Notte di Tenebra

Serie: Regina


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Un'immagine appare tra le insegne luminose della città: è il volto di Regina.

Le sue chiome erano scure come la notte che avvolgeva la città: il volto di Regina era circondato da quella cascata di tenebra e sorrideva. Cosa si nascondesse dietro quel sorriso non avrei saputo spiegarlo, ma i suoi occhi stavano già parlando: a me… a tutti. Brillavano e fissavano la città. Sembravano affamati, sembravano assetati. Era il desiderio a colorare i riflessi ambrati di quello sguardo di una luce più vivida e quel desiderio era adesso al centro della mia attenzione. Così rimasi in attesa finché le sue labbra si schiusero e la sua voce fu udibile a ciascuno:

«Fratelli e Sorelle, ho dormito a lungo, riposando accanto alle fondamenta su cui avete costruito questa nuova civiltà. Ma queste fondamenta sono intrise del sangue di coloro che avete dovuto sacrificare per ottenere sempre più potere e forza. Ed io oggi, come allora, rinasco da questo sacrificio di sangue. L’odore della morte mi ha destato, e il sapore del sangue ha risvegliato la mia insaziabile fame perché io, come voi, se inizio a nutrirmi non riesco a più a fermarmi».

Dopo aver pronunciato queste parole la sua espressione tornò seria e il suo sguardo s’incattivì:

«Ho osservato le piccole e strette vite che vi siete costruiti. La vostra brama di successo e possesso vi ha resi schiavi di promesse vane e irrealizzabili. E mentre le vostre anime si spengono trasformandovi in gusci vuoti che si appagano con il semplice piacere, io divento sempre più forte e, oggi, sono pronta a cancellare la vostra presenza da questo ultimo pezzo di storia. Oggi, dalle vostre ceneri, una nuova civiltà rinascerà: la mia».

Davanti a me un fiume immobile di uomini, donne e bambini ascoltavano ammutoliti quelle parole. Regina, con la sua voce delicata e sottile, ruggiva tutto il suo disprezzo verso la nostra umanità. E lo faceva con parole dure, atroci perché impietose di ciò che i suoi occhi conoscevano già: l’avidità umana. Loro bevevano il sangue per sopravvivere, noi distruggevamo per il semplice gusto di trionfare e guadagnare potere. Le nostre esistenze non erano altro che corpi vuoti al servizio delle ambizioni del potere, quel potere che gli uomini avevano esercitato per secoli. Io lo sapevo bene, ero uno dei reietti, degli emarginati, che era riuscito a sopravvivere solo accettando di diventare un soldato di questa città: sempre a disposizione per una manciata di monete e un letto caldo. Avevo anche imparato ad amare questa vita che ogni giorno mi svuotava del mio orgoglio di uomo dandomi come unico scopo quello di soddisfare le aspettative di chi avevo intorno.

All’improvviso sentii un enorme frastuono, voltandomi mi accorsi che alcune auto si erano scontrate tra di loro, altre erano sbandate finendo a ridosso dei marciapiedi. La terra si era mossa e le strade si erano aperte. Quello che era accaduto all’interno del museo, si stava ripetendo. I morti riemergevano dalle viscere del sottosuolo. Ma non erano quei pochi che avevo visto in compagnia di Regina e Lucien, erano decine… adesso centinaia. Uscivano dalle profondità del sottosuolo senza sosta: Manhattan si stava sgretolando. Vidi le vetrine andare in frantumi sotto i loro colpi feroci e la gente scappare urlando. E poi vidi i morti assalirli. Erano volti diversi da quelli che avevo visto finora, erano scavati, scheletrici. A quel punto iniziai a correre con gli occhi spalancati e il terrore nel cuore. Il mio cervello mi comandava solamente di scappare da lì. Non ci volle molto perché mi accorgessi che i morti mi evitavano. Esatto, nessuno di loro sembrava interessato a me. Li vedevo correre e superarmi, li vedevo svanire e riapparire intorno a me. La mia era una corsa senza senso, non sapevo nemmeno dove andare, ma mi fermai di colpo quando davanti a me si palesò Lucien. Mi sorrise facendomi segno di stare calmo.

«Non aver paura, Regina vuole vederti. Per te ha altri piani.»

Rimasi sorpreso. Cos’altro poteva volere da me? Ormai la città apparteneva a lei e alla sua legione di morti. 

«Quali piani?» domandai

«Sarà lei a spiegartelo.»

Annuii, non sapendo cos’altro dire e lo seguii. Manhattan era diventata il loro campo di battaglia. Gli edifici letteralmente fumavano. Gli incendi divampavano dai piani più alti. Pensai a mia moglie e pensai ad Arnold, mi sentivo impotente e in colpa. Non stavo reagendo come gli eroi dei film o dei fumetti, ero solo un uomo spaventato finito in mezzo ad una guerra tra mostri ed esseri umani. Pensai che quella sarebbe stata la fine per l’intera umanità e ormai ero sul punto di accettarlo. In fondo quel mondo avrebbe potuto fare a meno di noi che avevamo già da tempo rinunciato a combattere per difendere i nostri valori. Eravamo dei servi egoisti e capricciosi, servi dei nostri padroni e delle nostre abitudini, e i servi, si sa, sono destinati a morire nell’indifferenza di Dio.

«Quanti pensieri complicati affollano la tua mente e dire che a vederti sembri così… semplice» intervenne Lucien.

Capii che loro potevano leggere i miei pensieri e che per Regina dovevo essere un libro aperto da consultare a piacere per imparare ad addomesticare animali come me. Lucien si voltò verso di me e rise. Quell’ultimo pensiero doveva aver fatto centro. Poi riprese a camminare. Raggiungemmo l’One World Trade Center. Salimmo al 94th piano, fortunatamente gli ascensori erano in funzione. Non vidi cos’era accaduto negli altri piani, ma lo immaginai. Chiusi gli occhi e tirai un bel respiro dentro i polmoni prima di lasciarlo uscire: dovevo rimanere calmo. Regina ci stava aspettando. Quel piano a cui non aveva accesso nessuno, era stato trasformato in una sala radio-televisiva. Alcuni uomini si muovevano come cani obbedienti e ben addestrati. Proprio come avevo fatto io. Regina indossava una veste bianca e lunga. Ma non era antica, doveva aver trovato qualcosa di più moderno, ma di suo gusto, tra le vie della città. O magari aveva semplicemente ordinato che glielo portassero, lei poteva vedere attraverso gli occhi di tutti noi e comandarci a suo piacimento. 

Quando fui abbastanza vicino, si voltò verso di me e mi sorrise proprio come aveva fatto Lucien, ma, il suo, era più simile a un ghigno che a sorriso amichevole con cui accogli un amico che non vedi da un po’. Lucien ci lasciò e io rimasi solo con lei.

«Sai perché sei ancora vivo?»

Io feci spallucce anche se i miei movimenti erano decisamente rigidi e impacciati: colpa della paura ma anche della sua bellezza. Era una creatura così bella e feroce. Non mi stancavo di osservarla, anche se avrei preferito trovarmi altrove.

«Ho bisogno che tu faccia esplodere questa città. Ti affiderò degli uomini e alcuni dei miei fratelli.»

«Ma perchè?» domandai io. «Non puoi semplicemente conquistare la città? Perché distruggerla?»

Lei mi sorrise con il suo solito ghigno malizioso.

«La vera città si trova sotto Manhattan, è stata costruita prima che iniziassimo a riposare. Quando ormai gli uomini erano scomparsi. Ogni diecimila anni una nuova civiltà giunge e noi ce ne sfamiamo per tornare a regnare. Ma non preoccuparti, tu e altri sarete mantenuti in vita e chiunque deciderà di non opporsi.»

Non che la cosa mi rincuorasse.

«Non sono un esperto di esplosivi. Dovresti cercare qualcuno più qualificato di me» provai a suggerire. Non capivo perché pur condannando quella sua intenzione finivo sempre per immedesimarmi nei suoi piani e consigliarla.

Lei annuì.

«Avrai il compito di vigilare. Saranno altri a piazzare gli esplosivi. Sinhart, la città dei morti, deve tornare alla vita, proprio come noi. Domani, assieme al sole, il mondo vedrà sorgere una nuova epoca: la nostra.»

Serie: Regina


Avete messo Mi Piace4 apprezzamentiPubblicato in Horror

Discussioni

  1. Ecco che gli aspetti di una critica alla società, suggerita dal prologo e dal buon @joe8Zeta7 qui sotto, cominciano ad emergere, accompagnati da un’accelerata di avvenimenti ricchi di azione. Il nostro protagonista sembra accettare un po’ troppo velocemente tutto ciò che sta accadendo, ma vediamo cosa riservano i prossimi episodi 🙂

    1. Non è nemmeno detto che reagisca. In fondo non si può mai sapere come una persona potrebbe comportarsi in situazioni così surreali. Siamo abituati agli eroi, ma non tutti nascono eroi. Comunque vedremo, anche perché devo ancora scriverlo…

    1. Carlos si è un po’ “intellettualizzato”. In realtà i ragionamenti più profondi nascono quasi sempre in risposta a eventi traumatici che costringono a rivedere le priorità che ci siamo imposti o a osservare con occhi diversi la realtà che ci circonda. Mi piaceva l’idea di entrare nella testa di un ragazzone buono e ingenuo che tende ad accettare tutto con una certa accondiscendenza e smuovergli qualche rotellina. Grazie sempre per aver avuto la pazienza di leggere.