
Novembre
Mi sono presa del tempo per trovare parole adeguate, e con fatica, ho trascinato la mia penna sui fogli ancora bianchi delle nostre vite.
Ti ho sempre detto che tu sei stato da sempre la mia ispirazione, che ti avrei scritto e descritto, che avrei nuovamente messo in essere un racconto, di cui tu eri il principale interprete.
Mi mancava solamente il finale che avevo lasciato in sospeso, fino alla fine del mese come ti avevo detto, ed ora eccolo, tutto è scritto, compiuto.
Difficilmente tu capirai quello che ora ti scriverò, troppo mare, troppe montagne oramai ci separano nella realtà della vita.
Ma ne è valsa la pena, mi conosci, fosse anche per dire come è andata veramente dal mio punto di vista.
Quello che io ho vissuto in tutto questo anno passato, quello che mai dimenticherò.
Sai che ho amato il buio dei tuoi sentimenti, ho amato i tuoi sempre più evidenti silenzi, colmati solo dalle mie parole. Lunghi monologhi a senso unico, dettati solo dal desiderio di farti capire chi ero, di piacerti oltre ogni modo, sforzi inutili, barche arenate su spiagge deserte.
Tu invece, che sei stato il mio Orco, senza che me ne accorgessi, ne hai assorbito il centro di esse, prosciugandomi così interamente l’anima ed il cuore, inaridendo così la mia gola, fino a rendermi muta. Bavaglio stretto di filo spinato.
E sapientemente, mi hai manipolata con le tue misurate poche parole, e goccia dopo goccia, stillicidio mentale, mi hai ammaliata con lascive allusioni, nel tuo mondo apparentemente dorato, escludendomi così nel tempo, da tutto e da tutti.
Mi sono fermata con te come libellula sulla superficie dell’acqua, ma nel profondo del ghiaccio che ricopre il tuo cuore, no, quello non ho potuto raggiungerlo e quindi scioglierlo.
E più passava il tempo, e più io non mi rendevo conto di quanto male c’era in esso.
Io non più io.
Tu che ridevi e mi deridevi nello stesso tempo, io sempre più piccola.
Tu che eri il mio sole, ed io che come Icaro, cercavo in ogni modo di raggiungerti, ma ogni volta mi bruciavo sempre di più le ali, e cadevo così sempre più in basso, pur sapendo che prima o poi mi sarei bruciata del tutto nella mia illusione.
Tu sole nero, oscuro, violento.
Ho sempre saputo, pur di non perderti, che se avessi alzato la testa, tu avresti chiuso per sempre le porte della tua anima sporca di catrame.
Tu come un padre padrone, tu come un padre che perdona i suoi figli. Figli devoti e ubbidienti a tuoi piedi.
Giudice vestito con la toga dell’arroganza, pronto a condannare il mio modesto amore.
Io che sono sempre scesa a compromessi.
Mi hai spogliata nuda un tempo, ed io pur di compiacerti ho danzato davanti a te come una scimmia ammaestrata. Hai goduto della mia infantile esecuzione con occhi pieni di possesso.
E quando hai capito che tutto ciò stava per finire, davanti alle mie nuove mai espresse reticenze, come il più crudele dei personaggi delle favole, mi hai fatto una domanda.
La scegliesti apposta sicuro di vedermi nuovamente crollare davanti al tuo potere.
” O te ne vai, o resti.”
Non risposi subito alla tua provocazione, tu che volevi mettermi con le spalle al muro, tu che volevi sintetizzare tutto, tu che mi volevi sottomettere ancora una volta alla tua volontà.
Tu che quando volevi avere ragione, non guardavi in faccia nessuno, neppure chi ti era stata vicina fino a quel momento. Cieco e sordo nella tua ottusità.
Non risposi, perché non volevo chiudere con rabbia.
Che tristezza dirti addio a Novembre nonostante tutto. Quale fatica mi costa, quale nostalgia mi assale, prima ancora che io pronunci le fatidiche parole al mio carceriere, dopo un anno passato in cui ora intravvedo, finalmente, la porta d’uscita verso il mio amor proprio.
Perché domani sarà Dicembre, e come cambiano i mesi, così può cambiare la vita.
Sotto la cenere della mia volontà in cui tu mi hai ridotta, brucia ancora la brace del mio fuoco e presto tornerà ad ardere, perché tu non puoi più soggiogarmi.
Io sono libera.
Hai provato anche a mettermi in una bottiglia di vetro in mezzo a tutte le altre donne, sulla tua scrivania di ebano, ma è impossibile perché io sono il vento e l’aria, ed il vento e l’aria non le puoi controllare per sempre.
Loro soffieranno forti nel mio spirito, fino a far brillare la mia fiamma interiore.
Ed è per questo che non provo risentimento nei tuoi confronti.
Ma una cosa però la devo ammettere e di conseguenza sinceramente ringraziarti.
Ti ringrazio di avermi insegnato a non sognare più, a rendere reale, la realtà.
A non credere più alle favole a lieto fine.
Io che ho visto in te il personaggio più terribile, della fantasia, ora so che gli Orchi esistono veramente.
Dedicato.
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ben descritta qui una presa di coscienza del male che altri esercitano su di noi . Ma la consapevolezza che ne nasce è un piccolo e scintillante diamante .
Ciao Riccardo, grazie del tuo gradito commento
Che bello Cinzia questo tuo racconto, credo uno dei migliori. Scritto molto bene, scorrevole e coinvolgente. Mi sono sentita anche io una libellula sul filo dell’acqua. Perché noi donne siamo tutte un po’ così. Quel nostro lato oscuro che vorremmo strappare via, ma che alla fine decidiamo sempre di conservarne un pezzettino. Come è difficile e quanto pesa. Nessuna di noi può dire di non esserci passata. Ci vuole solidarietà e comprensione. Tutto qui. Grazie per i tuoi preziosi spunti di riflessione.
Grazie Cristina per il tuo sempre importante per me commento.
Riesci a cogliere l essenza che ci accomuna a tutte noi donne, anche se quando scrivo, io non me ne rendo conto.
Sei e tu lo sai, per me preziosa.