la quale mi impedisce di stringere legami, che per me sono come catene roventi, con persone che non ritengo nulla più che semplici estranei, e con oggetti in cui non osservo alcuna utilità. Per tal motivo ho sempre condotto una vita di isolamento, lontano da ogni forma di affetto per paura che questo, all’improvviso, possa venir meno lasciandomi perduto. Io che non ho nulla sono incapace di riporre aspettative nel mondo e, dunque, di ritrovarmi deluso o tradito.
Ma lentamente una malsana idea ha cominciato a strisciare nella mia immaginazione, come di una paura ossessiva che, in virtù di non so quale aspetto, è in grado di soverchiare ogni altro timore. Essa non mi si è manifestata sin da subito in modo chiaro, e solo dopo molti giorni la sua forma dapprima confusa si è fatta via via più definita, al punto di mutare da fantasma evanescente a mostruoso essere della notte. Ora sono in attesa della sua visita: lo sento giungere da remoti ricordi, incombente con l’arrivo delle tenebre in questa notte silenziosa.
Scrivo queste pagine per speranza – forse – di razionalizzare il pensiero e l’ossessione che mi pervadono in questo momento, poiché non è che da poche ore che nella mia mente è riemersa un’antica memoria, una reminiscenza che si presenta a me come l’inizio della mia malattia.
Tale ricordo appartiene agli anni della mia prima adolescenza, quando ero ormai abbastanza autonomo per girovagare fra i vicoli e i giardini del piccolo paese senza causare troppe preoccupazioni ai miei genitori. A quei tempi frequentavo di rado gli altri ragazzini, perché erano le riflessioni ed i pensieri introspettivi ciò che più prediligevo nel tempo libero. Così accadeva spesso che mi ritrovavo a camminare e camminare senza meta né compagnia alcuna, immerso forse in meditazioni ben più profonde di quanto allora immaginassi, specie se considerata la mia giovane età. Ma per una ragione o per un’altra non mi ero mai spinto al di là dei confini di quell’agglomerato di abitazioni che aveva sempre costituito la mia casa: il piccolo villaggio montano della mia infanzia. Mai, fino a quel giorno d’un grigio autunno.
Un sentiero laterale ad uno stretto rivolo aveva più volte guidato i miei passi in salita verso le montagne, pur senza mai condurli laddove i tetti delle case non divenivano che esigue forme lontane sotto lo sguardo. Eppure, in quel tardo pomeriggio autunnale il gorgoglio dell’acqua aveva incantato e persuaso la mia volontà al punto da sbiadire la cognizione del tempo, nonostante il freddo crescente e il vento che sempre più insidioso soffiava fra i rami spogli dei tronchi. Ben presto mi trovai in territori mai esplorati, che ai miei occhi da bambino appena cresciuto apparivano come l’oltre delle Colonne d’Ercole. Il ruscello, ora fattosi più ripido, mi invitava a seguirlo lassù in direzione dei boschi, dove grandi misteri immaginifici mi attendevano.
Mi arrampicai per interminabili minuti su per il sentiero, tenendo sempre sott’occhio il corso d’acqua che stavo seguendo a ritroso, e aiutandomi anche con l’udito. Rammento che quel giorno ero deciso più che mai a spingermi lontano – non importava dove – malgrado la fatica e l’incedere dell’imbrunire. La mia fantasia da ragazzo galoppava a velocità mai sostenute prima, sospinta dal brio dell’esplorazione incondizionata. Un impellente bisogno di scoperta, di nuovo, era tutto ciò cui in quegli attimi agognavo.
Alla fine giunsi in un’area pianeggiante, dopo aver attraversato il bosco nudo sopra un tappeto di foglie ancora soffice. Lì potei finalmente calmare il fiato e rilassare le gambe, infatti non esitai un solo istante a sdraiarmi al suolo. Alternavo stregati sguardi al cielo con momenti di riposo a occhi chiusi, e non so dire se finii per addormentarmi o meno.
Quello che ricordo è che ad un certo punto qualcosa mi scosse dal mio stato di torpore: si trattava certamente d’un rumore d’acqua. Ma non era il debole mormorio del ruscello accanto a me – no: stavo sentendo qualcosa di diverso, di più intenso ma distante. Mi sollevai così dal mio giaciglio e cominciai a guardarmi intorno; poi seguii il solco d’acqua con lo sguardo e, in mezzo ai contorti rami degli alberi, riconobbi una cascata. Essa precipitava alta e stretta dall’altura sulla quale mi trovavo, per poi riunire la propria essenza in una pozza non molto ampia, nuova origine del rivolo che mi aveva condotto sin qui.
Subito dopo averla raggiunta, il suo scroscio attutì immediatamente i suoni nei dintorni, ovattando ma acuendo al tempo stesso le fantasticherie che volteggiavano nella mia testa. Dicono che i rumori dell’acqua aiutino a incanalare i pensieri: se questo è vero, fu per certi versi quello che accadde. Benché non assordante, il fragore della cascata diede – non so come – una precisa direzione alle mie idee, ma era una direzione ignota verso cui non mi ero mai spinto, e alla quale una parte di me si opponeva con solidità. Era come se, di pari passo con l’ascesa del crepuscolo, la mia immaginazione scivolasse inesorabile dentro un meandro inesplorato, saggiando un tipo di timore del tutto nuovo al mio spirito da giovane ragazzo. Ma ciò che provavo era qualcosa di talmente insidioso, di così sottilmente nascosto, che il mio primo istinto non fu quello di distrarre la mente o pensare ad altro. Scelsi invece di restare, per vedere dove quelle sensazioni mi avrebbero trascinato. Riflettendoci oggi mi domando però: ebbi mai davvero una scelta, quel giorno?
Le ombre nella natura si erano ormai allungate, segno che la notte si stava facendo vicina, come mai prima d’allora s’era fatta mentre ancora non mi ero ritirato. Eppure sono certo che non fu un gioco di luci quello che scrutai oltre la cascata, al di là della grigia pozza d’acqua. L’immagine di uno stretto ingresso, come di una scura cavità, appariva distorta dietro il flusso trasparente. Era inaccessibile perché si sollevava alto, su una parete piuttosto ripida. In maniera quasi simultanea al momento in cui notai quel foro nella terra, il sentimento strisciante di poco prima si sollevò dalle tenebre del pensiero e mi pervase. Fu solo allora che lo definii pienamente.
Non so dire come la memoria abbia così abilmente sepolto questo bizzarro episodio della mia adolescenza, poiché esso scemò nel corso degli anni, a dispetto della cruciale importanza che – solo oggi lo realizzo – ebbe per lo svilupparsi della mia malattia. Anzi, non esiterò nell’affermare che possa persino costituirne il principio. Perché immediatamente prima di ridiscendere il pendio sul quale mi ero arrampicato, prima di voltarmi e dirigere il mio passo affrettato verso un tetto accogliente, al riparo dalle incertezze e dai timori della notte, due scintillanti occhi la cui forma era alterata dall’acqua mi stavano fissando dall’interno della piccola grotta. Ed ora sono in attesa della loro visita.
Le ultime parole di queste pagine sono accompagnate dalla sincera consapevolezza di una morte imminente, perché non è altro che questo il sentimento che sempre ha guidato la mia esistenza, sorto vicino ad una cascata che non ho mai più ritrovato.
Non ho più forze per continuare, ed in questa stanza spoglia sto attendendo la visita di un essere scheletrico i cui occhi brillano in un’oscurità senza nome. Ho paura di perdere la vita: so che arriverà, non c’è più tempo. Ma so anche che cosa si deve fare.
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“Per tal motivo ho sempre condotto una vita di isolamento, lontano da ogni forma di affetto per paura che questo, all’improvviso, possa venir meno lasciandomi perduto.”
Sono convinta che uno dei maggiori pregi della scrittura sia quello di descrivere il lettore senza conoscerlo, e questa frase mi ha colpita in pieno. Che dire, grandissimo racconto, veramente uno dei più belli che io abbia letto da quanto sono comparsa qui su EO
Su questo aspetto ci rifletto spesso anch’io: leggere un testo altrui è un po’ come scrutare da un forellino l’interiorità dell’autore, se questo testo nasce da naturale sincerità. E su questa naturale sincerità ci sarebbe tanto da dire per definirla meglio.
Per il resto, apprezzatissime le tue parole, troppo gentile, grazie davvero :))
Concordo con Stefano Favaro nel dire che il tuo timbro narrativo è giunto al punto da appartenere solo a te. Tutti noi veniamo influenzati, in un modo o nell’altro, dalle letture che amiamo, ma esse sono solo delle risorse che ci aiutano a intraprendere una strada piuttosto che un’altra. Una delle virtù del tuo scrivere è quello di far calare il lettore negli stati d’animo del tuo protagonista, complice l’ambientazione che da spaziale si fa mentale.
Ciao Micol, grazie mille per il commento, troppo gentile! Non sai quanto apprezzo che la dimensione mentale si noti tanto quella spaziale: per me è forse l’aspetto più importante.
Rieccomi! Non posso che confermare quanto già detto. Qui forse ti stacchi un po’ di più dai “maestri” per quanto riguarda lo stile di scrittura (soprattutto nella prima parte), ma il DNA è quello: come EAP, come HPL, nei tuoi racconti il filo conduttore è un terrore noto ed ignoto allo stesso tempo, qualcosa che il nostro io cosciente non conosce, ma che è conosciuto dal nostro subconscio. Qualcosa che il nostro cervello razionale sa che non può esistere, ma che le nostre viscere percepiscono come reale. E, spesso, hanno ragione loro.
Bello questo tuo scritto, a partire dal titolo. Brividi lungo la schiena, mentre leggevo con ‘passi’ incerti, e legnetti che scricchiolano sotto le scarpe. Mani che scostano le fronde degli alberi, il freddo che si fa sentire, il rumore dell’acqua. Mi piace il genere e tu hai condotto con maestria questa danza macabra. Bravissimo.
Ti ringrazio, Cristiana! 🙂
Il tuo commento mi ha fatto capire che l’atmosfera del racconto è passata bene e, come credo ti sia ormai resa conto, l’atmosfera è fra quegli elementi che mi piace più curare, in quanto la apprezzo moltissimo nelle opere altrui. Un saluto!
Poe, Lovecraft…sì, ma menzionerei anche Gabriele Pagani 🙂
Hai uno stile tuo, evidente e unico in ogni tuo scritto.
Avanti così, e complimenti: non essere emulo di nessuno, continua a essere te stesso.
Un consiglio tanto semplice quanto importante: in mezzo a tanti bravi scrittori che la storia ci regala, è facile dimenticarsi di quanto conti l’identità personale di ciò che si scrive. Come devo aver già risposto a qualcuno, essa è ciò che sto mirando a sviluppare piano piano, eliminando sempre di più costruzioni di frasi antiquate in cui ci si imbatte negli scritti di ormai fin troppo citati autori, preservandone al contempo l’eleganza e, in parte, lo stile.
Grazie per ogni tuo commento, Stefano! Sei un incoraggiamento alla perseveranza che oggigiorno è tanto difficile dedicare alle cose che veramente contano 😀
Avvolgente di terrore e paura, in certi passaggi ansia. Letto con il fiato sospeso fino all’ultima riga. Non c’è cosa più orribile della morte.
Molto bravo, hai uno stile che merita un inchino, parole azzeccate e messe al punto giusto. Complimenti.
Grazie per aver letto e commentato, Giglio! 😀 Come forse è facile notare, verso la fine mi sono dovuto affrettare un po’ per questioni di spazio, ma spero che il risultato possa essere comunque soddisfacente. Un saluto!
Ho amato Lovecraft più di Poe (spero di non offendere la sensibilità di nessuno). Ciononostante ho trovato questo tuo racconto molto bello. Continuerà?
Nessuna offesa per quanto mi riguarda, Giancarlo 😀 Per me ci sono periodi in cui mi sembra di apprezzare maggiormente l’uno piuttosto che l’altro e viceversa, anche se forse ho una lievissima predilezione per Poe (forse per i temi da lui trattati più vicini al mio gusto). Ad ogni modo no, non ci sarà un continuo. In principio avevo in mente di sviluppare un finale più esteso ma purtroppo per questioni di spazio mi sono trovato a snellirlo parecchio. Grazie per l’apprezzamento! 😀
Moto interessante questo sviluppo, una trama difficile. È il genere che preferisco, che ricalca lo stile di Poe.
È un complimento questo, voglio chiarire. Scegliere un target del genere non è, mi si perdoni il gioco di parole, una scelta ma un’attitudine, oserei dire perfino un’indole. Perché ci sono anche i contenuti qui che viaggiano paralleli alle atmosfere così caratteristiche del celebre scrittore americano.
Una scrittura molto curata, un muoversi bene tra ombre sfumate. Titolo che ben si addice.
Credo che insieme a @LaMascheraRossa ci troviamo di fronte a un bel fronte sperimentale che si incanala su un genere che, personalmente, adoro e richiede una grande abilità. Se poi aggiungiamo @giglio_pacini con il suo ultimo scritto, che per contenuti si può considerare nel giusto filone, e chissà quanti altri/altre che non conosco qui, si potrebbe pensare di lanciare una serie ospitata da uno di noi. Tipo “Le ombre di Edgar”… o qualcosa del genere.
Ma sto divagando: complimenti Gabriele. Bella prova.
Ti ringrazio del lungo commento Robért. Dei contenuti e delle atmosfere tipiche di Poe mi sono innamorato nel tempo scoprendo i suoi scritti dopo quelli del suo grande successore, Lovecraft. C’è qualcosa nei temi da lui trattati, di così vicino al vero orrore psicologico, di cui difficilmente riesco a fare a meno nella scrittura. Ma, per quanto ami anche il suo stile narrativo, sto altresì tentando (lentamente) di distaccarmene almeno un minimo, principalmente per quanto riguarda certe costruzioni di frasi forse ormai considerabili antiquate. Vedremo come andrà, un caro saluto! 😀