Nuovi sviluppi

Serie: Assalto al condominio!


Note al testo: Le frasi in latino presenti nel racconto sono state tradotte dall’italiano con Google Translate. Non conoscendo la lingua, non posso garantirne l’accuratezza grammaticale.

Aristide, stupito, osservava la donna seduta sulla paglia chiedendosi se era diventato matto o se i condomini del palazzo nascondevano un orribile segreto. Il cuore gli palpitava nel petto, mentre il cervello tentava di venire a patti con quello che gli mostravano gli occhi. Storie di segregazioni morbose si affacciarono alla sua mente, accavallandosi con le scene dei film horror che aveva visto, in cui il personaggio principale scopre un segreto inquietante, appena prima di venire sorpreso. Si volse di scatto, ma non c’era nessuno dietro di lui, pronto a sopraffarlo. Tornò quindi a osservare la stanza. Infine, mosse un passo verso l’interno.

«Oblitus es armis tui, miles? (Ti sei dimenticato l’arma, soldato?)» chiese la donna.

Aristide la fissò, senza capire.

«Cosa?» disse. «Signora, state bene?» chiese stralunato.

La donna non gli diede risposta e lui rimase in piedi al centro della cella a riflettere sulla situazione. Il malato di mente che aveva imprigionato quella poveretta avrebbe potuto scoprirlo da un momento all’altro, quindi non c’era tempo da perdere: si avvicinò alla ragazza, appoggiò la fiaccola dove il terreno era sgombro e, prima che lei potesse aggiungere parola, si mise ad armeggiare con le catene che le tenevano le mani imprigionate dietro la schiena.

«Pone manus, miles! Quo me vis accipere? (Metti giù le mani, soldato! Dove mi vuoi portare?)» protestò la donna, dimenandosi.

Aristide dovette lottare con la prigioniera, oltre che con le catene, per disinnescare il pesante lucchetto che chiudeva i bracciali di ferro. Per fortuna aveva sempre con sé il coltellino svizzero, come gli aveva insegnato suo padre, altrimenti sarebbe stato spacciato. Miles, pensò, intanto. Reminiscenze dei corsi di latino frequentati a scuola tornavano ad affacciarsi alla sua mente. Soldato? si chiese. Questa è matta!

«Dai!» s’incitava da solo, intanto. «Cosa te lo porti dietro a fare, questo affare, se non lo sai usare in una situazione del genere?»

La prigioniera si divincolò, scivolando qualche metro lontano da lui.

«Signora, sto cercando di aiutarvi!» sbottò Aristide, carico di biasimo. «Se non ce ne andiamo subito, rischiamo di farci scoprire, capite?»

Il suo volto esprimeva sincero rammarico.

«Quis es tu? (Tu chi sei)? » chiese la donna, stranita.

«Quis es… Questa la so!» esclamò Aristide.

«Miles!» rispose, «Miles, bonus! (Soldato buono!)»

«Vir meus te misit? (Ti ha mandato mio marito?)» chiese ancora la prigioniera.

Aristide non sapeva cosa rispondere.

«Sì!» provò a dire, annuendo, e la ragazza si lasciò andare a un sorriso.

«Oh, finalmente!» commentò lui, quando capì di aver ottenuto la sua collaborazione. «Io non parlo la vostra lingua, mi dispiace!» aggiunse, mentre armeggiava con il coltellino e le manette.

«Aufer me ab illo, eques! Vir meus tibi retribuere poterit! (Portami lontano da qui, cavaliere! Mio marito ti saprà ricompensare!)»

«Va bene…» rispose Aristide, che non aveva capito quasi nulla. «Eques? Cavaliere?» disse, poi. «Figo!» dichiarò gonfiando il petto, esaltato.

Finalmente il lucchetto sì aprì con un CLICK!. Aristide prese la prigioniera per le spalle e le chiese: «Siete rumena?»

Per la prima volta, da quando l’aveva vista, considerò la bellezza del suo volto. L’aiutò a tirarsi su, subito sopraffatto dall’urgenza di fuggire.

Aristide prese la prigioniera per mano e la condusse all’imbocco del tunnel dal quale era arrivato. Da lì, s’inoltrò insieme a lei lungo il corridoio di pietra.

«Quous…» azzardò. «Quousque…eras…ibit? (Da quanto tempo eri lì?)»

«Duobus mensibus! (Da due mesi!)» rispose lei.

«Due mesi!» rifletté Aristide a voce alta. «Tranquilla: li mandiamo tutti in prigione, ‘sti bastardi!»

«Stai bene?» chiese il più bassino dei due, la canotta bianca aderente al fisico palestrato.

Accese la luce del bagno e le venne incontro. S’inginocchiò a lato delle sue gambe nude e disse: «Ti sei persa?»

«Freddy Mercury!» saltò su Monica, e la tensione sul suo volto si liquefò, sostituita da un sorriso gentile.

I due ragazzi del terzo piano risero all’esternazione di lei, mentre Monica allungava la mano e toccava i baffi voluminosi del suo dirimpettaio. Alzò gli occhi e osservò il suo compagno, in piedi accanto allo stipite della porta.

«Mi sa che ho sbagliato appartamento…» confessò languida al marcantonio che le stava di fronte.

I padroni di casa l’aiutarono a alzarsi.

Il campanello suonò.

«Sono i poliziotti!» sbottò, di nuovo preoccupatissima. «Ragazzi, dovete nascondermi!»

«Stai tranquilla.: sei venuta a trovarci, non è vero?» disse il ragazzo alto, e le fece l’occhiolino.

Monica sentì scambiare poche battute fra i poliziotti e il padrone di casa, poi il rumore dello stipite che si chiudeva, seguito dalle chiavi che sigillavano l’entrata. Allora si quietò.

«Rinfrescati un poco, ti sentirai meglio,» disse il ragazzo con i baffi.

Andò al mobiletto azzurro di fronte al lavabo e tirò fuori un asciugamano per lei.

«Grazie.» disse Monica.

La lasciarono da sola.

Monica si sentiva estatica. Il salviettone con impressa la Union Jack era così soffice, l’acqua fluiva senza far rumore dal rubinetto d’acciaio cromato. Si deterse il volto, la base del collo e le braccia. Con l’asciugamano raccolse le gocce impertinenti che le si erano infilate sotto la camicetta, massaggiandosi parti del corpo che, di solito, sfregava rapidamente. S’avvicinò alla finestra e guardò in basso. Fu colta da un immediato senso di vertigine, ma riuscì a sopraffarlo afferrando con entrambe le mani il marmetto interno della finestra. Due volanti della municipale stazionavano davanti al cancellino del palazzo.

«Che alto!» disse, mentre osservava le luci rosse e blu che vorticavano sopra al tetto delle auto, l’alcol e il thc che, più si rilassava, più tornavano ad annebbiarla.

«Uiii!»

Lanciò un gridolino, muovendo il dito davanti agli occhi in senso circolare. Alzò la testa e osservò le luci dei palazzi che le stavano di fronte, lontani. Qualche stella brillava nel cielo, ancora più in alto. Abbandonò l’asciugamano sul ripiano del lavello e si voltò per uscire dalla stanza.

«Che figata!» commentò, passando accanto alla Jacuzzi di fianco alla porta.

«Che bel bagno, che avete!» disse entrando nella cucina, altrettanto moderna e spaziosa. «Wow! Che bella cucina!»

Valutò – un pensiero automatico – che con lo stipendio che aveva non avrebbe mai potuto permettersela.

Magari finito di pagare il mutuo, si disse.

«Ti senti meglio?» chiese il ragazzo statuario. «Vuoi qualcosa da bere?»

«Grazie.» acconsentì Monica.

«Ragazzi, mi dispiace tantissimo di essere piombata così in casa vostra. Non sono una criminale!» si scusò.

Il ragazzo con i baffi sedette sullo sgabello della penisola, accanto a lei.

«Lo sappiamo.» disse, e le prese la mano. «Sei un’amica di Marco, giusto?»

«Sì!» rispose Monica. «I miei amici sono proprio degli idioti. In particolare Aristide.» spiegò.

«Però è carino!» ammise il ragazzo più alto, mentre versava birra aromatizzata al limone nei bicchieri.

L’amico fece un cenno di assenso.

«È quello con i riccioli?»

«Sì!» confermò Monica. «Voi… siete una coppia?» chiese.

«Sì!» disse il ragazzo che le stava accanto. «Che maleducati!» continuò. «Non ci siamo neanche presentati! Io sono Luca e lui è Massimiliano.»

Si strinsero la mano, prima di brindare allo scampato pericolo.

Monica si rilassò completamente. Aveva fumato troppo e bevuto più di mezza bottiglia, ma l’adrenalina dei minuti precedenti l’aveva mantenuta vigile. Ora, finalmente in salvo, il suo corpo lasciava defluire la tensione, sostituita da una velata stanchezza. Abbassò lo sguardo e si accorse di non aver riallacciato i bottoni della camicetta: aveva praticamente le tette di fuori.

Chissenefrega! pensò. Qui non me ne devo preoccupare, e scacciò il concetto con un movimento della mano.

Luca e Massimiliano le sorrisero.

«Sono ancora lì fuori?» chiese dopo alcune chiacchiere, pensando ai poliziotti.

«Sì!» confermò Massimiliano, attaccato alla finestra.

«Cheppalle! Chissà come stanno i miei amici.» rifletté ad alta voce. «Spero non li abbiano beccati.» continuò, e raccontò ai due il motivo di tanto scompiglio.

Finirono tutti e tre a ridere senza riuscire a trattenersi.

Era bello, pensava Monica, ridere così sinceramente: era da parecchio tempo che non le accadeva.

«Mi piacete, voi due.» confessò, infine.

«Anche tu ci piaci.» rispose Luca, fissandola negli occhi.

Monica si abbandonò a uno sguardo languido, le difese facilmente penetrate.

«Avete una casa bellissima!» si riscosse, rivolta a Massimiliano. «Ma che lavoro fate?»

I due si scambiarono uno sguardo, poi Massimiliano rispose: «Siamo attori.»

«Attori?» ripeté Monica, spalancando gli occhi, colpita.

Passò con lo sguardo da un ragazzo all’altro, chiedendo così approfondimenti.

«Attori porno.» precisò Luca, sorridendo malizioso.

«Oh!» esclamò Monica. «Porno… gay?» chiese, innocente.

«Porno tutto.»

Serie: Assalto al condominio!


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