Morte e Torre.
Serie: La farfalla bianca
- Episodio 1: Morte e Torre.
STAGIONE 1
Anita mescolò il mazzo di carte, prese un tarocco a faccia in giù e lo sistemò di fronte a sé. Sospirò e lo fissò un po’ esitante: era davvero pronta a conoscere il futuro? Scosse la testa per spingere lontano i suoi dubbi e scoprì la carta, rivelandola come si fa con la pagina di un libro.
Ossa e falce, lo scheletro della Morte sembrava sorriderle e sbeffeggiarla da sotto le dita. Delle teste giacevano su un terreno infertile e lei le sovrastava, pronta a falciarne altre. Tre erano gli uomini di fronte a lei, inchinati sotto il suo potere, piangenti come salici.
Prese un altro tarocco e lo svelò: la Torre di Babele, generatrice di caos e sgomento.
Raggruppò le carte e le rimise nel sacchetto di stoffa rossa. Ogni giorno le mostravano sempre la stessa risposta, non ne poteva più. Quante altre volte avrebbe dovuto mescolarle, per avere la speranza di un cambiamento? Quante altre per anelare la singola possibilità che il futuro si trasformi, donandole conforto?
Nulla della sua previsione doveva accadere.
«Anita.» La voce gracchiante di Peppina arrivò nella cucina come un tuono.
Anita corse subito nella sua stanza, che era buia e piccola. Quando toccò le lenzuola si accorse che erano fredde, allora chiuse la finestra e alzò la serranda, così che potesse entrare il sole. «Nonna, che c’è?» Peppina stava nel letto, coperta fino al naso. Solo gli occhi castani sbucavano fuori dalla lana, velati dalle cataratte.
«Stai ancora facendo le carte?»
«No, no» disse lei. Le aggiustò un angolo del letto scoperto, tirando il lenzuolo sotto il materasso.
«Dov’è la mamma?»
«Dalla signora Tina, ha detto che fa presto.» Prese il piatto con ancora lo stufato rimasto e sospirò. «Devi mangiare, non farmelo buttare di nuovo.»
«Non lo avevo visto.» Peppina aveva gli occhi furbi, di chi stava coprendo una monelleria. «Ormai è guasto.»
Anita le sistemò i capelli bianchi con un tocco gentile, scoprendole il viso. «E allora te ne faccio un altro.» Sorrise e andò alla porta.
«Cosa dicono le carte?» domandò Peppina. «Morte e torre, vero?»
Anita girò l’angolo e se ne andò.
Su settantotto carte disponibili, com’era possibile che le uniche a saltare fuori fossero quelle due? Pensare alla sua morte le rendeva la fronte fredda e le viscere pesanti come piombo. Peppina aveva ottant’anni ormai, doveva aspettarselo. Soprattutto con quel male alle ossa che si stava diffondendo su tutto il corpo. Il grande male del secolo, lo aveva chiamato dottor Alberto. Se lo immaginò nero e maleodorante, un miasma capace di corrompere l’anima. Ma l’anima di Peppina era pura e infantile: sapeva ancora correre e saltare, nonostante le ossa fragili.
La mamma tornò prima di mezzogiorno. Posò le buste di carta sopra il tavolo e indicò ad Anita i tarocchi. «Che carte?»
Anita finì di lavare i piatti e la aiutò a sistemare la spesa nella credenza. «Le solite» tagliò corto, non ne voleva parlare. Si era già pentita di averle lasciate lì, ma ora era troppo tardi per farle sparire.
La mamma aveva il viso bianco e lo sguardo sconvolto. «Mio signore.» Si fece il segno della croce. «È come dice Rosetta, deve essere il malocchio, una fattura grande. Vacci questo pomeriggio, fatti dare qualcosa.»
Anita era contrariata ma non disse niente. Si allacciò il grembiule dietro la schiena e prese delle carote dalla dispensa che incominciò a pelare. «Non ha toccato nulla, dille qualcosa» disse con un filo di voce. Le dispiaceva farla preoccupare.
La mamma aveva delle occhiaie che sembravano scavate come solchi nella terra. Le spegnevano la luce del viso, donandole ombre che rendevano le rughe più lunghe. Lei annuì, andò verso la stanza di Peppina e la lasciò sola a cucinare.
Quando si fecero le tre, Anita afferrò il cappotto pesante e uscì di casa. Fuori c’era ancora l’odore del mercato, fatto di spezie, pesce e frittura. Passò oltre le bancarelle ormai svuotate, salutando con un cenno del capo i venditori ambulanti. C’erano Pietro, Rosario, Giovanni, ma si sorprese di non trovare Giuseppe.
«È malato» le disse Giovanni e le tese una busta di susine. «Queste sono buone, portale a Peppina.»
Anita la strinse al petto e gli fece un sorriso. Le faceva tenerezza: era vecchio come la nonna, ma almeno lui non era allettato.
Arrivò a casa di Rosetta e si accorse che c’era una lunga fila. Era sempre lunga, quella fila, fatta di donne con la schiena curva e la voce tirata. Per una che entrava, un’altra usciva con un sacchetto di stoffa blu nel palmo. Quando arrivò il suo turno, Rosetta le fece posare le susine, facendola accomodare sulla sedia. Aveva un turbante alla testa e una lunga veste casalinga, sporca di olio ed erbe. Una leggera linea di incenso serpeggiava dietro le sue spalle. «Anita, le carte?»
«Sempre le stesse.»
«Il malocchio è forte» disse sicura. Chiuse gli occhi e si massaggiò la tempia destra. «Lo sento, mi fa tremare fino a qua.»
Anita annuì, anche se sapeva che quello non fosse l’unico problema. Peppina era malata e, per quanto lo desiderasse, il suo futuro si era ostinato a non volere cambiare. Non era sicura che levarle il malocchio avrebbe fatto la differenza, ma si decise di tentare lo stesso, aggrappandosi all’unica speranza rimasta. In fondo, sarebbe stato meglio che non provare affatto. «Cosa possiamo fare?» Era ansiosa, si torturava la pelle delle mani dandosi piccoli pizzichi.
Rosetta le diede le spalle, volgendosi alla credenza. Sembrò cercare tra le fiale di vetro la soluzione ai loro problemi. Aprì cassetti e lunghe ante di legno, poi si voltò e mostrò un’ampolla: aveva un colore verde scuro e dei rametti di rosmarino che ci sguazzavano dentro. «Versagliene dieci gocce per ogni pasto.»
Anita allungò la mano ma Rosetta indietreggiò. Così prese dalla tasca venti euro e glieli lasciò sul tavolo.
«Assicurati che mangi» disse ancora Rosetta, che afferrò i soldi e le consegnò l’ampolla in un sacchetto di stoffa blu. «Andando verso casa, vai ad accendere una candela alla Santa.»
«Grazie.» Lei riprese le susine e uscì fuori, ritornando a casa.
Serie: La farfalla bianca
- Episodio 1: Morte e Torre.
Benvenuta Manuela! Ho letto il tuo racconto tutto d’un fiato. Sono sempre curioso quando gli argomenti trattati sfiorano ambiti interessanti come la magia, i tarocchi e le maledizioni. Nel tuo caso le fattucchiere sembrano in pratica essere tutte le donne che descrivi: Anita con il suo mazzo di settantotto carte, nonna Peppina che sembra conoscere il significato di ogni singola carta e quasi, quasi mi trasmette la sensazione che sia stata lei ad insegnare alla piccola i segreti della cartomanzia, la madre di Anita invece, pur accettando che la figlia sia una indovina in erba, sembra essere legata alla dimensione religiosa con una non meglio precisata Santa, anche se poi manda la figlioletta da Rosetta a prendere chissà quale intruglio speziato. 😀
Il tuo è un mondo che mi incuriosisce, con una scrittura scorrevole che mi porta ad attendere speranzoso il prossimo episodio. Mi piacciono queste sorprese notturne! ♥