One Shot

Quello era uno One Shot e Michele lo sapeva bene. Un unico colpo in canna: una volta sparato, non c’era possibilità di replica.

Lui e la sua complice avevano scelto il giorno perfetto per portare a termine l’impresa. Il Commendator Righelli si era allontanato prima dell’orario di chiusura per accompagnare la consorte ad un vernissage. Non che amasse l’arte, ma la pittrice ad aver organizzato la mostra era la suocera e mancare all’appuntamento avrebbe significato per lui la castrazione immediata. Sebbene il buon Righelli non sprizzasse vitalità da tutti i pori, la moglie non perdeva occasione per lamentarsene con chiunque le capitasse sotto tiro, il Commendatore era deciso a conservare i gioielli di famiglia intatti.

Dopo essersi introdotto nell’ufficio del capo, Michele scattò qualche foto alla documentazione inserita in una delle cartelle. Righelli aveva una sana avversione per la punteggiatura, tanto che era impossibile far passare per suo un documento redatto da altri. Michele avrebbe passato la notte a studiare con attenzione ogni singola riga, nell’intendo di imitarne lo stile refusi compresi. Guai a farsi scappare un “sì” al posto di un “si” o un “po’” al posto di “pò”: Elena, la segretaria cerbero di Righelli, lo avrebbe sgamato immediatamente. Michele impresse il timbro personale del boss su un foglietto da consegnare a Fabiola; sarebbe stata lei a commissionare una copia identica. Una volta terminata l’incursione, infilò tutto in tasca e se la squagliò alla chetichella.

Il gran giorno era arrivato. Prima del suono della sirena, vetusta reliquia dei tempi in cui Righelli padre aveva fondato lo scatolificio, il personale impiegatizio si riunì nella sala conferenze per salutare Mirella e augurarle ogni bene. Mirella, giunta al pensionamento, aveva lavorato per Righelli padre e figlio; era una figura di riferimento alla quale i colleghi si rivolgevano in caso di necessità. E di necessità, soprattutto nell’attuale gestione, ce n’erano molte.

Il Commendator Righelli aveva fatto suo il motto “il tempo è denaro”, ragion per cui aveva introdotto alcune restrizioni contro le quali i sindacati sarebbero andati a nozze. Nessuno aveva manifestato palesemente il suo malcontento, perché un lavoro in grado di assicurare uno stipendio fisso non era da buttare. Fatto sta, che dopo l’installazione dei distributori automatici azionati da impronta digitale, non era concessa più di una consumazione al giorno, era toccato al razionamento della carta igienica, sei strappi ciascuno, e la confisca dei cellulari. Era severamente vietato sostare nei corridoi, recarsi ai servizi se non nella pausa pranzo ed intrattenersi con i colleghi di altri dipartimenti. L’unico raggio di sole nel piatto grigiume era Mirella e la sua borsa “fatata”. Grazie a lei, gli impiegati avevano superato ogni angoscia e sconfitto l’incubo della diarrea. Simile a una Mary Poppins in maglioncino beige e pantaloni di velluto a coste, del tutto fuori moda, Mirella riusciva a esaudire ogni desiderio: carta igienica, fazzolettini di carta, assorbenti, medicinali, caramelle gusto caffè, leccalecca, mentine, biscottini, bottigliette d’acqua, mollette, forbicine, smalto per unghie, collant di riserva, lucido da scarpe, lacci nuovi…

La tradizione voleva che il Commendator Righelli facesse un discorso d’addio consegnando al neo pensionato una piccola targa aziendale. A grande sorpresa, la riunione fu interrotta da un fattorino che recava un enorme mazzo di rose rosse: per l’esattezza trentadue, tante quanti gli anni in cui Mirella aveva prestato servizio. A Michele, oscuro regista, non rimase che godersi l’umano spettacolo che aveva orchestrato con l’aiuto di Fabiola.

Mirella accettò il mazzo di fiori con mano tremanti e le guance tinte d’emozione: gli occhiali appannati non nascosero del tutto il luccichio dei suoi occhi miopi né la sua sorpresa. Il suo sguardo corse ad una delle colleghe vicine e questa le venne in soccorso, reggendo le rose per consentirle di prendere il bigliettino che le accompagnava. Dopo averlo letto, Mirella si tolse gli occhiali asciugando un paio di lacrime; una volta vinta la commozione, si rivolse al Commendatore con un sorriso enorme.

Preso in contropiede lo stupefatto Righelli lanciò un’occhiata ad Elena, che nell’immediato non mosse un muscolo. Dopo una frazione di secondo, infastidita dalla nota accusatoria scorta negli occhi del Commendatore, la segretaria cerbero sollevò un sopracciglio restituendogli un’occhiata gelida con cui rimpallava ogni responsabilità al mittente. Quando aveva trovato la richiesta di acquisto del mazzo di fiori nella vaschetta dei documenti d’entrata, aveva dato seguito alla disposizione del capo senza alcun dubbio sulla sua autenticità.

A quel punto, come stabilito, Fabiola si avvicinò al Commendatore ben attenta a farsi sentire dal resto della platea. «Che bel gesto, Commendatore!»

«Viva Mirella!» Michele intervenne a dare manforte, dando il via ad un applauso generale. Da sorprese, le espressioni dei colleghi si fecero gioiose; tutti si complimentarono con Righelli, che a quel punto fu messo a tacere: per lui sarebbe stato controproducente disconoscere la paternità di quell’omaggio.

In mezzo alla confusione, Michele e Fabiola si scambiarono uno sguardo complice. Con quel piccolo gesto avevano voluto ringraziare Mirella per tutti i favori, le pacche sulle spalle, la dolcezza con cui li aveva accompagnati in quegli anni. E perché no, farle sentire che anche per l’azienda, nella persona del Commendator Righelli, la sua era stata una presenza importante.

Uno One Shot ben speso. 

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Discussioni

  1. Lo scrittore che ho più amato in assoluto, sebbene non sia sicuramente stato il più “alto” (qualunque cosa significhi), è Isaac Asimov. Era famoso per la sua capacità di scrivere racconti a partire da qualunque tema, in maniera estemporanea, usando spesso la sua acuta vena umoristica.
    Puoi quindi intuire quanto abbia apprezzato questo tuo esercizio, che va ben oltre l’esercizio. E’ un racconto veloce, efficace e dal finale bruciante. Ben scritto e piacevole, insomma. Complimenti!

    1. Improvvisare non è sempre facile, ma sicuramente è divertente. Da adolescente ho letto molto di Asimov, autore che stimo infinitamente e trovo immortale nella sua modernità. Non ho idea di cosa sia “alto” o meno, ma per me lui rimane una musa insuperabile

  2. Beh che dire che di Righelli c’è ne sono in sovrannumero rispetto alle Mirelle… Bel racconto, ahimè molto realistico, compreso il sospetto che aleggia sempre in ufficio. ps: che bastardo il tuo fortunatamente excapo!

    1. Ciao Maria Anna 😀 Effettivamente non sento la mancanza di quel particolare direttore di filiale. Quanto alle Mirelle, per fortuna esistono sempre (pena l’equilibrio dell’universo).

  3. A volte ci vorrebbe un po’ più di umanità e meno attaccamento alle cose, come i soldi per esempio, le quali portano sempre sentimenti di rabbia e costrizione da sfogare verso gli altri. In questo caso un piccolo gesto che ha fatto sentire apprezzati gli interi sforzi di una vita. Come direbbe Voltaire: “poco male per un gran bene”.

    1. Ciao Andrea. Sì, di tanto in tanto ci perdiamo nel tutto senza accorgerci che esistono delle piccole isole di umanità, di solito molto umili, che da sole riescono a tenere in piedi intere palazzi.

    1. Grazie Simone. Per il lab non sono riuscita a trovare altre “cartucce” da sparare, ma penso che noi tutti abbiamo bisogno di storie “buone” per venire un po’ a patti con la vita 😀

  4. Originalissimo! Mi aspettavo qualcosa di criminoso, tipo colpo in banca, truffa al casinò, e invece… Di più, molto di più! Ogni azienda ha la sua Mirella! Ed il gesto di Michele e Fabiola è eroico!

    1. Ciao Sergio, onestamente ho tirato fuori a fatica il racconto per il lab di questo mese. Avevo pensato a una storia triste, ma alla fine mi sono detta che avevo bisogno di una sferzata d’allegria e ho pensato ad un capufficio fetente. Ti racconto un aneddoto: venti anni fa lavoravo in banca e in una delle vari sedi a cui sono stata assegnata (all’epoca gli impiegati “giravano” ogni anno/due per non creare connivenze con i clienti) avevo un direttore simile a Righelli. Si lamentava con me e con una collega per l’eccessivo uso della carta igienica, sostenendo che per pulire il sedere bastavano al massimo 6 strappi. Abbiamo tentato di argomentare, forse l’ano maschile e femminile necessita di diverso tipo di attenzione, ma alla fine ci siamo portate un rotolo da casa 😀