Ok, facciamolo!

Il vapore che saliva dal piatto dei rognoni alla bordolese sembrava l’unica cosa dinamica in quella trattoria del centro, dove l’aria si era fatta improvvisamente pesante. 

Rocco e Giulio, amici dai tempi dell’asilo, sedevano l’uno di fronte all’altro.

Si erano dati appuntamento in quel posto per due motivi. 

Il secondo, perché era l’unico ristorante italiano che cucinava i rognoni alla bordolese. Il primo, perché non si vedevano da tempo. Le mogli che si stavano sul cazzo e il lavoro li avevano allontanati.

Tutto era iniziato con un brindisi. 

«Al nostro nuovo progetto, Giulio! Vedrai che spaccherà,» aveva esclamato Rocco, alzando il bicchiere di Amarone.

Giulio, però, non aveva brindato, restando a fissare il vino come se fosse arsenico. 

«Spaccherà cosa, Rocco? Il mio conto in banca? Il mercato è saturo, l’inflazione sta mangiando i consumi e io sto investendo gli ultimi risparmi in un’App che boh. Dai, assaggiamo ‘sti rognoni che freddi fanno cacare.»

I due amici si misero a mangiare in silenzio gustando il sapore ferroso della pietanza che gli ricordava l’infanzia.

Giulio emise un grugnito: «Uhh, senti la nota acida. Sono perfetti, cazzo! Come li faceva la povera Tesorina.»

«Il Bordeaux è il Bordeaux. Però quelli di Tesorina…» replicò l’altro aggredendo la carne soda e croccante con bocconi degni di un camionista. Poi tornò all’attacco: «Ma dai! Abbiamo un’idea solida, un team che ci segue. Come dicevi una volta? “La fortuna aiuta gli audaci”, o adesso son diventate tutte cazzate?»

Giulio posò la forchetta. Poi pulendosi la bazza unta col tovagliolo disse: «Ascoltami Rocco. La fortuna aiuta chi ha i capitali. Io ho un mutuo capestro per accontentare quella megalomane di mia moglie che voleva la rocca a strapiombo sul mare. Tutti e due i bambini in lussuosissime scuole private americane. Mio padre che, da quando mamma ha l’Alzheimer, sta dilapidando mezzo patrimonio a nigeriane e caffè Borghetti. Io…non lo so.»

«E gli audaci, dove li mettiamo?» ribatté Rocco che masticava il rognone ma non i discorsi asfittici dell’amico.

«Gli audaci finiscono sotto un ponte con una bella storia di coraggio del cazzo da raccontare alle nutrie!» sbottò Giulio.

Gli altri avventori si voltarono verso i due con occhiate a metà fra l’incomprensione e il biasimo.

Rocco smistò qualche sorrisetto pacificatore, e gli altri ripresero a mangiare e a farsi gli affari propri. Nei limiti.

La cena era poi proseguita su questo binario.

Rocco, per riconquistare l’umore dell’amico, cercava di deviare la conversazione verso i ricordi piacevoli, delle tante estati al mare, di quella Micol parigina per cui presero una scuffia entrambi, ma Giulio trovava sempre il modo di inquinare ogni nostalgia. Se Rocco ricordava l’estate del ’95 come “leggendaria”, Giulio ricordava l’umidità del 90%, le zanzare che erano delle quaglie col pungiglione che brindavano con l’Autan, e il fatto che avevano speso metà della vacanza a riparare il radiatore della sua Panda 4×4.

Col secondo giro di vino, e i fagioli con le cotiche, certi malumori depositati nel tempo tracimarono.

«Il problema è che tu vivi in una bolla di sapone,» ringhiò Giulio. «La tua positività è tossica. Mi guardi come se fossi io il pazzo perché vedo le crepe nel muro, mentre tu passi il tempo a ridipingere la facciata mentre la casa crolla.»

Rocco sentì il volto irrorarsi di sangue. «E la tua negatività cos’è? Realismo? No, Giulio, è un parassita. Che ti impedisce di goderti anche solo un piatto di fagioli con le cotiche!»

«Sono affari, rincoglionito! Ma li leggi i giornali? Oggi se fai un passo falso ti appendono per le palle e…»

Un cameriere si avvicinò al tavolo dei due amici. «Signori, mi rincresce ma…»

«Sì, sì. Abbiamo capito. Ci porti il conto e due grappe barricate», tagliò corto Giulio, ignorando l’occhiata di sbieco del cameriere.

Il silenzio che seguì non era quello complice del passato, ma un muro di gomma che li divideva nel futuro. 

Giulio tormentava l’ultima cotica nel piatto, riducendola a un ammasso informe. 

«Non è che non voglio godermeli, Rocco. È che volevo passare una serata tranquilla, e tu mi chiedi un botto di soldi, e te ne esci con l’idea di una App che si chiama “Pimp My Alibi!”

Rocco borbottò: «Se po’ fa’ anche in italiano, se quello è il problema. La chiami “Alibi d’Oro!” e big ciaone.»

«Non è quello, cristo! Te ne esci con ‘sta App che non serve a trovare prestazioni particolari come fanno tutti i cristiani normali, nossignore! La nostra App, secondo te, servirebbe a trasformare delle banalissime corna in un atto di estremo altruismo o in un impegno sportivo inevitabile! Ma ti rendi conto?!»

Rocco mandò giù l’ultimo sorso di Amarone. 

«Sì, ma con tanto di prove digitali generate dall’IA. Se sei con l’amante, e tua moglie si insospettisce e ti chiama, la App le invia la tua posizione fasulla, e – quando rispondi – ti crea un sottofondo del posto dove le hai detto che sei. Che ne so: le hai detto che sei a giocare a padel? L’App ti crea la voce di uno che dice “su, dottore, il campo è affittato fino alle 18,” oppure “dottore, gioca o sta al telefono?”. Oppure le hai detto che sei in una mensa Caritas a distribuire i pasti agli indigenti? La App ti riproduce la voce del barbone che dice: “dottore, il filetto alla Wellington no grazie, sono vegano”, ma capisci? Giulio è il futuro, cazzo!»

«È follia! Per assurdità mi ricorda tanto quell’altra tua idea di girare un film horror, in cui c’era una demonessa che masturbava tutte le vittime conducendole alla morte.»

Rocco accusò il colpo. «Adesso giochi scorretto, Giulio. Molto scorretto. Tu lo sai» replicò sporgendosi in avanti col dito puntato «che quel film poi è stato fatto dagli americani e ha pure incassato una fraccata di soldi?!»

«Le grappe e il conto,» disse il cameriere in apnea. 

Per un istante, l’ombra del pessimismo di Giulio lasciò spazio a una stanchezza nuda, umana. Afferrò il bicchierino e lo accostò a quello dell’amico. Poi disse: «Ok facciamolo! Ma posso darti solo cinquecento euro.»

Il volto di Rocco si aprì in un sorriso. 

«Alle nutrie?»

«Alle nutrie!»

 Il rintocco del vetro officiò la ritrovata amicizia.

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Discussioni

  1. Ci ridi dall’inizio alla fine, ma è quella risata tra amici veri che si mandano a quel paese e poi brindano insieme. “Pimp My Alibi” è geniale, e il finale con le nutrie è pura grazia. Ti viene voglia di sederti al tavolo con loro.