Nuovi orizzonti

Serie: Agenzia Sullivan & Soci


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Guidai con l’occhio sinistro mezzo chiuso, il sangue sgorgava copioso come un torrente in primavera quando il ghiaccio si scioglie. Ogni minimo movimento mi causava un dolore difficile da descrivere, come un tizzone ardente poggiato sulla palpebra. La testa era pronta a spaccarsi in due, nemmeno quando mi scolavo due bottiglie di gin da solo provavo sensazioni simili, procedevo a quindici chilometri orari sulle strade male illuminate che conducevano all’ufficio, ogni volta che dei fari entravano nello specchietto retrovisore ero costretto ad abbassarmi per non scorgerli più. Giunto a destinazione parcheggiai con una ruota sul marciapiede, tolsi la chiave dal quadro motore così di scatto che per poco non rischiai di portare con me il volante. Barcollai fuori, una ventata d’aria gelida ebbe lo stesso effetto di un treno che procedeva a tutta velocità contro la mia faccia da stronzo. Questa volta la luce dell’ufficio era già accesa, socchiusi le palpebre mentre strisciavo contro il muro, faticavo a respirare e ogni volta che i miei polmoni richiedevano un po’ d’aria riuscivo a fatica a compiere quel gesto che tanto naturale. Dalla porta dello studio di Frank filtrava la solita puzza di sigaro, un rumore di passi precedette la comparsa del mio collega che mi osservava con la bocca piegata in un ghigno compiaciuto.

“Cazzo, se avessi saputo che stasera si sarebbe tenuto l’incontro per il titolo di campione dei pesi massimi avrei comprato un biglietto” mi venne incontro, passò il braccio destro sotto la mia spalla sinistra.

“Vaffanculo, di cuore. Vaffanculo.”

“Sei sempre gentile, amico mio. Forza, andiamo a sederci sul divano, così mi racconti chi ti ha mandato al tappeto mentre ti ricucio quel bel faccino” rideva mentre quel dannato sigaro mi spruzzava fumo negli occhi.

“Non puoi spegnere quella merda? Mi sta uccidendo, cazzo.”

“Sono o non sono il medico qui? Dovrai sopportare il sigaro per un po’, poi potrai anche andare a morire sul tuo divano preferito. Nonostante i miei programmi ti sono venuto a dare una mano, e ti lamenti pure?” mi scaricò come un sacco di patate, poi scomparve di nuovo nel corridoio.

La stanza era illuminata solo dalla lampada da scrivania che inondava di bianco tutto ciò che le capitava a tiro, mi accorsi che il mondo intorno a me si era messo a girare a velocità doppia, non riuscivo a fissare niente per più di un secondo. All’improvviso la scatola cranica divenne troppo pesante per il mio collo, mi trovai con la testa appoggiata al muro, la nausea si faceva strada dal mio stomaco verso la bocca. Questa era una di quelle sere da incorniciare. Di certo avrei cerchiato la data sul calendario per conservare l’ottimo ricordo della cosa.

“Ehi, non crepare qui, abbiamo bisogno di tutto meno che della polizia anche nel nostro ufficio. Vuoi un po’ d’acqua?” Sullivan era tornato con la cassetta del pronto soccorso che tenevamo nel cesso, per ogni evenienza.

“Sì, sarebbe gradita” ogni parola mi costava più di una maratona, il cervello faticava a collegarsi con la bocca, la lingua impastata come se avessi avuto due chili di budino da masticare.

“Ecco qua, fai attenzione a non strozzarti, non ho voglia di raccogliere il vomito sul mio prezioso tappeto venusiano.”

Quando il fluido fresco scese giù nella gola non potei fare a meno di provare un brivido, una piacevole sensazione di ristoro, il budino parve scomparire così come era arrivato, posai il bicchiere a terra. Frank armeggiava con la cassetta del soccorso con la precisione di un chirurgo che sta per operare d’urgenza. Il rumore di boccette di vetro che urtavano fra loro componeva una stramba sinfonia che, pian piano, placò il mio cervello sempre in movimento.

“Sei pronto ad essere ricucito?”

“Sì, mi è già capitato in passato, si sopravvive.”

“Intanto cerchiamo di capire un po’ meglio che cazzo è successo in quel Club. Ti avevo lasciato a guardare qualche culo, come diavolo sei finito in una rissa?”

“Ho parlato con Shirley, che si è esibita al posto di Mary. Nadia non le aveva raccontato nulla e, a quanto pare, nemmeno il nostro amico Patrick, ha scoperto da me della morte dell’amica. Forse era ubriaca, forse era drogata, non lo so, ad ogni modo non ha reagito piangendo, come credevo. Mi ha raccontato della storia d’amore tra il pianista e la spogliarellista, lei non voleva accasarsi, voleva sentirsi libera e così ha rifiutato la proposta che lui le aveva fatto.”

“Anche secondo lei non avrebbe torto un capello alla Garrett?” la mano di Frank era davvero leggera, rimasi sorpreso, forse aveva ricucito più gente di quanto non volesse ammettere.

“Sì, stessa cosa anche per lei. Non ha saputo indicare qualche cliente sospetto o troppo invadente. Pare che quel cazzo di posto sia frequentato solo da pacifisti, ad ogni modo, Mary era preoccupata nell’ultimo periodo ma non le aveva confidato i suoi sospetti sull’ammiratore segreto.”

“Beh, tanto amanti della pace non sembrano, visto come ti hanno ridotto” rise di gusto mentre tornava alla scrivania.

“Questo è tutto merito di “Slowhand”, che tu ci creda o no è proprio così.”

“Racconta meglio, sono proprio curioso di sapere.”

“Quando ho finito con Shirley sono tornato in sala, ormai era quasi del tutto vuoto il posto, lui era ubriaco, molto alterato, me ne sono accorto quando sono arrivato al bancone. Gli occhi erano diversi dal solito, mi ha guardato, era insieme al sassofonista, credo si chiami Bubba. Stavano bevendo qualcosa, io ho ordinato da bere e, quando il nostro compare ha sentito la mia voce è scattato come un pupazzo caricato a molla. Ha iniziato ad urlare che dovevo piantarla di infangare la memoria di Mary e, in un attimo, mi ha spaccato una bottiglia sull’occhio. Il resto lo sai.”

“Ci è andato leggero, non il classico pianista, indubbiamente. Anche se non credo comunque sia colpevole.”

“No, nemmeno io, che sia ancora innamorato della spogliarellista è del tutto evidente.”

“A questo punto, seguiamo l’unica pista possibile: il porto. Che ne dici di una bella visita in incognito?” disse mentre rimetteva a posto i ferri del mestiere.

“Sì, è l’unica strada che abbiamo” sarebbe stata una lunga giornata.

Serie: Agenzia Sullivan & Soci


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Discussioni

  1. Ciao Alessandro, ci siamo già sentiti ma eccomi qui all’ultimo episodio della prima serie. E’ stata un’esperienza molto interessante, per me che non conosco molto del mondo dei podcast. Mi è piaciuto “ascoltare” gli episodi per poi leggerli subito dopo. Forse la sequenza corretta è quella contraria, ma per quanto mi riguarda hanno arricchito la lettura. Per la scrittura, ho già detto in passata che sei un ottimo autore. Ora aggiungo, una bella “voce” 😀 A parte gli scherzi, tanto di cappello per il lavoro che hai dovuto fare dietro le quinte: grazie

  2. Notevole l’incipit di questo episodio!
    Lasciamo Colt a parlare con Shelly, e lo ritroviamo con l’occhio spaccato.
    Bella la trovata narrativa – quasi da serie televisiva – di fare un salto in avanti per spiazzare il lettore, e poi ricostruire i pezzi a ritroso!