Rico, Suave & Lara Compton – Nel nome del padre

Serie: Rico, Suave & Lara Compton


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Suave zittì Rico sollevando il dito verso l’alto, poi ruotò la testa a sinistra, tendendo l’orecchio per poter ascoltare meglio. «Ssh! Ascolta.» «Cosa?» «L’hai sentito questo?» «Questo che? Io non ho sentito niente.» «Questo! Veniva dal piano di sopra.» «Io non ho sentito… Merda! Che cazzo è stato?»

«Dici che c’è qualcuno?» domandò Rico.

«Non lo so.»

«Non mi avevi detto che ci sarebbe stato qualcuno in casa» si spazientì Rico.

«Abbassa la voce, vuoi farti sentire?» lo ammonì Suave. «Io che ne potevo sapere? Mica sono un cazzo di veggente.»

«Ti potevi informare prima di venire qui.»

«Gesù, hai ragione! Ecco cosa mi ero scordato! Di telefonare! Lara Compton? È da sola in casa? – Sì, mi annoio da morire, vuole passare? – Come no, resti lì che stiamo venendo ad ammazzarla. Così a quel punto eravamo sicuri che era lei.»

«Ancora con questa storia. Quanto cazzo la vuoi portare avanti? Dovresti imparare a lasciare andare, ti farebbe vivere meglio.»

«Grazie, ne parlerò con l’analista.»

«Ecco, bravo. Ora facciamo ‘sta foto e leviamoci di torno.»

«Che cazzo ti salta in mente?» lo redarguì Suave, «mica ce ne possiamo andare così?»

«Perché, che c’è ancora? Vuoi lavarle i piatti?»

«Hai la merda nel cervello? E se c’hanno visti arrivare? O magari la macchina, dalla finestra?»

«Porca puttana. Te l’avevo detto di parcheggiare più distante. Ma io dico sempre cazzate…»

«E infatti ne hai detto un’altra. Lo consigliano sui manuali di camminare il più possibile alla luce del sole dopo che hai ammazzato qualcuno. Dicono che aiuti a scaricare la tensione.»

«Va bene, sentiamo allora: tu che suggerisci di fare?»

«Secondo te?» rispose Suave facendo cenno con la testa verso il punto dal quale avevano sentito provenire i rumori.

«Vuoi infilarti di sopra?»

«No, pensavo di aspettare sotto il tavolo, così quando scende gli facciamo “buh” e lo pigliamo per il culo. Certo che voglio salire.»

«Perché deve essere un maschio?»

«Cosa?»

«Stai parlando al maschile. Perché deve esserci per forza un maschio di sopra? Potrebbe essere una femmina. In fondo Lara Compton è lesbica.»

«Ma che… non lo so, mi viene da parlare al maschile. Che cazzo di domanda è?»

«Secondo me c’hai dei traumi con la figura patriarcale.»

«Patriar… l’hai letto anche questo sul dizionario?»

«Sì. Che rapporto avevi con tuo padre?»

«Ma che ne so? Io tornavo a casa da scuola e quello mi riempiva di botte. Come tutti i bambini, che rapporto ci dovevo avere?»

«Lo vedi? Mio padre mica mi riempiva di botte. E infatti abbiamo un bellissimo rapporto, ci sentiamo ancora quasi tutti i giorni. C’hai dei traumi. Per quello che vai dall’analista.»

«Io vado dall’analista perché c’ho gli attacchi d’ansia, e comunque non sono cazzi tuoi.»

«E secondo te perché c’hai gli attacchi d’ansia?»

«Perché c’ho dei traumi con la figura paterna?»

«È un dato di fatto.»

«Ma vaffan… Coglione io che ti do retta. Forza, saliamo.»

«Nasconditi quanto ti pare. Ma presto o tardi dovrai affrontarli».

Suave estrasse da sotto la giacca del completo la pistola che fino a quel momento era rimasta riposta nella fondina, avvitò a sua volta il silenziatore, che pescò da una tasca interna e si mosse con circospezione avvicinandosi alle scale che portavano al piano di sopra, ringraziando, una volta posato il piede sul primo gradino, il discutibile gusto della padrona di casa, che l’aveva spinta a ricoprire le assi di legno con una spocchiosa passerella in tessuto facendo sì che i loro passi producessero ora un accenno appena di calpestio.

Rico lo seguì svogliatamente a due scalini di distanza. Il cadavere di Lara Compton rimase immobile sul divano.

Una volta che entrambi furono al piano superiore dell’abitazione, fu il tonfo sordo della caduta sul pavimento di un oggetto pesante, seguito da un lamento acuto tenuto a freno, a guidarli senza possibilità di errore verso la prima stanza a sinistra del corridoio in penombra, la cui porta socchiusa lasciava trapelare uno spiraglio di luce che illuminava una sottile porzione del pavimento in legno scuro.

Suave si avvicinò alla porta e con un rapido movimento del busto la oltrepassò posizionandosi al lato opposto dello stipite, mentre Rico rimase esattamente nel punto in cui Suave lo aveva lasciato, dal lato di sinistra della porta.

«Entra, io ti copro» bisbigliò Suave.

«Mi copri da che cosa? Entra tu.» rispose Rico nello stesso, flebile sussurro.

«Caz… magari c’è più di una persona in casa, che ne sai? Vai, ti copro le spalle.»

«Non ci penso neanche.»

«Perché?»

«Lo sai perché.»

«Che?»

«Hai capito benissimo.»

«Ma che cazzo fai, l’offeso? Quanti anni hai, dodici?»

«Tanto qualsiasi cosa faccio non ti andrebbe bene, quindi, visto che sei tu il professionista…» lasciò cadere la frase Rico, invitando Suave a farsi avanti con un gesto della mano.

«Non ci posso pensare che ti pagano, per fare questo lavoro» disse Suave fissando Rico con aria disillusa, la pistola trattenuta con due mani puntata verso il basso. «Almeno vienimi dietro quando sono entrato.»

«Dopo di te» tagliò corto Rico.

Suave prese un respiro profondo, si posizionò fulmineo davanti alla porta, calciò l’anta con il piede destro e fece irruzione alla cieca nella stanza, con le braccia tese in avanti, l’arma ben salda tra le mani e nessuna idea su dove avrebbe dovuto guardare per prima.

Il tempo parve a Rico arrestarsi per un istante, poi si avvicinò alla porta aperta giusto in tempo per vedere Suave immobile di lato, con la pistola puntata in avanti verso un punto della stanza a lui invisibile ed un grido roco a uscirgli dalla gola che fece tremare le pareti.

«Gesù-Cristo!» sacramentò Suave.

«Che c’è?» chiese Rico allarmato, ancora fermo nel corridoio.

«È il cazzo di topo più grosso che abbia mai visto in vita mia!»

Rico si precipitò a sua volta nella stanza, sufficientemente in fretta per riuscire a notare una serie di oggetti riversi a terra ai piedi della cassettiera di una stanza da letto, mobile sopra il quale si trovava l’animale, davanti ad una specchiera, i minuscoli occhietti paralizzati dal panico mentre Suave premeva il grilletto facendo cadere in mille pezzi la superficie riflettente e provocando l’urlo terrorizzato del mammifero, che mancato per un soffio andò a rintanarsi all’interno della cesta dei panni sporchi.

«Ma che cazzo fai?» sbraitò Rico, abbassando con un gesto secco il braccio armato di Suave. «Poi sarei io quello che incasina le cose quando non serve?»

«L’hai visto quel ratto?» domandò Suave ancora incredulo.

«Non era un ratto, coglione.»

«Se non era un ratto che cazzo era quel coso?»

«Un pangolino, idiota.»

«Un pangolino? E che cazzo sarebbe un pangolino?»

«Quello che hai appena visto. Sarà terrorizzato a morte, povera creatura. Non si può sparare così a cazzo di cane. E non ti azzardare a ribattere, non sei nella posizione.»

«E tu che cazzo ne sai di pangolini, scusa?» domandò Suave, guardando Rico avvicinarsi con cautela al nascondiglio dell’animale.

«Mia nonna mi portava allo zoo da bambino. Alla domenica, prima della partita di hockey. Tu non ci andavi mai?»

«No.»

«E infatti si capisce l’infanzia di merda che hai avuto» rispose Rico con la faccia sopra la cesta, cercando di scrutare attraverso i vestiti appallottolati all’interno.

«Che cazzo vuoi fare? Sta attento» lo ammonì Suave tenendosi a debita distanza, «capace che quel coso ti salta alla faccia, o ti stacca un dito con i denti. Mordono?»

«Chi, i pangolini? Scherzi? Sono gli esseri più mansueti della terra. Non saprebbero farti del male nemmeno se li provocassi. Tipo sparandogli addosso, per intenderci.»

«Ti credi di farmi venire i sensi di colpa?»

Rico si abbassò lentamente in ginocchio e scostò delicatamente i panni, sforzandosi di risultare il meno invasivo possibile. Vide il pangolino raggomitolato su sé stesso in posizione difensiva, con le squame taglienti a proteggerne il corpo nella sua totalità, assumendo le sembianze di una palla di scaglie in movimento.

«Vieni qua, piccolino» lo sollevò piano Rico, vincendo le resistenze dell’animale. «Guarda che carino, non è la cosa più buffa che tu abbia mai visto?»

«Come cazzo fa a piacerti quell’affare? Sembra un incrocio tra una pantegana e un formichiere. C’hai veramente dei gusti di merda.»

«Sei tu che non capisci un cazzo. Lo vedi che c’avevo ragione su Lara Compton?»

«Ragione su cosa?»

«Sul fatto che era lesbica.»

«E questa da dove ti salta fuori? Che cazzo c’entra il pangolino col fatto che Lara Compton era lesbica?»

«È normale: le lesbiche non possono avere figli, e allora si prendono gli animali strani.»

«Dove cazzo l’hai letto che non possono avere figli, scusa?»

«Secondo te due leccone come fanno a fare un figlio? Ci sei andato a scuola? Ci credo che tuo padre ti riempiva di botte quando tornavi a casa, chissà che cazzo di voti gli portavi a quello.»

«Cazzo ma dove vivi tu, nelle caverne? Secondo te non potrebbero… ah, lascia stare, perché spreco il fiato con te. E poi perché le lesbiche dovrebbero prendersi gli animali strani?»

«Perché se erano normali si pigliavano degli animali normali. Che domande.»

Rico si posò il pangolino su una spalla e iniziò ad aprire tutte le ante degli armadi.

«Che cazzo stai facendo adesso?» chiese Suave.

«Secondo te?»

«Non lo so, sennò non te lo chiedevo» rispose Suave seguendo Rico, che uscì con l’animale in grembo e controllò nello sgabuzzino sull’altro lato del corridoio.

«Cerco la sua gabbietta. Mica possiamo lasciarlo a morire di fame.»

«Ti sei rincoglionito del tutto?»

«Eccola. Trovata.»

Serie: Rico, Suave & Lara Compton


Avete messo Mi Piace15 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Io ho preso una Coca Zero, che poi è assurdo che mi sappia anche più dolce di quella zuccherata!
    Cioè, il regista ci ha messo pure un pangolino! Già così era promettente, ma adesso con un formichiere corazzato che scorrazza nel racconto, non vedo l’ora di vedere cosa combinano i due killer professionisti! Te l’ho detto che adoro questo regista?

  2. Tutto bellissimo, se posso permettermi di dirlo l’unico (credo mio) problema che riscontro nella lettura continua ad esser quello dei nomi. Usare sempre il “Lara Compton” per far capire che si sta parlando di lei rovina un pò l’atmosfera, questa e altre ripetizioni rendono le parti fuori dai dialoghi un po’ troppo “giornalistiche”. E ora, via al prossimo capitolo!

  3. Sapevo che andando in vacanza mi sarei persa qualcosa! È esilarante, assolutamente fatuo ed è come se a ogni parola una voce sussurrasse: i demenziali non sono passati invano. Perché, mio caro Roberto, dato che l’accostamento a Tarantino è ormai pacifico, l’ochio allenato può risalire nel tempo. Belushi ad esempio? Quanto invidio la tua capacità di assorbire e ricreare.

  4. Applausi scroscianti! Tenere in piedi la storia solo con i dialoghi è tanta roba! E che dialoghi! C’è tutto. Mi ricorda un po’ il dialogo tra Vincent Vega e Jules Winnfield in Pulp Fiction.

  5. Basta non collegarsi per un giorno e vedi un po’ che viene fuori.
    M’è nato un complesso di inferiorità micidiale. Bravissimo Roberto, questo dialoghi sono formidabili e l’analisi psicologica condotta attraverso gli scambi tra i due è davvero efficace. Non ho dubbi sulla qualità di quello che uscirà, e che ci farà sbellicare dalle risate.

  6. Io non sapevo veramente cosa fosse un pangolino, che vergogna 🙈. E sinceramente non è che mi piaccia tanto. Comunque, a parte il pangolino, un episodio esilarante è soprattutto dissacrante😅 affronti certe tematiche ‘sociali’ in maniera così grottesca e scompisciata che ti potrebbero anche linciare. Da domani guardati le spalle 😁 Bravissimo

  7. “Dovresti imparare a lasciare andare, ti farebbe vivere meglio.»”
    Sai che un po’ ha ragione…😂 ok che fra i due è quello ‘intelligente’, però direi anche abbastanza logorroico 😃

  8. La trovata del pangolino è stata una vera genialata: non so come ti sia venuto in mente di scegliere proprio questo esserino, tra l’altro specie a rischio di estinzione, ma è perfetto per questa atmosfera non convenzionale.
    Che abbia un ruolo più importante di quanto si possa immaginare? 🧐👌

  9. Roberto, chi ti appare di notte o di giorno e ti sussurra questa cosa incredibile che stai scrivendo?
    Ma lo sapevo già che nelle storie dialogate sei geniale (anche nelle altre), ricordo Mia Wallace ecc.

  10. Lascio perdere il bon ton e ti dico: in questi due primi episodi i dialoghi spaccano i culi. Eccezziunale veramente!
    Il titolo sembra un omaggio a un gran bel film.

  11. Caro Roberto…cin 🍻
    Mi hai convinta al punto che sono andata a cercarmi su google cosa è un pangolino (ammetto l’ignoranza, non lo sapevo😅)…scherzi a parte, un racconto fantastico, un seguito degno del precedente.
    Hai tenuto alto il ritmo senza perdere mezzo colpo. Apprezzatissima l’introduzione della nota psicoanalitica in sottofondo, aggiunge tono e spessore. L’ironia è micidiale.
    Però, ecco, mi sto affezionando a Lara Compton (o quel che ne rimane): è possibile, se non proprio farla resuscitare, tenercela in qualche modo, mummificata o ibernata magari, fino alla fine?

    1. Nemmeno io sapevo cosa fosse un pangolino prima di essermici imbattuto in Zootropolis 😊. Ti ringrazio per gli apprezzamenti Dea, davvero, meritano di dedicarti una birra da bere alla tua salute!

  12. Molto divertente anche questo episodio. Una situazione assurda che pero` e` resa plausibile dal livello dei protagonisti che hai costruito su misura, rendendoli credibili nei loro caratteri, nonostante tutto.