
Nausicaa
Eccolo lì, l’Orizzonte: ecco il luogo dove lui è tornato.
Dopo la partenza di Ulisse, Nausicaa trascorreva molte ore ad osservare il mare, in silenzio.
Spera nel suo ritorno, pensavano le ancelle che cercavano di distrarla con i mezzi che avevano a disposizione: giochi a palla sulla spiaggia e lunghi pomeriggi a filare. Ma Nausicaa era innanzitutto una Principessa e come tale doveva mantenere l’autorevolezza e la regalità richieste dal suo rango, virtù che le conferivano quella particolare aura di sacralità che il popolo amava. Era suo preciso dovere incarnare le qualità di una donna, per di più di una donna di stirpe regale: l’ospitalità, l’accudimento, la sottomissione al volere del padre prima, e poi del marito. Le aspettative altissime dei genitori, del popolo e degli stessi Dei, erano scolpite in lei come lapidi: impossibile dimenticarsene, come non si può dimenticare un macigno che grava sulle proprie spalle per una vita intera: nessuna deviazione era possibile, l’intera sua esistenza era volta ad un fine superiore, e lei non poteva che essere come un’anfora, delicatamente ornata per soddisfare un vano desiderio di Bellezza , ma senza che per questo venga meno al suo scopo: contenere e servire. Il suo dovere, ciò per cui era nata era sposare il marito che altri avrebbero deciso per lei, proseguire nel suo ventre la Stirpe di Alcinoo, accudire la Casa Reale. Non poteva essere altrimenti.
Poi era arrivato lui.
Ulisse, l’uomo che aveva aiutato, accolto, nutrito. Noi feaci siamo gente ospitale.
Ulisse, l’uomo che le aveva narrato storie di mondi nuovi, imprese che sarebbero rimaste scolpite nei secoli. Volevo partire con te.
Era bello quell’uomo che veniva da lontano, vibrava in lui qualcosa che risuonava in lei allo stesso modo, una piccola bolla di vetro che serbava in segreto e in cui lui aveva soffiato, come un abile mastro vetraio, rendendola sempre più grande, sempre più opprimente. Per Nausicaa le Colonne D’Ercole non erano luoghi fisici, ma territori dell’interiorità oltre ai quali non aveva mai osato spingersi. Prima di Ulisse. Prima delle sue Storie, prima di quelle sere indimenticabili passate ad ascoltarlo.
Trascorreva le lunghe ore delle sue lunghe inerti giornate ad osservare, dal balcone del suo palazzo, l’attracco delle navi portuali, le cui pance restituivano alla terra segreti raccolti da luoghi di quel mondo immenso che lei immaginava stagliarsi oltre l’orizzonte del visibile; avrebbe voluto scendere al porto interrogando uno ad uno quei marinai che avevano navigato mesi nell’Ignoto, sentire l’odore delle spezie mischiate a quello acre del legno; avrebbe chiesto loro dei compagni meno fortunati, delle Sirene, di Scilla e Cariddi, dei Ciclopi. Si sarebbe ubriacata dei loro racconti, se solo avesse potuto uscire lì tra loro, sognando di carteggi marini ancora sconosciuti, di terre inesplorate, di uomini talmente piccoli da stare sul palmo di una mano o al contrario, giganti possenti. Fu in quei giorni di desiderio bramoso e inappagato di conoscenza, che nacque nella sua mente il fiele del risentimento. Nell’oppressione di un caldo pomeriggio estivo, nell’ora in cui la sabbia sembra rimbalzare la luce bianca del cielo, Nausicaa camminava sulla riva del mare, osservando le proprie impronte dissolversi ad ogni onda. Avvertiva in sé lo stesso senso di evanescenza. Di tanto in tanto interrogava il mare, nella speranza che le ninfe di Poseidone le rimandassero eco di luoghi lontani. Fu allora che le venne incontro una fanciulla mai vista prima. Aveva occhi luminosi, azzurri, ancor più evidenti sulla pelle abbronzata. Ciuffi di capelli ricci color cenere ornavano il volto evidenziandone la simmetria perfetta; il naso era diritto e lievemente allungato; il labbro inferiore, appena più carnoso del superiore, disegnava con esso un elegante onda; un sopracciglio alzato faceva sì che lo sguardo apparisse fiero, temibile. Nausicaa capì e si inginocchiò. Prima però, per un secondo soltanto, la fissò a sua volta senza abbassare gli occhi. Sapeva che era stata Lei, la Dea Vergine, a spingere la palla un po’ più vicina al mare quel pomeriggio, rendendo possibile l’incontro con il Naufrago.
«A cosa devo la tua visita, Atena?»
«Abbiamo ascoltato il tuo dolore, fanciulla. E’ stato il tuo amore per Ulisse a far sì che tuo padre, Alcinoo, acconsentisse a fargli dono di una nave per la partenza. Questo ti rende cara a me e a Zeus. Tu sposerai un principe di rango e darai origine ad una progenie che renderà immortali i Feaci.»
Una smorfia comparve sul viso di Nausicaa, mentre alzava uno sguardo reso più audace dalla disperazione. Quando Pandora aprì il vaso, erano tanti i segreti in esso contenuti, e talmente potenti che quasi nessuno poté essere fermato. Così si sentiva Nausicaa , un’anfora scoperchiata.
«È così che voi Dei vi prendete gioco di noi? Avete ascoltato il mio dolore ma allo stesso modo siete ciechi. Il vostro volere è stato aver concesso a lui ciò che a me non è stato concesso!»
« Cosa stai dicendo ragazza? Osi sfidare gli Dei? La Hybris (1) viene sempre pagata a caro prezzo!» gli occhi di Atena emanavano saette. Forse per questo ricordavano quelli del padre Zeus.
«Ciò che rende l’uomo Eroe, per una donna è Hybris. In base a quale legge, Tu, che hai sempre inseguito sapienza e conoscenza, che hai guidato eserciti in battaglia, che non hai mai voluto un Consorte, punisci le donne a cui hai infuso, come un veleno a stillicidio continuo, le stesse aspirazioni? A vostro capriccio diffondete ardore, sete di scoperta, attitudine alla guerra anche fra coloro che costringete in gabbie senza pareti?»
«Non è consentito sfidare gli Dei, questa è la Legge da non violare. Hai scordato cosa successe a Prometeo, ragazza?»
«Prometeo ha rubato a te, Glaucopide, Intelligenza e Tecnica affinché gli uomini potessero sopravvivere. Io non intendo rubare niente a voi Dei, ma ribadire il mio diritto di esistere secondo la mia natura al di fuori di questo involucro freddo che mi uccide. L’Oikos, la Xenìa, virtù che ho sempre custodito con dedizione, non bastano a calmare questa bolla gonfia che si allarga in me, come un’emicrania terribile. Fosti tu Atena a far sì che Ulisse mi paragonasse ad Artemide, Dea della Caccia. Sapevi quali corde toccare perché io intercedessi con mio padre. Tuttavia ora mi incateni ad una rupe come Prometeo, costretta ad essere divorata giorno dopo giorno dal mio stesso desiderio. I miei genitori e la Corte tutta pensano che soffra pene d’amore , ma la verità é che io non desidero il ritorno di Ulisse, io desidero essere Ulisse! Allora ti supplico, Atena, liberami da questo, come fu per tuo padre quando nascesti. Colpisci qui con la tua lancia, sulla mia fronte, liberami dal veleno che avete insufflato in me, questo dolore pulsante e senza requie, liberami Atena, colpisci!»
La Dea rimase in Silenzio per degli istanti che sembrarono ore. Poi qualcosa nel suo sguardo cambiò, forse un’illuminazione, forse quella che oggi descriveremmo come pietà. Le pose una mano sul capo e sparì. Si dissolse nell’aria, nel silenzio interrotto solo dalle grida dei gabbiani. Nausicaa sapeva che era solo questione di tempo prima che una punizione divina si scagliasse su di lei, senza possibilità di appello. Rimase in ginocchio e poco dopo, tra le lacrime, volse lo sguardo verso quell’orizzonte, quel luogo dove lui era tornato. E la vide. Inizialmente un piccolo puntino nero, poi sempre più imponente. Una nave, una nave enorme con le vele spiegate avanzava verso di lei, sempre più vicina. Sulla Prua si cominciava ad intravedere una Polena che rappresentava una figura di donna: era Atena, con un elmo d’oro e una civetta sulla mano, fiera come sempre. La nave rimase ad una certa distanza da riva, e mentre Nausicaa osservava una scialuppa calare per dirigersi verso di lei, udì , nell’aria rarefatta, una voce che sembrava provenire da ogni direzione. Le diceva: «Sali».
1. Hybris: nella tragedia greca è la “colpa” dovuta a un’azione che viola leggi divine immutabili.
2. Oikos: in greco Casa o Famiglia
3. Xenìa: era un’azione sacra per i greci e corrisponde all’attuale concetto di ospitalità
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Narrazione intensa, con metafore e riferimenti “colti”. Sono caratteristiche non semplici da mettere insieme in un racconto, per giunta breve. Posso ammirare, come in questo caso appunto, chi riesce nell’intento di rendere il tutto fruibile e non “enciclopedico”.
Una leggenda splendida che ho sempre amato. Due donne attendono, due maniere differenti di amare. La pazienza domestica e l’impazienza giovanile. Hai scritto un racconto bellissimo con uno stile adeguato alla narrazione.
“ibrava in lui qualcosa che risuonava in lei allo stesso modo, una piccola bolla di vetro che serbava in segreto e in cui lui aveva soffiato, come un abile mastro vetraio, rendendola sempre più grande, sempre più opprimente”
Mi piace questa sensazione di un sentimento che cresce e che ‘opprime’. Il bisogno fisico che a volte si ha di ‘sgonfiare’ quella bolla. Molto brava
Grazie Cristiana, hai colto perfettamente quello che ho cercato di trasmettere !
Un inno alla fierezza, alla forza d’animo, alla conoscenza e alla libertà.
Un inno a tutto ciò che la donna rappresenta e a ciò che dovrebbe rappresentare, sciogliendo le catene impostele da una società troppo cieca per accettarne la forza.
Ed è allora che l’Hybris non è più un mero oltraggio agli dèi, ma diventa il solo e unico modo per far udire al mondo la propria voce.
Bellissimo questo racconto!
Grazie Giuseppe, temevo di scadere nel femminismo d’accatto, sono felice che tu da uomo abbia capito che il mio é un racconto di liberazione personale da convenzioni e forme sociali che incatenano la creatività 🙂