Ombre rosse

Serie: Anatomia sepolcrale di un sogno


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: «Non dovevi aprire e basta!» gli disse Lara, col viso afflitto. «Vai a riposare, per favore. È tardissimo.» Lei lo fissò con grande rabbia, senza aggiungere altro. Il tempo di avvertire i passi sulle scale, che ritornò in camera da letto.

Gustav lo attese sull’uscio. Quando lo rivide si accorse che il poeta aveva lo stesso viso di un tempo. Indossava una giacca di pelle, i pantaloni di velluto, le scarpe di vernice. Mal rasato, come suo solito, ma con un’aria più afflitta, che da ragazzo non gli ricordava. Non pronunciò una sola parola. Nemmeno Gustav gli disse nulla nel vederlo arrancare sulle scale, alla luce sfatta del pianerottolo, con un sibilo di affanno e il dorso di una mano che sbatteva sulla ringhiera.

Gustav lo accolse con naturalezza, come se il suo arrivo fosse stato concordato da tempo e non rompesse i suoi programmi coniugali notturni. Pensò per un istante al suo coltello, al resoconto di Ariele e all’eventualità che lo avesse con sé.

«Andiamo in cucina» gli disse Gustav, facendogli strada nel buio, mentre Stain lo seguiva in silenzio. Lara, nella sua camera da letto, cominciò a calmarsi. Accese la televisione, si distese sul letto e tentò di addormentarsi. I due uomini erano già seduti al tavolo della cucina. Il lume che li sovrastava  era piuttosto basso, e li infestava di ombre rosse, che oscillarono sulle quattro pareti, non appena il capo distratto del poeta lo sfiorò. Il lume scandiva un colore infernale, che toglieva l’aria e contraeva tutti gli spazi circostanti.

La casa di Gustav e di Lara era ubicata in una zona residenziale, abitata in prevalenza da professionisti, qualche commerciante, una psicologa cognitivista, due notai, un magistrato di cassazione a riposo e un professore di chimica. Stain, dopo aver fissato a lungo il vuoto, e poi il lume che pendeva sul tavolo, abbassò una mano ed estrasse da una tasca della giacca il suo coltello da sub dal manico rosso. Gustav lo guardò ammaliato, nonché sorpreso dallo svelamento improvviso dell’arma subacquea, cercando di riconoscere, nella successione dei gesti, la figura sbiadita del poeta di un tempo, mentre dalla camera da letto esplodeva un grido di donna. Poi un altro, e un altro ancora, a breve distanza. Nessuno dei due reagì. Il terzo grido di Lara cessò di colpo, prima degli altri.

«È il coltello che hai acquistato da Ariele?»

«Ti piace? Guarda che lama interessante e che riflessi. Immaginalo in un fondale oceanico, mentre squarcia un corallo» gli disse Stain.

«Osservandolo meglio, mentre lo tieni fermo in una mano, mi colpisce per la sua forma e per il tono corallino del manico. È un rosso tagliente, che a prima vista disorienta, specie se lo confronti con il lume che ci sovrasta. Facci caso. Non li trovi simili, il tuo coltello e il mio lume?» gli disse Gustav, mentre Stain rimaneva inerme, con lo sguardo al manico del coltello, senza fare caso alla luce, al colore o alla forma del lume. Sembrava un uomo assente, disabitato, come la cameretta rosa Tiepolo delle due bambine di Gustav, che lui stesso immaginò in una morsa feroce di nostalgia, che faticò a nascondere, pur non correndo pericoli che il poeta se ne accorgesse, essendo concentrato unicamente sulla lama del suo coltello. Gustav, senza perdersi d’animo, proseguì con i suoi elogi al coltello, che più che minacciarlo, adesso lo attraeva, per ragioni oscure. Sembrava l’unico argomento utile perché tra i due si ripristinasse la comunicazione fluida di una volta, quella da studenti della scuola Blaise Cendrars.

«La punta, non il manico. La lama ideale mi dà una sensazione di dominio assoluto ma anche di purezza nella traiettoria stabilita. Potrebbe affondare nel cuore di una compagna di classe, nell’ora di disegno o di ginnastica. Te la ricordi quella tua poesiola, scritta nello sgabuzzino delle scope?» gli disse.

Stain sollevò il viso dal manico del coltello all’espressione di Gustav.

«La ricordo perfettamente, Gustav. Si chiamava “La fanciulla assassinata”. Simile nella struttura a “La coltre nel valico”.

«Due titoli maestosi come aquile, mentre adesso sei qui, di fronte a me, a fissare un coltello.» 

«Ero indeciso con un altro dal manico nero . Era un magnifico oggetto, non posso negarlo, altrimenti non mi avrebbe messo in crisi. Se non fosse stato per il colore del manico, lo avrei acquistato subito, senza alcun dubbio. Ma il fatto che il manico fosse nero e non rosso, mi ha fatto desistere. Mi ha creato una crisi profonda, proprio come mi accadeva con i titoli più strazianti delle mie poesie. Alla fine mi sono lasciato trascinare dal colore, nonostante le fattezze della lama. Più elementare, dell’altro dal manico nero, riportando le stesse differenze tra “La coltre del valico” e “La fanciulla assassinata”, pensa.»

«Peccato che non ne fosse disponibile un altro con una tenuta ideale di trafittura, ma con un manico dal colore esatto.»

«Sarebbe stato l’optimum, ma al momento non era disponibile» gli disse.

«Se almeno avessi aspettato. Potevi andare in altri negozi specializzati. Non ci hai pensato?»

«Mi sarebbe dispiaciuto deludere Ariele. Non potevo comprare un coltello da sub in un altro negozio specializzato. Dovevo rispettare la nostra amicizia. Non me lo avrebbe mai perdonato se fosse venuto a saperlo. Nei suoi panni non l’avrei presa bene.»

«E allora, che dire… la tua scelta ti fa onore. Avrei agito alla stessa maniera, chissà.»

«Tua moglie, poco fa, gridava. Perché, secondo te? Spero non dipenda dal mio arrivo nella notte fonda. Non è un’ora normale per una famiglia comune, lo riconosco. Avete forse litigato per colpa mia? Dimmi la verità.»

Gustav abbassò gli occhi. Non gli rispose.

«Vuoi che vada via?»

«Mia moglie non gridava per te. Tu non hai nessuna colpa. Rimani un mio amico, quanto meno lo sei stato, per cui…»

«Sono arrivato nel cuore della notte come un ladro, non come un amico. Domattina dovrete svegliarvi presto. Dimmi la verità, per favore. Con me devi aprirti completamente, senza alcun timore, altrimenti diventa tutto più difficile.»

«Che cosa cerchi da noi, Stain?»

Calò un silenzio tombale, impenetrabile.

«Sono venuto senza cercare. Dovresti conoscermi, ormai»

«È passato troppo tempo. Non sono sicuro di conoscerti. Potresti non essere più lo stesso che conoscevo o che pensavo di conoscere. O essere io una persona diversa.»

«Non ha importanza.»

«Perché non hai riconosciuto Ariele, quando sei passato al suo negozio?» gli chiese Gustav, facendosi coraggio e fissandolo con durezza negli occhi, ora più calmi e velati, nonostante il riflesso della luce del lume.

«Ma chi ti dice che non lo abbia riconosciuto? Hai appena detto un’inesattezza, avvocato. Non è da te, lo sai?»

«Ariele mi ha raccontato della tua andata al negozio, come del fatto che tu non lo avresti riconosciuto, nemmeno quando lui ti ha parlato dell’esame di terza media e dell’analisi di una poesia di Montale. Lui cercava di riportarti indietro, con una serie di dettagli che non potevano passare inosservati, per quanto fossero stati importanti per voi. A detta di Ariele sembravi più lontano di un qualsiasi cliente di passaggio, e lui per te, mi ha detto. Lo hai fatto sentire inesistente. Credo che non dimenticherà mai più il vostro ultimo incontro, la tua indifferenza. È così che mi ha raccontato.»

«È tutto vero, Gustav, ma è anche tutto falso. Io sono entrato nel suo negozio perché sapevo ci lavorasse un mio compagno di classe. Non avrei mai acquistato un coltello da sub in nessun altro luogo, come ti ho già detto. Già sapevo, prima di entrare e di sentire il campanellino, all’apertura della porta, che fosse Ariele il proprietario, altrimenti non sarei mai entrato lì. Non c’era bisogno di dimostrarglielo, e poi non ho negato nulla di ciò che mi ha detto. Ho chiesto informazioni dettagliate sul coltello, che ritenevo la cosa più importante, al momento. La sua merce, non la sua persona o i ricordi che rappresentava. Il commerciante, non l’amico. Dovevo spendere del danaro, ed essere certo di ogni particolare dell’oggetto da acquistare, di quale tra i due avrebbe potuto fare al mio caso, considerando il colore dei manici e i pregi della lama, dalla trafittura alla lucentezza. La priorità del momento era la fattura e l’armonia delle parti dell’oggetto, il resto non esisteva» gli disse Stain, con un’aria altera, scostante.

«Potresti essere un grande avvocato, sai? Sei riuscito a trasformare lo stato dei fatti con grande abilità. Non è facile stravolgere le evidenze. Complimenti!»

«Non ho affatto stravolto le evidenze. Ho soltanto detto il vero, invece.»

«Perdonami, vado a controllare se Lara si è addormentata. Ritorno subito» gli disse Gustav, prima di lasciare la cucina e dirigersi nella sua camera da letto, piuttosto risentito per la piega che aveva preso il loro colloquio.

La trovò accasciata e distrutta sul tappeto. Aveva il viso rigato di lacrime, davanti alla trasmissione disturbata di un musical, che davano a un canale privato. Gustav spense il televisore; poi cercò di spostarla sul letto. Non fu facile: la donna sospirava, a occhi chiusi, opponendosi a ogni tentativo del marito. “Forse avrà bevuto”, pensò Gustav, lasciandole per qualche istante le braccia e vedendola in uno stato di abbandono e prostrazione che lo preoccupò. Si guardò intorno, in uno stadio progressivo di avvilimento. Mentre cercava con fatica di ricomporla e di distenderla sul letto, dall’uscio socchiuso della camera comparve Stain. Teneva il coltello da sub in una sola mano e li guardava fissi. Alle sue spalle il corridoio grondava di ombre rosse.

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Discussioni

  1. Nonostante, ancora una volta, il dialogo si cali nel migliore dei surrealismi, l’impressione che ho avuto è quasi nuova. Come se la vicenda si stia lentamente, ma inesorabilmente, calando nella realtà. Come se i due protagonisti si stiano umanizzando, l’uno di fronte all’altro, come se fosse uno specchio o, comunque, le due facce della stessa persona. Lei, invece, resta per me ancora un mistero da svelare, senza fretta.

    1. Interessantissima questa tua percezione e anche molto vicina a uno degli intenti che mi sono prefissato: un’alternanza tra stadi e livelli di realtà, di verosimiglianza o dormiveglia dei personaggi e delle situazioni, senza mai lasciare che uno dei due prevalga inesorabilmente sull’altro. In questa fase specifica, sto cercando di mantenere questi atterraggi sulla terraferma con una certa frequenza all’interno degli episodi prescelti e meglio adattabili. Lungo lo sviluppo, quando il deterioramento delle percezioni esonderà e prenderà il sopravvento, tutto prenderà un suo tempo, una sua traiettoria, simile a quella terrificante e improvvisa, immaginata come fendente di pugnale nel cuore di una compagna di classe nell’ora di disegno o di ginnastica. Alcune immagini improvvise sono allineate al processo linguistico, al suo grado allucinatorio, a volte consenziente, di sublimare e concertare il mistero di un trauma profondo che soggiace all’interno della storia, da cui il tutto si smuove e si sommuove in un incessante progressione di livelli e di pozzi artesiani senza fondo. Ancora grazie dei tuoi magnifici spunti, sempre illuminanti. Sono fondamentali per non perdersi mai del tutto nelle proprie ombre.

  2. “Sembrava un uomo assente, disabitato, come la cameretta rosa Tiepolo delle due bambine di Gustav, che lui stesso immaginò in una morsa feroce di nostalgia”
    Questa frase è molto commovente. Credo che molte, moltissime persone si sentano così e che troppo spesso nessuno se ne accorga.

    1. Sono contento che ti abbia suscitato un effetto simile, quindi evocativo, anche perché questo passaggio rappresenta, almeno per le mie pianificazioni, un elemento fondante di tutto l’impianto. Quel tassello prezioso, da non perdere. La strisciata di fiammifero prima del rogo.

  3. Sono ancora indeciso se considerare questa storia un horror oppure un thriller. Probabilmente, non è nessuno dei due, ma mi piace molto il mix di elementi che stai introducendo gradualmente.
    La scena del dialogo, le ombre rosse e l’atmosfera opprimente sono descritte molto bene.
    Aspetto il seguito. 👍

    1. Sì, Giuseppe, come tu hai colto sto condensando, e in parte congestionando alcuni dispositivi di genere per farli confluire in un arcata più ampia e inclusiva, dove il mistero e tutte le zone morte, o in ombra, la facciano un po’ da padroni. Nulla è come appare in fondo. Gli oggetti, le ombre proiettate sulle pareti, la luce del lume, la forma del coltello, i pensieri dei personaggi, potrebbero essere elementi fuorvianti o forse parte di un ordito di situazioni sottese e inattese, che procedono in un loro silenzio opprimente di incubazione. In questa fase del progetto sto operando delle scelte formali e stilistiche che siano in grado di esasperare il meccanismo claustrofobico ma contemplando una fluidità parallela dello sviluppo della storia. La concentrazione in 1.000 parole mi sta orientando su una zona più impulsiva, in cui amministrerò la gestione degli episodi, dove vorrei che la pressione degli accadimenti sia sempre molto alta e la conduca sempre a strati più interessanti e visionari. Spero, nel mio piccolo, di riuscirci. Grazie della tua attenzione e ancora auguri.