Olga

Serie: Insonnia


Quartiere Arcella, periferia Nord di Padova. Umanità allo sbaraglio.

Nessuna suoneria. Gli occhi si aprono. Il cervello parte e non si ferma più. Pensieri che invadono ogni spazio lasciato libero. Cerco invano di abbassare le palpebre. Mi giro dall’altro lato. Sposto le gambe nervose cercando conforto nel fresco delle lenzuola non occupate dal corpo. Una prima volta. Una seconda, terza volta. La mano sinistra si sposta a cercare la sveglia. Un unico colpo a premere il pulsante dell’illuminazione nell’inutile speranza di vedere dei numeri adeguati ad una notte di sonno: 3.30 del mattino. Ancora! Con la mano sfioro il libro cercando una vana salvezza che so non arriverà.

Mi alzo lentamente senza accendere la luce, i movimenti sono teleguidati dall’abitudine. Raccolgo i vestiti già pronti dalla sedia. Mi vesto velocemente, una spazzolata ai denti, un bicchiere d’ acqua e giù per le scale.

Freddo! Again degli Archive in cuffia sparato a tutto volume. La prima cicca. Parto sempre lentamente, contando i passi per gestire il tempo della decisione di che strada prendere. Il primo incrocio dritto. Via Zara a destra. Via Annibale da Bassano e la cosa si fa più difficile. Sinistra o destra. La prima più varia, ma di un’umanità più difficile. La seconda solo con me stesso. Destra.

Mi avvio e lei come ogni notte è lì, sotto il lampione sulla parte destra della rotonda che chiude la via e da cui parte il cavalcavia Camerini. È inguainata in una tuta simil latex viola acceso e da un piumino in tinta che da soli potrebbero sostituire la luce del lampione. La vedo lì da molto tempo, rientrando a casa quando faccio tardi o dalla finestra del bagno, giusto nello spazio lasciato libero dalle due case di fronte. In continua attesa dell’ennesima macchina e dell’ennesimo contenuto di volgarità. Mi avvio a passo svelto verso l’attraversamento pedonale che mi avrebbe evitato l’imbarazzo di essere scambiato per un cliente. Sguardo basso, perché solo l’indugiarlo sarebbe sembrato sinonimo di colpevolezza. Sto per attraversare ma la macchina sbuca quasi all’improvviso. Mi blocco giusto in tempo. Il fanculo per la mancata precedenza mi si strozza in gola mentre la seguo con lo sguardo sapendo perfettamente dove si sarebbe fermata. Un finestrino che si abbassa a richiamare l’attenzione di lei che si avvicina indolente e ci infila la testa dentro. Non sento cosa si dicono ma rimango impalato a osservare la scena che dalla mia finestra avevo osservato decine di volte. Un fitto parlottare, una manata sul tetto e la macchina riparte veloce. Sgomma, riprende la totalità della rotonda e mi ripassa di fronte nell’altro senso di marcia. È un uomo giovane sicuramente a cercare di sfogare i suoi istinti alla fine di una serata alcolica. Bassi istinti a basso prezzo. Istinti che forse una sega o una fidanzata non avrebbero accontentato, o almeno non nel modo che intendeva lui.

Rimango a guardarla mentre lei indolentemente riprende a giocare con il telefonino. Sto per attraversare la strada e bloccare velocemente l’indugiare del mio sguardo, quando la vergogna di quell’atteggiamento, diverso, ma non per questo meno violento di quello del giovane adescatore, mi fa rialzare gli occhi ancora una volta a osservarla. Mi dirigo verso di lei. Da lontano fa ancora il suo effetto, ma poi mi avvicino e il suo sorriso forzato libera la maschera di un viso non più giovane, sfatto dalle innumerevoli notti in strada e da due occhi vuoti appesantiti da un trucco troppo vistoso.

Tolgo le cuffie.

Mi siedo sul marciapiede a pochi metri da lei a rollarmi la seconda sigaretta. Si gira a guardarmi.

Ciao – le dico.

Ciao bello, 50 bocca figa, andiamo vicino in posto tranquillo – mi cantilena la frase con una voce stanca e annoiata cercando di ammiccare con occhi che però non sono più in grado di recitare.

Scusa – rispondo imbarazzato – volevo solo fumare una sigaretta in compagnia.

Fa un veloce scatto indietro per aumentare la distanza tra di noi. Gli occhi si socchiudono in una espressione indagatrice. Le braccia si stringono sulla piccola borsetta. Mi squadra dall’alto in basso. Sembra impaurita dalla risposta come se la mia gentilezza fosse così inadeguata e lontana dal suo mondo da sembrare più pericolosa del suo mondo stesso.

Tranquilla, tranquilla. Abito qua dietro, quello è il mio bagno – rispondo indicando la finestra di casa mia.

E cosa fare fuori a quest’ora se non vuoi scopare o non sei fatto? – mi dice sempre sospettosa con il suo pesante accento dell’Est.

Soffro di insonnia – rispondo con un sorriso tirato sperando che i miei occhi stanchi lo accompagnino.

Insonnia! Ma tu sei matto. Io quando appoggio la testa su cuscino cado addormentata come sasso – mi risponde con un’espressione incredula.

Le sorrido e lei con me. L’espressione del viso si rilassa e io con lei. Le sue braccia si riabbandonano lungo il corpo lasciando cadere la borsetta di nuovo al suo posto sostenuta da una catenella dorata.

Mi chiamo Paolo – le dico senza aspettare.

Justine – risponde lei.

Non hai freddo a stare qui ferma tutte queste ore? – le chiedo per cercare una normale conversazione nonostante il luogo, l’ora e la situazione.

Freddo? – mi risponde sorpresa – Questo non è freddo, da dove vengo io sì che fare molto freddo. Qui è tutto più facile, anche la temperatura.

Da dove vieni? – le chiedo curioso.

Da Ucraina – risponde.

Parli bene Italiano – le dico – da quanti anni sei in Italia?

A Padova da un paio d’anni, prima Mestre e ancora prima a Trieste. Sono arrivata in Italia nel 2015, dopo l’inizio della guerra – mi racconta tranquilla.

Da sola? – domando.

No, con amica. Siamo venute per fare badanti. Ma a me non piace. Le persone vecchie sono cattive e quelle poche buone poi muoiono e devi ricominciare – mi dice quasi stizzita – Si guadagna poco e si lavora tanto. Le persone qui pensano che solo perché sei straniero non potere guadagnare il giusto. Sembra quasi piacere che loro fanno te.

Una macchina si ferma. Il finestrino si abbassa e Justine inizia il solito rituale. La contrattazione dura poco. Lei apre la portiera lato passeggero per saliere ma si gira un attimo a guardarmi. Dice qualcosa al conducente che non riesco a vedere e fa un paio di passi verso di me.

Ciao Paolo, mi chiamo Olga – mi sussurra con un sorriso sincero.

Si gira, sale in macchina e se ne va.

Serie: Insonnia


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Discussioni

  1. All’inizio mi hai fatto morire dalle risate con quel “fanculo che si strozza in gola”😅 Poi, quando è iniziato il dialogo con Olga mi sono quasi commossa. Davvero bello ❤️

  2. Ho trovato una scrittura incalzante, fresca e piena di tante immagini e suggestioni. Poi a me piace quando a scoprire i personaggi sono le azioni, più che le descrizioni minuziose. Ho letto anche il primo racconto e mi è piaciuto. Complimenti.

    1. Grazie Francesco! Sono contento che ti sia piaciuto sia lo stile che la narrazione. Lo scopo è proprio di dare al lettore la sensazione di essere li al posto del protagonista in un live action più che in un quadro immobile. Vediamo se riesco a mantenere il focus!

  3. Che scrittura controllata e consapevole Piergiorgio, complimenti, rappresenti in un lettore la differenza tra lo sforzarsi di ricreare le immagini nella mente e il lasciare che queste si muovano più veloci della lettura stessa.

    1. Grazie Roberto per la fiducia! Ci provo, ma purtroppo sono ancora lontano dalla consapevolezza e dal controllo, ma forse sono sulla buona strada! Purtroppo mi manca studio per slegarmi da uno stile legato alla contingenza, che personalmente ritengo troppo a senso unico e con l’andare del tempo può stancare, soprattutto me!!! 🙂

  4. Bravo. Parole come immagini che scorrono fluide. Già il primo episodio mi aveva incuriosito, ora mi hai catturato.
    “Sinistra o destra. La prima più varia, ma di un’umanità più difficile. La seconda solo con me stesso. Destra”. Bello.
    “nel 2015, dopo l’inizio della guerra” Giusto.

    1. Grazie Francesco! Sono contento che ti sia piaciuto, in realtà non sono ancora convinto del tutto…. ma vediamo come la cosa andrà avanti!
      Mi fa piacere che hai notato la citazione dell’anno! Era un dettaglio voluto per ricordare che la guerra in Ucraina non è cominciata 3 anni fa come la stampa mainstream racconta, ma va avanti da 10 anni con una regia ben più complicata di quello che viene descritto giornalmente! Thanks

  5. Bellissima la colonna sonora, ho letto con la musica in sottofondo, l’effetto è fantastico. Mi piace molto l’incontro tra due tipi e bisogni diversi di amore, Paolo, da una parte e Olga, dall’altro. Due mondi estranei, ma sul finale è come se trovassero un punto di incontro, quando lei dice il suo vero nome. Ho avuto proprio la sensazione di un ancora lanciata.

    1. Grazie Melania, mi fa molto piacere che ti sia piaciuto! Lo scopo era proprio quello di normalizzare una realtà stigmatizzata e relegata ai margini. Si dice sempre che la prostituzione è ‘il lavoro più antico del mondo’ e in questo modo la giustifichiamo e implicitamente la accettiamo come qualcosa che è sempre esistito e sempre esisterà, senza però considerare le persone che la praticano. Persone che vengono abbandonate in quel limbo di distante accettazione, come se il loro mondo non ci appartenesse ne riguardasse.