Nome in codice: Nebbia

Come poteva trovarsi in una situazione del genere davvero stentava a capirlo.

In piedi sul parapetto in cima a quel palazzo. Ansimante. Battito accelerato. Pupilla dilatata.

Eccoli. Stanno venendo a prenderlo. Che fare?

Pensare che appena il giorno prima ogni tassello della sua vita era al posto giusto.

La mattina precedente si era svegliato nel suo letto. Un po’ accaldato a causa della calura e dell’umidità degli ultimi giorni, ma tranquillo. Solita colazione con una tazza di caffellatte, due fette biscottare e marmellata di ciliegie. O forse erano tre, le fette. Fragole… sì, la marmellata era di fragole.

Era uscito a comprare il quotidiano e a fare quattro chiacchiere con il ragazzo dei giornali.

Poi quegli squilli. Drin! Drin! Drin! Era in poltrona e stava leggendo le pagine sportive: poteva permetterselo, dopotutto era in ferie.

Drin! Drin! Drin! Alzatosi per andare a rispondere, era quasi inciampato nella valigia.

Eh sì, sarebbe dovuto partire per una bella vacanza, e invece era lì, su quel cornicione, spaventato e indeciso sul da farsi.

Aveva risposto al telefono.

«Ciao pa’. Sto venendo a prenderti».

Pa’? Accidenti. Chi diavolo era questo Pa’?

“Scocciatori” aveva pensato.

Si era affacciato alla finestra per prendere una boccata d’aria. Un tipo con baffetti alla Poirot lo aveva guardato furtivamente dietro un paio di occhialetti tondi.

Si era scansato e aveva tirato la tenda.

Aveva cominciato a sentire un sottile senso di disagio.

Drin! Drin! Drin! Era sobbalzato. Ancora il telefono. Maledetto!

«Pronto papà. Mi senti! Preparati che sto per arri…».

Aveva riattaccato.

Non era la voce di suo figlio. Non aveva neanche dei figli!

Era corso in bagno in preda a un forte stimolo a urinare.

Uscendo dal bagno era rimasto come impietrito. Un signore attempato dallo sguardo severo, capelli un po’ arruffati, sembrava spiarlo da dietro la porta finestra a vetri. Spaventato, era corso sul retro e aveva socchiuso la porticina di servizio che dava sul cortile interno.

Fortunatamente non c’era nessuno.

Era rimasto poggiato al pomello della porticina per quella che gli era sembrata un’eternità. Che fare? Chi voleva venire a prenderlo spacciandosi per suo figlio?

Che idiozia, ma aveva paura. Tanta paura.

Tlick. Tlack. Tlick.

Qualcuno stava tentando di aprire la porta principale.

Era troppo! Sapeva che il vecchio catenaccio avrebbe fermato per poco quei delinquenti. Di sicuro erano armati.

Così aveva deciso all’istante. Preso il revolver di ordinanza dal cassettino del segreter, era uscito in cortile. Si era mosso rapidamente, per quello che il suo fisico poco allenato gli aveva consentito, costeggiando il muro.

Si sentiva osservato. Sembrava che una moltitudine di occhi invisibili lo scrutasse minacciosa. Se li sentiva addosso come fastidiose formiche. Aveva cercato di farsi coraggio e il pensiero di aver militato per anni nel Gruppo Intervento Speciale dell’Arma dei Carabinieri lo aveva confortato. Non lo avrebbero preso. Giammai!

Nome in codice Nebbia era tornato in azione…

Si era nascosto dietro un cassone della spazzatura. Da lì aveva notato uno strano via vai intorno alla sua casa. Uomini in divisa. Anche di corpi militari differenti.

Cosa diavolo c’era dietro a tutta questa storia? Qualcosa di grosso.

Poco più tardi la situazione si era calmata. Stava per uscire da quel puzzolente nascondiglio.

«Vattente dal mio posto! Pezzente».

Una zaffata di vapore alcolico lo aveva investito un attimo prima che il clochard iniziasse a prenderlo a spintoni.

Era rotolato sul pavimento. Rialzatosi dolorante si era allontanato imprecando, infilando il primo vicolo che aveva incontrato.

Era sera. Aveva fame, ma non si poteva permettere di fermarsi. Lo stavano cercando! Continuando a camminare si era trovato a passare di fronte alla vetrina di un negozio di elettronica. Erano esposti decine di apparecchi televisivi.

All’improvviso un crampo gli aveva attanagliato lo stomaco. Su tutti gli schermi era comparsa la foto di un signore anziano. Era lo stesso che qualche ora prima lo stava spiando dalla porta a vetri. Evidentemente era ricercato. Doveva essere un pericoloso latitante. Allora l’affare era davvero grosso, tanto che ne stavano parlando anche alla TV.

Sempre più preoccupato, aveva camminato con circospezione ancora per un po’. Infine si era appostato dietro la siepe di un piccolo giardino con un’altalena, uno scivolo e altri giochi per bambini.

Si sentiva terribilmente stanco, ma non doveva allentare l’attenzione. Doveva riflettere e decidere una strategia. Prima cosa: non farsi catturare. Qualunque fosse il motivo per cui lo stavano cercando, chiunque fosse a cercarlo sotto mentite spoglie, la faccenda non prometteva niente di buono.

Per nulla al mondo poteva permettersi di dormire.

L’abbaiare di alcuni cani che s’inseguivano nel parchetto lo aveva svegliato. Di soprassalto. Era disorientato. Dove si trovava? Cos’era successo? Pian piano ricordò. Doveva nascondersi. Scappare. Qualcuno lo stava cercando. Probabilmente uno spietato latitante. La criminalità organizzata non perdona e non dimentica. Perché lo stavano cercando? Qual era stata la sua colpa? Aveva visto qualcosa che non avrebbe dovuto? E cosa?

Si era alzato a fatica. Non sapeva ancora cosa fare, se non darsi alla fuga. E così aveva fatto, continuando a vagare con prudenza per le strade della città.

A un tratto un grido lo aveva fatto trasalire: «Eccolo è lì…».

Un uomo dall’altro lato della strada, stava puntando il dito verso di lui. Il suo aspetto non era del tutto sconosciuto. Forse faceva parte dei servizi segreti o di frange deviate dei corpi speciali.

Vicino a lui due uomini in uniforme. Lo stavano braccando. Aveva iniziato a correre. Più veloce che poteva. Come non aveva mai fatto prima.

«Papà! Che fai. Fermati» aveva gridato l’uomo in jeans.

«Non vogliamo farle del male» avevano aggiunto i militari.

“…sì e chi ci crede? So bene come funzionano queste cose nelle unità speciali!

O, forse, sono mafiosi mascherati da paramilitari”.

Correva a perdifiato. Sempre più stanco e boccheggiante era entrato in un edificio.

Scale. Tante scale. Le gambe non lo reggevano più. Era arrivato in cima. Era salito in piedi sul cornicione di quel palazzo. Sentiva lo scalpiccio degli inseguitori avvicinarsi. Poteva percepirne il respiro affannato e il chiacchiericcio. Aveva impugnato la pistola. Qualche secondo e lo avrebbero catturato. Che fare? Non c’era tempo. Doveva riflettere in fretta. Quanti interrogativi. Chi era l’uomo che lo spiava dalla porta a vetri vicino al bagno? E poi… non c’era sempre stato uno specchio lì al posto della porta a vetri? E quell’uomo in jeans e polo rossa dove l’aveva già visto? E… «Tranquillo. Va tutto bene». Un uomo in divisa gli aveva afferrato il polso destro con forza, ma senza fargli troppo male, e gli aveva preso la pistola. L’altro militare gli cingeva le spalle immobilizzandolo.

Gli stavano parlando gentilmente.

“Certo. Adesso cercheranno di convincermi a scendere con calma.

Poi m’imprigioneranno e chissà cosa mi faranno. E perché?”.

«Papà. Che ti è preso? Stai bene?»

Ancora l’uomo con la camicetta rossa e ancora con questo “papà”.

Due poliziotti e un uomo in jeans aiutano un anziano in pantaloncini corti e ciabatte a scendere dall’ultimo piolo della scaletta della torre che porta al ponte e allo scivolo di quel gioco da giardino per bambini.

Uno dei due poliziotti consegna un accendisigari a forma di pistola all’uomo in blue-jeans.

“Un momento: altalena, scivolo, magliettina rossa, calzoncini corti, scarpe da ginnastica: Paolo? Certo! L’uomo con la camicetta rossa è Paolo! Il “mio” Paolo. Piccolo mio” pensa.

«Papà. Che brutto scherzo mi hai combinato! Mi hai fatto andare anche in televisione per cercarti…».

Non capisce quello che sta dicendo Paolo. Però si sente più tranquillo. Ora almeno c’è suo figlio a difenderlo.

«Hai preparato la valigia per la nostra vacanza?» gli chiede.

Annuisce con un cenno del capo.

Da tanto desiderava una vacanza con il suo ragazzo.

Si sente ancora un po’ frastornato, ma finalmente anche felice.

Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Il racconto, sapientemente, riesce ad affrontare una tematica sincera e toccante, senza mai scadere nel banale o nel già sentito. Lo stile, puntuale e curato, sa affrontare con maestria la concitazione dei pensieri, non cedendo alla lentezza o alla noia.
    Bello il flashback che, come in un film, rievoca sulla linea delle azioni il “senso logico” di un’impresa che, nell’incipit, il signor Nebbia dava per titanica e che invece si risolve nel quotidiano umoristico di un gioco per bambini. La nebbia, appunto, è simbolo di una condizione che rende ciechi e invisibili – non riconoscibili – ai tanti occhi che si smarriscono nelle nostre giornate.
    Complimenti, ho letto e apprezzato molto questo racconto!
    Pamela Di Mambro

  2. Trovo che sia interessante, lo trasformerei in piccola sceneggiatura per un cortometraggio. Io sono appassionata di gialli, quando arriva la prima immagine dell’uomo che spia attraverso alla porta a vetri ho pensato subito che potesse essere la sua immagine riflessa. Bello però