Nisi in angulo cum libro

Camminavo nella neve appena caduta, e sentivo il vento passare attraverso il ruvido tessuto dell’abito, di un peso inconsueto per me. Non ero abituato a quel clima, a quei vestiti, ma non avevo freddo. Alzai gli occhi al cielo, ben più cupo e turbinoso di come me l’ero immaginato, e affrettai il passo. Sapevo di essere in ritardo, ma ugualmente mi gustavo ogni attimo: sapevo che non poteva durare. Il mio maestro avrebbe atteso: già molte cose mi aveva perdonato, avrebbe perdonato anche questa. Mi colpiva tutto: gli odori, forti, che venivano dalle cucine e dalle stalle, le voci rudi dei conversi e dei famigli, che parlavano un linguaggio che non capivo, i colori della pietra, della terra, delle piante stesse, che mi parevano così simili eppure diverse da quelle che vedevo ogni giorno. Mi fermai un istante e respirai a fondo l’aria gelida. Ripresi a camminare.

Lo vidi… Stava lì, il mio maestro, dal saio capii subito che era lui: attendeva quasi con divertimento lo scontro coi suoi nemici. E io avrei voluto essere presente, ascoltare, vedere, essere con lui nel tronfo o nella sconfitta, se fosse stato necessario. Ma sapevo che non ci sarei riuscito, non in quel momento, almeno.

Udii un suono di molti zoccoli provenire dal portale, nuove voci. Era chiaro che la delegazione stava entrando nelle mura. Chissà se avrei potuto almeno vedere i loro volti, se avrei riconosciuto qualcuno dei personaggi di cui avevo letto così spesso. Mi affrettai verso il mio maestro che, senza parlare, mi fece cenno di seguirlo.

“E dai, stai sempre a leggere! Ma guardalo lì! sbrigati, arrivi sempre tardi…! Ti giuro che stavolta la giustificazione non te la firmo!”

Lo sapevo che non ce l’avrei fatta stamattina prima di andare a scuola. Chiudo “Il Nome della Rosa”, e lo nascondo nella borsa. Andrò avanti durante l’intervallo.

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