Onora il padre

Il 6 luglio, giorno della sua esecuzione, mi venne quest’idea folle: che mi avrebbe fatto avere un messaggio, in cui prometteva che avrebbe giurato.

Di lasciar perdere tutto.

Che intendeva cedere.

Altri l’avevano fatto prima di lui. Tante chiacchiere su cos’è giusto e cosa non lo è; ma poi, davanti alla morte, tutti quanti vogliono solo durare un altro giorno.

Molti di loro erano preti che si erano rifiutati di rinnegare Roma, mossi più dalla paura di morire, che dal desiderio di prolungare lo squallore delle loro vite.

Ma Thomas è diverso.

Thomas, da sempre, è tutta un’altra faccenda.

Non ho mai amato mio padre.

Non era un cattivo padre. Passava del tempo con noi figli, ci portava a passeggio nelle tenute, a piedi e a cavallo.

Ci raccontava storie della Guerra Civile che aveva spazzato via la nobiltà stantia dell’Inghilterra, consegnando la corona alla nostra famiglia.

Aveva una visione lucida, chiara, della nostra storia recente. Una cosa davvero non comune.

“Non si fossero azzannati a quella maniera, nessun Tudor, mai, sarebbe asceso al trono.”

Così argomentava, sfregandosi le mani come un qualunque impiegato di bottega che abbia appena concluso un grosso affare.

Io guardavo quelle sue mani grandi, il mento aguzzo. Non lo stimavo affatto, sebbene non abbia mai saputo dire il perché.

Aveva buone intenzioni: voleva essere onesto con noi, perché avremmo governato dopo di lui. Meritavamo – ritengo credesse – di sapere cosa ci aspettava, cosa avremmo trovato ad attenderci.

“Controllateli tutti, sempre” ci ammaestrava. “E tra loro, soprattutto quelli che hanno denaro.”

C’era una luce di timore sincero al fondo del suo sguardo. Voleva proteggerci, indicarci i possibili futuri traditori.

Io vedevo solo mio padre, il re.

E aveva paura.

Thomas Moore fu Thomas Moore per tutta la mia vita, ben prima che lo invitassi a corte per incontrarlo finalmente di persona.

Il grande umanista. L’amico di Erasmo.

Il cardinale Wolsey, mio fidato consigliere, voleva che lo conoscessi, che parlassi con lui.

Ah, il cardinale! Un uomo di ingegno, capace, innamorato della pace – soprattutto perché gli permetteva di condurre i suoi innumerevoli traffici in porti sicuri.

Memore delle raccomandazioni del vecchio, una volta salito al trono avevo fatto in modo di scegliere con cura i miei consiglieri dagli strati più bassi della società.

Alcuni mi beffeggiavano per questo. Dicevano – naturalmente dietro le mie spalle – che ero un re plebeo, e per questo amavo circondarmi di gente di umili origini.

Bel colpo, bravissimi. La verità era che le persone di basso rango nascono dotate di un’arguzia e di un’allegria nelle cose della vita di cui i più nobili sono quasi del tutto privi.

Non ereditano, conquistano; ed è questo a renderli così stimolanti.

Wolsey, in questa come in molte altre cose, non aveva alcuna goffaggine.

Quanto alla mia presunta bassa nascita… Non aveva nessuna importanza per nessuno, fin quando non erano capaci di farla sventolare in cima ad uno stendardo, con alle spalle un bel numero di lancieri a cavallo.

Cosa per niente facile da organizzare, senza la testa.

Faccio scannare parecchi oppositori, è verissimo. Ma un buon re deve saper avere anche la mano pesante, se occorre.

Ma Thomas… Ebbene: l’ho già detto, mi pare.

Thomas è sempre stato un’altra faccenda.

La prima volta che potemmo parlare, il discorso pareva di quelli destinati a non mai concludersi.

Pensai subito, dopo poche parole, che, se mai avessi avuto dei figli, li avrei affidati a lui perché li istruisse. Ed è ciò che ho fatto, anche, sebbene solo per un breve periodo: ho lasciato che insegnasse a mia figlia Mary un po’ di latino.

Ma Mary non è stata mai una grande studiosa. È intelligente, sì, ma somiglia a mio padre. Ha una mente pratica, accorta, e un’anima non comune. Ma: la lettura, la scrittura, l’aritmetica? No. Per lei è semplicemente troppo faticoso.

Da principio, Thomas ha insistito. Ma non c’era bisogno di torturare la mia bambina per impegnarsi accanto a me. In breve tempo, si è trovato a completare la mia, di istruzione!

Non che non avessi avuto precettori ottimi.

Parlo cinque lingue, e mio fratello Arthur era anche più dotato di me. Poco prima di ammalarsi, aveva deciso di studiare l’arabo. Desiderava partire per una Crociata, visitare quei luoghi lontani nei quali pareva cosa naturale della vita diventare degli eroi.

Si cullava nel sogno che nostro padre glielo avrebbe permesso. Dentro di sé sapeva che non sarebbe mai accaduto. Era l’erede al trono, dopotutto. Ma neanche a me sarebbe stato consentito.

Re Henry temeva le malattie, anche più del tradimento. Da bambini, uno stuolo di medici vigilava su di noi. Le pareti delle stanze dove abitavamo venivano lavate dai servi due volte al giorno.

L’ho già detto: non amavo molto mio padre.

Quando lo raccontai a Thomas, ne parve sinceramente costernato.

“Un padre dovrebbe risvegliare nei suoi figli un sentimento di rispetto e tenerezza” commentò.

Gli dissi che non m’importava.

La tenerezza era stata per mia madre, sebbene fosse morta da anni di febbre puerperale dopo la nascita della mia sorella minore. In un certo senso molto strano – tanto che non ne parlai mai neppure a lui – continuavo ad amarla, attraverso la morte e il disfacimento.

Mi comportavo come se si fosse allontanata momentaneamente, ma stesse sempre per ritornare.

Naturalmente conoscevo la verità. Solo non amavo pensarci. Preferivo la mia versione privata.

Quanto al rispetto, esistevano uomini che rispettavo.

“E chi sono?” chiese lui, con un dolce sorriso.

“Il cardinale” risposi, di slancio. Ero giovane ed entusiasta, all’epoca; e temo che trasparisse dai miei gesti e dalle mie parole assai più del consigliabile. “I miei amici, come il duca di Suffolk. Ed anche voi!”

Non so perché abbia aggiunto questo. So che desideravo cattivarmelo, averlo dalla mia parte, più di qualunque altro avessi mai incontrato prima. Temevo ingenuamente che mi avrebbe respinto; e in qualche modo temevo anche di più che mi accettasse solo perché ero il suo re.

In entrambi i casi, il mio cuore si sarebbe spezzato.

Oggi, certo, il mio cuore è assai più corazzato, assai meglio difeso.

Amavamo trascorrere le notti all’aperto, sul prato, a guardare le stelle. Conosceva i nomi di tutte quante, e ipotizzava che avessero un’influenza sulle vite degli uomini.

Io ne ridevo, tuttavia lo ascoltavo affascinato mentre raccontava i miti da cui traevano i loro nomi, che avevano qualche cosa di scintillante anch’essi – Betelgeuse, Aldebaran, Hamal, Reigel…

Non avrebbero potuto essere altro che nomi di stelle.

Sorrise, quando dissi questo. Ricordo che durante le nostre contemplazioni non mi guardava mai in viso, preferendo non staccare lo sguardo dal cielo.

“Siete dunque un poeta” commentò.

Mi confusi. Lì per lì, negai. Mi pareva cosa di poco conto, non degna del momento, non degna di lui.

Ma non sembrò sorpreso. Disse di averlo immaginato.

Stranamente, non volli sapere perché.

Nei giorni seguenti, scrissi molti versi. Buoni versi, e anche versi pessimi. Mi resi conto che mi rendeva felice, come un bimbo che gioca e dimentica la campana della cena.

Tuttavia, non ebbi mai il coraggio di mostrarglieli.

Forse perché era più vecchio di me, diventò il padre che avrei voluto avere. Potevano passare giorni senza che avessi bisogno del suo consiglio, ma se accadeva era subito pronto ad ascoltarmi.

Trascorrevano insieme moltissimo tempo. Era diverso dagli altri. Amavo i miei amici, amavo correre dietro alle ragazze, cacciare e scherzare.

Ma soltanto con Thomas potevo sedere sull’erba fresca, a contemplare in silenzio il cielo stellato.

Talora gli riferivo uno dei consigli di mio padre, ed era raro che non sapesse spiegarmi ciò che lui aveva inteso dire. Spesso era molto diverso da ciò che avevo creduto di capire io.

Mio padre pareva allora emergermi incontro dalle tenebre, diventava più forte e più duro, come un diamante che non può essere spezzato.

Capitava che, dentro la traduzione che Thomas dava delle sue parole, io mi sentissi assai più al sicuro che non accanto al mio vero padre.

Poco dopo l’alba, giustizierò dunque quest’uomo.

L’uomo senza il quale, ho cominciato a credere, non ci sarebbe in me nulla di davvero buono.

Questo, sebbene io nutra nei suoi confronti una stima sconfinata.

E mi sono chiesto, nel corso di questa ultima notte: perché?

Lui vorrebbe che restassi fedele a Roma. Che restassi ciò che sono sempre stato: un uomo sposato con una donna che non gli potrà più dare un figlio maschio.

È per questo?

No.

Ecco. So il perché.

Lui vorrebbe che io restassi un bambino a cui dare consigli. Seduti insieme sul prato, a guardare le stelle in eterno.

Il problema non è Roma, né il Papa, né tanto meno il mio divorzio

Il problema è quel prato, quel cielo fitto di stelle – di cui lui solo conosce tutti i nomi.

Il mio amore è intatto.

Ma non voglio restare un bambino, nel mondo dei padri.

Per questo, all’alba ucciderò Thomas Moore.

Non riesco neppure a dirlo.

Ma lo farò ugualmente.

Avete messo Mi Piace7 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Complimenti per questa umanizzazione di due ‘grandi’ che, ciascuno a suo modo, hanno segnato la storia d’Europa, nelle azioni e nel pensiero. Ricordare i fatti e gli scritti e poi immaginarli su quel prato a guardare le stelle. Molto originale. Una frase mi colpisce, tanto ‘scontata’ quando eccezionale se ci soffermiamo su di essa ‘Bel colpo, bravissimi. La verità era che le persone di basso rango nascono dotate di un’arguzia e di un’allegria nelle cose della vita di cui i più nobili sono quasi del tutto privi.
    Non ereditano, conquistano; ed è questo a renderli così stimolanti.’ Bravissima

  2. In effetti, esistono ideali che fanno perdere la testa… ci si può innamorare di un’ idea come ci si innamora di una donna. Ma sto mancando di rispetto a sir Thomas More.
    Ammirevole la disinvoltura con cui hai drammatizzato narrativamente un tema e un episodio storico così complesso. Una lettura in chiave edipica, direi.

  3. La trascrizione del pensiero dei tuoi personaggi quali che siano, in potenti monologhi, che descrivono storie intere e psiche contorte e complesse, senza mai appesantire, senza mai stancare. Mi piace questo stile. Tanto.