Nell’abisso

Serie: La sconfinatezza


Una mattina di giugno si apre con la voce di una ragazza turbata. Piano piano, la giovane riesce a riprendere il controllo sufficiente per fare i bagagli e portare a termine il suo proposito: andare al mare.

    STAGIONE 1

  • Episodio 1: Nell’abisso

Il letto era sempre stato così grande? Quella superficie da una piazza soltanto mi sembrò ad un tratto sconfinata, e io terribilmente piccola in confronto a essa. Le coperte azzurre che la notte mi proteggevano e mi abbracciavano si erano improvvisamente fatte minacciose, come onde di un mare in tempesta che trascinano i marinai nelle profondità degli abissi. Io ero un Ulisse in cerca non della sua casa – quella mi sembrava perduta da un pezzo -, ma di un misero lembo di terraferma qualsiasi dove poter approdare, rifocillarmi, chiedere ospitalità a qualcuno e sciogliere i fili della mia situazione. Dalla finestra entravano i raggi del sole e il calore gentile dei primi di giugno. Tutto sommato, quella luce naturale mi rincuorava. Non riuscivo a immaginare di affrontare un momento del genere mentre fuori c’era la pioggia.

Alzai a fatica gli occhi pesti di lacrime e mi misi a fissare il soffitto. Così avevo passato quei giorni: a letto, tra l’esserci e il non esserci, tra la vita e la non vita, tormentata dalle immagini che scorrevano sotto i miei occhi come se dovessi rivivere quei momenti per una seconda, una terza, una quarta volta. Sentivo le urla, il vento, il pianto sulle guance e il trucco che si scioglieva per la sua forza corrosiva, i capelli in faccia, i pugni stretti, stretti, stretti.

Aprii i pugni, li avevo stretti di nuovo. 

Tutto quel piangere e tutta quell’inerzia mi avevano indebolita. Faticavo ad alzarmi, faticavo a stare in piedi. Mi misi seduta, lentamente, e feci penzolare i piedi giù dal letto, come se volessi riallenarli all’azione prima di affidare loro tutto il peso del mio corpo. Quando fui sicura che la testa non mi girasse, mi alzai e mossi pochi, deboli passi verso il bagno. 

Mi guardai allo specchio: il viso rosso, sformato e umido, le palpebre gonfie, il colore verde degli occhi messo in risalto al massimo dalle mie caratteristiche insalubri, i capelli in disordine, a formare intorno alla faccia una grande nuvola scura, che scendeva come nebbia quasi fino alla vita e mi dava un’aria ancora più trascurata.

Quel non esserci mi aveva presa come una malattia. Ogni tanto si attenuava, e allora apparecchiavo, cucinavo, mangiavo, scrivevo qualcosa; altre mi costringeva a letto, facendosi acuto e insopportabile, cancellandomi completamente, al punto che credevo che non mi sarei ritrovata mai più. E invece mi sono ritrovata sempre, anche se mai del tutto.

Lì, davanti allo specchio, stavo di nuovo cominciando a ritrovarmi. Ciò che le coperte mi avevano rubato, inglobandolo in sé stesse, mi si rimaterializzava tra le mani, come se un tribunale avesse decretato che ciò che avevo perduto mi spettava di diritto. Sciacquai la faccia, pettinai i capelli.

Per la prima volta in quei giorni, visualizzai l’abisso in cui ero precipitata. Lo vidi nitidamente, in tutta la sua profondità. Dovetti constatare che non avevo fatto nulla per cercare di tenermi a galla: mi ero lasciata andare verso il fondo, non diversa da un sasso che viene lanciato in uno stagno. Nella mia irrazionalità, ero curiosa di scoprire quanto in basso si potesse arrivare mantenendo quello strano stato di apatia mista a dolore e rassegnazione. Inerte, a un certo punto avevo sentito la schiena aderire al fondale. Vi ero rimasta adagiata per un po’, per riposarmi. Poi l’acqua aveva cominciato lentamente ad agire su di me, ed era iniziata l’ascesa verso la superficie.

La testa, però, non era ancora emersa. Tornai in camera, guardai i vestiti che avevo poggiato sul letto per metterli dentro la valigia. C’erano solo delle mutande, dei costumi e un paio di pantaloni della tuta. Avevo accatastato lì quella roba in un momento in cui il mio male mi aveva fatto credere che il corpo non sarebbe riuscito a sopportare il bottone dei jeans, che a quella morsa lo stomaco stanco avrebbe reagito coi conati.

Guardai l’orologio. Erano le quattro, il taxi sarebbe passato tra un’ora. Agguantai i pantaloni della tuta e il buttai di nuovo nell’armadio, poi cominciai a tirare fuori qualche costume, qualche vestito, qualche completo. Misi tutto nel borsone e andai a farmi una doccia.

Continua...

Serie: La sconfinatezza


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Discussioni

  1. L’apertura presenta la protagonista come affetta da un’ansia o una depressione severe. Un tema certamente attuale, la gestualità e i pensieri che s’intrecciano ne raccontano i tratti caratteristici. Nel finale si delinea però l’urgenza di qualcosa che deve essere fatto. Qunato meno, la mia interpretazione. Grazie per la lettura