Oggi: di nuovo al lago

Serie: La foschia dell'alba


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Finisce un'estate come tante: i ragazzi si perdono di vista. Qualcuno parte, qualcuno rimane. Il modellino non sarà recuperato...

Strano fenomeno il senso di colpa. La sua forza cresce con l’età, talvolta rimane con te per tutta la vita. A volte anche di più.

Seguo per qualche chilometro la strada che costeggia il fiume e finalmente svolto a sinistra, lasciando il corso d’acqua e le prime due pozze d’acqua per accostare allo sbarramento che avrebbe dovuto tenere lontani i ragazzi dopo la tragedia. A nessuno è mai venuto in mente di fare qualcosa di più, fino allo scorso anno, quando il Comune ha deliberato la cessione di quell’area per la costruzione di un altro villaggio appena fuori dalla città.

Scendo dall’auto e mi soffermo qualche minuto a guardare. Non ci sono curiosi, anche perché i lavori di svuotamento del lago non sono ancora iniziati. Sono previste alcune settimane per pompare l’acqua verso il fiume e riempire tutto di terra. Gli ingegneri hanno spiegato come questa sarà una svolta definitiva, dato che il lago è abbastanza distante dal fiume.

Non è successo più nulla dopo la tragedia: i ragazzi hanno continuato a venire fino qui in sella alle loro biciclette da cross per qualche anno. Poi sono arrivati i cinquantini. Poi, poco a poco, più nulla, perché… in realtà non so dirvi perché, ma i pomeriggi ai laghi sono scomparsi dalla mente dei ragazzini e degli adolescenti. Forse perché c’è altro da fare, forse perché nuove forme di divertimento, più organizzate e produttive, hanno via via preso posto dei pomeriggi trascorsi a sognare e a parlare di tutto e a fare niente.

Cammino verso la sponda del lago. Non è cambiato molto. Gli alberi sono cresciuti. In lontananza gruppi di case e qualche capannone nascondono alla vista il campanile del paese. Per il resto potrei essere tornato indietro di molti anni.

Come vi dicevo, io sono rimasto qui: ho studiato, ho lavorato e lavorerò ancora per qualche anno in città, spostatomi solo qualche volta per brevi periodi. Ho vissuto i cambiamenti lenti e inesorabili di questi luoghi, e fra poco forse sarò testimone anche di questa trasformazione.

Talvolta, molto raramente in realtà, organizzo una cena con i lontani compagni di giochi di allora. Siamo rimasti in contatto in pochi e solo io sono ancora qui.

A volte parliamo di quello che è successo all’inizio dell’autunno di quell’anno. Ne parliamo anche se è un ricordo doloroso, perché ci ricorda la fine del periodo più bello della nostra vita. Ne parliamo anche perché altrimenti durante la cena gli unici argomenti sarebbero i problemi di lavoro e l’autonomia in modalità elettrica delle nostre automobili. Ne parliamo quando siamo solo noi e le nostre birre, senza intrusi che non potrebbero capire a fondo, anche se questi intrusi sono le nostre mogli o i nostri compagni (per quelli di noi che hanno ancora una moglie o un compagno) o gli amici che sono entrati nelle nostre vite in un periodo successivo.

Semplicemente parliamo di come, alla fine di settembre di quell’anno, venne ritrovata Silvia dentro il lago: galleggiava a faccia in giù, il viso immerso nell’acqua, come se stesse guardando il fondale. I capelli disegnavano un’ampia corona sulla superficie. Le gambe erano più in basso e il corpo aveva assunto una posizione obliqua. Le braccia erano aperte. Indossava un paio di pantaloncini neri e una maglietta bianca. Sulla sponda c’era la sua bicicletta, un paio di scarpe, una borsa con dentro qualche indumento, e alcuni tubi di plastica, quelli che gli elettricisti usano per montare gli impianti, e che puoi trovate in qualsiasi negozio di ferramenta.

Come faccio a conoscere tutti questi dettagli? Le voci girano in un piccolo paese. E non dimenticate che parliamo di un piccolo paese di molti anni fa.

Mi siedo a terra e appoggio la schiena a quell’albero. È diventato immenso… Se adesso ci fosse Silvia appoggiata sul lato opposto del tronco dovremmo parlare a voce più alta per sentirci. Appoggio anche la nuca sul tronco: ci saranno insetti? Possibile, ma allora non mi importava nulla e tutto sommato neppure oggi.

«Non guardare!» La voce alle mie spalle non è reale, lo so. Le chiamano immagini ipnagogiche, allucinazioni che possiamo sperimentare nel momento del passaggio dalla veglia al sonno. Possono essere molto vivide, reali, presenti. Ma sono false come una bistecca vegana, semplici fantasmi della nostra mente. So che se mi voltassi potrei vederla e forse, come allora, anche lei vorrebbe che lo facessi. È difficile decidere. Se mi voltassi e la vedessi lì? Stupore? Paura? No. Sarebbe solo un sogno, un’allucinazione. E se non ci fosse? Ecco il ritorno alla realtà, la fine del breve viaggio nel tempo della mia mente.

Chiudo gli occhi e sento ancora le sue parole. Poi un rumore di una corsa veloce e breve e quello di un tuffo in acqua. Sto sognando. Non sono totalmente addormentato e riesco a vedere me stesso dentro il mio stesso sogno. Se solo volessi potrei interromperlo immediatamente. Nel sogno mi alzo di scatto e corro anche io verso il lago. Pochi passi e sono pronto a tuffarmi per salvare ancora una volta Silvia.

«Dai! Vieni in acqua! È bellissimo!»

Non è vero, non è reale, continuo a ripetermi. Ma, Dio quanto vorrei che lo fosse. L’acqua è davvero bellissima, limpida. Il lago si è allargato molto ed è circondato da vegetazione e da piccole spiagge. Silvia mi lancia spruzzi d’acqua agitando le braccia e riesce a colpirmi più volte.

Poi si immerge e il lago diventa immobile. Neppure la più piccola onda. Passo una mano sulla mia camicia e noto che è asciutta. È andata, posso aprire gli occhi, posso smettere di sognare. Devo sforzarmi per tornare alla realtà. Apro finalmente gli occhi e sono ancora qui, in piedi, davanti al lago, con la mia camicia bagnata. Il lago è ancora immobile. Poi una serie di cerchi concentrici sembrano scuotere l’acqua dal fondo. Eccola! Cosa fai! Vieni fuori! È uno stagno, di sicuro è pieno di batteri e di chissà cosa. E nel sogno sento di non essere più il bambino spensierato di quegli anni.

«Guarda! Guarda cosa ho trovato!»

Adesso ho in mano il mio modellino: è più grande di come lo ricordavo. Avvicino il viso alla cabina e guardo dentro attraverso i vetri. C’è il posto di guida con due poltrone e subito dietro un tavolo da carteggio. Strani i sogni: c’è qualcuno seduto ai comandi. Ma cosa ci fa un bambino al posto di guida? Mi guarda e urla: «Sono io!». Sono io. Guardo dietro. Seduta al tavolo c’è Silvia, o almeno credo sia lei. Deve essere lei. È vestita come lei, ha i suoi capelli. Mi avvicino e vedo il suo viso. Dio! È bellissimo! Pensavo di averlo conservato nella mia mente, ma non lo ricordavo così. Allungo una mano per sfiorarlo e vedo il mio braccio dentro la cabina che si protende verso di lei, verso quel viso, sono a pochi centimetri e…

«Te lo dovevo! È stata colpa mia».

Siamo in piedi sul bordo del lago. Lei mi sta abbracciando. Ha il viso appoggiato sul mio petto. La abbraccio anche io questa volta. La stringo forte. Lei solleva il viso e mi dà un bacio qui, sulla guancia.

«La costa vista dal mare è bellissima» dice Silvia. «Se ti allontani tutto scompare nella luce e nella foschia dell’alba. È una magia!»

Non è reale, lo so! Ma continuo a fingere che lo sia.

Serie: La foschia dell'alba


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Discussioni

  1. Confesso che questo episodio mi ha fatto venire i brividi. La sua carica di nostalgia quasi commuove. Spesso, nelle nostre vite il sogno diventa l’unica via d’uscita. Ancora complimenti per lo stile.

  2. Caro Antonio, l’unica cosa che ancora non ti ho detto per trasmetterti quanto mi sia piaciuto il tuo racconto, e che ti dico ora, è che spero vivamente tu abbia la voglia di battere tutti i canali esistenti trovandone anche di nuovi per far conoscere al maggior numero di persone possibile questa storia che non ha nulla da invidiare a niente.

    1. Ciao Roberto. Questo e altri commenti al racconto mi lasciano senza parole, non me l’aspettavo.
      Battere i canali, dici? Non ho idea di come muovermi! Mi occupo di fotografia e anche quello è un mondo complesso. Durante l’estate avevo del tempo libero e ho voluto provare a raccontare qualcosa con le parole invece che con le immagini. Con la fotografia ci vivo per cui ogni cosa che faccio ha una finalità professionale. Così non mi sento libero: è la creatività al servizio di altro e di altri. Anche quando lavoro per me mi rendo conto che cerco di dimostrare qualcosa…
      Ho scoperto che mi diverte scrivere, e devo dire che da quando sono entrato in questo gruppo mi diverto ancora di più… Spero che durante le vacanze di Natale riesca di nuovo a farlo, perché nei prossimi due mesi e mezzo la vedo dura. Intanto continuo a leggervi!
      Ancora GRAZIE per i tuoi commenti.
      Ps. Ho inviato le ultime mille parole del racconto, poi basta.

      1. Comincio a pensare di essere un po’ troppo impiccione 😂.
        Ad ogni modo, se ti interesserà, ti giro ad esempio il link di un sito alla cui newsletter sono iscritto, che ogni settimana mi invia l’elenco di concorsi di scrittura. Una volta che accedi con un account, puoi filtrare le preferenze di invio in diversi modi. Ce ne sono altri di siti come questo, per ora me ne basta uno, altrimenti diventa un lavoro anche controllare la posta 🙂
        Capisco bene cosa intendi quando dici che non ti senti libero in certi frangenti.
        https://www.concorsiletterari.net/

  3. Scritto splendidamente e capace di arrivare dritto al cuore, mi è sembrato di sentire esattamente le emozioni del protagonista. Tantissimi complimenti e grazie per questa splendida lettura.