OF

Serie: Cinquanta Racconti


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: .

La sera era una di quelle maledettamente umide, l’aria che s’incollava alla pelle come sudore freddo. Milano era grigia e gocciolante, più sporca che mai, come se la pioggia invece di pulire avesse messo in luce tutta la sporcizia accumulata. I tombini borbottavano, e le pozzanghere riflettevano luci sbiadite e stanche. Io ero stanco, di quella stanchezza che non ti manda a letto, ma ti spinge fuori, tra i muri scrostati e le luci al neon dei bar che non chiudono mai.

Mi infilai in uno di quelli, un locale che non prometteva nulla, e manteneva la promessa. Al banco, un uomo stiracchiava i suoi ultimi sorsi di qualcosa, la barba macchiata di sigaretta. Lei invece stava lì, una donna con i capelli rossi che si portava dietro come una bandiera. Aveva un bicchiere davanti, troppo pieno e troppo colorato per quel posto. Era fuori posto, come un mazzo di fiori su una discarica.

Quando la guardai, la riconobbi. Non subito, ma la riconobbi. Quella faccia che sembra familiare perché l’hai vista da qualche parte, in un mondo che non frequenti, ma che ti sbatte in faccia ogni cosa. Sonia. La gente la conosce così, perché le facce e i corpi diventano pubblici per pochi soldi e per pochi minuti. Non che io sapessi davvero chi fosse; avevo sentito il nome, visto qualche accenno su uno schermo. Nient’altro.

Mi fissò anche lei, con quella freddezza che sembra una difesa e che invece è solo resa. Poi sorrise. Aveva un sorriso triste, il tipo di sorriso che si rivolge a qualcuno che non conta niente.

Mi sedetti accanto, il bancone era abbastanza lungo da poterlo evitare, ma non lo evitai.

«Sei quello che scrive, vero?» disse lei. La sua voce era roca, forse fumo, forse notti passate a parlare con nessuno.

«Già» risposi. «E tu sei quella che si spoglia per soldi.»

Non si offese. Sorrise ancora, un sorriso di quelli che non dicono nulla. «Vendiamo tutti qualcosa» disse. «Solo che io lo vendo più in fretta.»

Era vero, ma lo è sempre. I corpi, le parole, le giornate passate a fare la stessa cosa fino a non sentire più nulla. Io scrivevo racconti che nessuno leggeva; lei si spogliava davanti a uno schermo che inghiottiva tutto come un buco nero. Non c’era molta differenza.

Parlammo, perché parlare è un modo per uccidere il tempo quando il tempo sembra volerti ingoiare. Il barista spegneva le luci una alla volta, come una lenta chiusura del sipario. Quando le chiesi se volesse venire da me, non lo dissi con intenzione. Era solo una domanda, e lei rispose annuendo, come se l’alternativa fosse peggiore.

Camminammo sotto la pioggia fine che non cadeva davvero, ma galleggiava. Le nostre ombre erano troppo lunghe per quella luce debole. Lei si strinse il cappotto e io mi infilai le mani in tasca, con quella vaga sensazione di star facendo qualcosa che non avevo deciso.

A casa mia si tolse le scarpe senza che glielo chiedessi. Si sedette sul divano, rannicchiandosi come se lo conoscesse da sempre. Io presi una bottiglia e due bicchieri e restammo lì. Senza luci, senza preamboli.

«Non mi chiamo Sonia» disse all’improvviso, come se volesse mettere in chiaro qualcosa che nemmeno lei sapeva. «È solo un nome che funziona. Mi chiamo Francesca.»

Annuii, bevendo un sorso. «Francesca o Sonia… non cambia niente. Siamo tutti qualcun altro, ogni tanto.»

Lei non disse nulla. Si limitò a respirare, il fiato che diventava quasi un sibilo nel silenzio della stanza.

Alla fine, si addormentò, rannicchiata come un gatto che ha trovato il posto giusto. Io rimasi lì, a guardarla. Non so perché, ma era come guardare una persona che si è arresa a qualcosa di più grande di lei. Il respiro le era lento, pesante, e sembrava che in quel sonno avesse trovato una tregua.

Quando mi alzai per andare a letto, non la svegliai. La lasciai lì, nella sua tregua, mentre fuori Milano continuava a grondare la sua pioggia cattiva.

Mi sdraiai e guardai il soffitto, sapendo che quella solitudine che mi portavo dentro non se ne sarebbe andata nemmeno quella notte. Lei, io, tutti quelli che si spaccano per sopravvivere, siamo sempre un po’ soli. Anche quando camminiamo accanto a qualcuno, anche quando lasciamo che qualcuno dorma sul nostro divano.

Il sonno arrivò tardi, e prima di chiudere gli occhi sentii ancora la pioggia battere. Pensai a Francesca, a me, e a tutti gli altri. In fondo, siamo solo gente che combatte contro la stessa ombra. E quella notte, come ogni notte, l’ombra vinse ancora.

Serie: Cinquanta Racconti


Avete messo Mi Piace1 apprezzamentoPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. “Non so perché, ma era come guardare una persona che si è arresa a qualcosa di più grande di lei. Il respiro le era lento, pesante, e sembrava che in quel sonno avesse trovato una tregua.”
    Bello questo passaggio, esprime perfettamente lo stato d’animo dei due personaggi con le similitudini della resa e della trequa