Non disturbare il can che dorme -puntata conclusiva

Serie: Non disturbare il can che dorme


L’anziano signore, nonostante ebbe curato con molta attenzione il cane, che era diventato oramai abbastanza grassoccio, la notte veniva continuamente disturbato dai rumori e dalle visioni, vedeva sempre la stessa scena, non cambiava mai.

Vedeva suo fratello scavare la sua tomba assieme a quel branco di cani che lo aiutava.

Stava impazzendo, la notte non chiudeva occhio, non riusciva a capire dove stava sbagliando.

Aveva aiutato a rimettere il cane in sesto che, adesso, era arzillo più che mai.

Ci giocava assieme e, quell’animale, si divertiva un mondo in quel prato della villa.

Ancora, però, le visioni continuavano ad esserci, sempre uguali.

Ogni sera, quando andava a dormire, usava il sonnifero per non svegliarsi di soprassalto dai rumori e dalle visioni, ma nonostante ciò, mentre dormiva, nel suo sogno, sentiva sempre quel raschiare di unghie nel legno e vedeva suo fratello.

Egli aveva degli occhi vacui, dei capelli neri che gli ricadevano sul volto, una faccia intristita e delle mani raggrinzite, sporche di terra.

Poi, la mattina dopo, trovava la fossa sempre più profonda e, impaurito e stanco, continuava a ricoprirla con la pala.

Ma ecco che la sera dopo la fossa ritornava sempre com’era precedentemente.

Non ce la faceva più, non sapeva più che fare, perciò andò da uno psicologo che venne con lui nella casa, per farlo riflettere su quello che aveva fatto, dicendogli che era colpa del suo subconscio.

Andarono insieme e, quella sera, improvvisamente, l’anziano sentì ancora quei rumori e rivide suo fratello, poi però quella sua visione cambiò e suo fratello fece una cosa differente, prese la pala e si avvicinò.

Non lo colpì, anche se il vecchio si stava proteggendo il viso con le mani ed indietreggiava impaurito.

Si voltò invece verso lo psicologo, lo raggiunse e lo prese per le spalle e, con forza tremenda, lo scaraventò nella fossa.

L’anziano signore sentiva le urla di quel poveretto, ma non poteva fare niente.

Vide il suo corpo venire seppellito da strati e strati di terra.

Comunque continuava a sentire lo stesso le sue urla che imploravano perdono, e il raspare continuo delle unghie sulla terra.

Poi, quando tutto si acquietò, rivide il cane, ma non era più il cane tozzo di adesso, era ancora quello di una volta, magro, esile.

Senza pensarci due volte prese il fucile, che teneva vicino a se nel comodino, e gli sparò.

Un attimo dopo il corpo del cane era scomparso e, al suo posto, c’era lo psicologo accasciato per terra.

I rumori tornarono e, con quelli, le urla strazianti del morto.

Rivide tutta la sua tirchia e brutta vita, e comprese: lui non aveva salvato il cane, l’aveva ucciso, come lo psicologo e suo fratello.

E, pensando di aver riacquistato un po’ di lucidità, credette di non essere nella sua bene amata casa nel bosco, ma di stare in un manicomio.

Pensò che la polizia, dopo aver visto l’orrore di quella carneficina, lo avesse rinchiuso dentro quella stanza, vedeva i medici che andavano e venivano, dandogli un po’ di cibo nelle flebo, che aveva attaccate nelle braccia.

C’era uno specchio di fronte al letto dove stava, esso era messo in una posizione per cui ci si potesse specchiarsi senza alzarsi o muoversi.

Così, al contempo paurosamente e curiosamente, decise di osservarsi tramite quello specchio e capì che, quell’uomo grande e grosso che era una volta, era diventato un anziano stanco, molle e senza alcune capacità motorie.

Decise di farla finita e si suicidò strappandosi le flebo per scappare da quella che sembrava la sua ‘cella’ e andandosi ad impiccare nell’albero del parco più vicino.

Così dopo giorni lo trovarono i suoi coinquilini, morto nel vecchio albero al centro del boschetto… Nessuno di loro sa con certezza cosa successe, ma, nella sua villa, si trovò un diario con su scritto le sue ultime parole, prima del suo suicidio:

“Sto impazzendo, sto sentendo rumori ripetitivi e continuo a vedere cose non vere, credo che tra poco non ce la farò più a sopportare tutto ciò, farò meglio a togliermi la vita prima che la pazzia mi prenda completamente, solo ora rimpiango tutto quello che ho fatto, ma è troppo tardi per pentirsene, quello che è stato compiuto rimarrà per l’eternità marchiato nel mio cuore.

Nella vita ho compiuto delle azioni e decisioni di cui non ne vado fiero, non ho pensato ai problemi altrui e, per stare bene, ho prevaricato sugli altri più deboli.

Ed ora, vecchio e malato, non capisco più cosa sia la finzione e la realtà, quindi, prima che possa far male ad altri, sparirò per l’eternità.

Perciò, questo è quello che mi merito, addio.”

Così, dopo tutto questo, si impiccò nel ramo dell’albero più vecchio posto al centro del bosco, credendo di stare scappando da un manicomio.

Ma in questo modo la sua vita volse al termine, una volta per sempre, e il cane trovò finalmente la pace assieme al fratello…

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