Oort

Non si sente altro che silenzio e freddo.

Da miliardi di anni. Da quando La Scintilla ha dato origine al Tempo e allo Spazio.

L’esplosione è stata la più violenta a cui il cosmo abbia mai assistito. Unica nel suo genere; a partire da quel momento, l’Essere ha cominciato a esistere. Prima di questa crisi, il cambiamento era una categoria inesistente. Tutto era fisso, immobile, immutabile.

Io non c’ero. No, sto mentendo. Non so se c’ero in quell’istante. Se c’ero, non me lo ricordo. Forse c’erano dei frammenti, atomi che si sono poi conglomerati in me.

Non lo so. Non ho possibilità di saperlo. È inutile che mi arrovelli su una questione a cui non posso dare o ricevere risposta. Ma purtroppo riflettere è l’unica cosa che posso fare adesso. Intorno a me non c’è nessuno per parecchi anni luce e la tenebra mi avvolge completamente.

Alle mie spalle c’è il confine interstellare che è vicino, insidioso, labile, angosciante. Incombe su me e le mie sorelle, su noi che proviamo a stare vicine nell’unico luogo che riconosciamo come nostra casa: la Nube.

Il mezzo interstellare, talvolta, si insinua fra noi, ci ammalia, ci ghermisce e ci trascina via, sradicandoci dalla nostra dimora apparentemente immota. Esso ha il potere di leggerci dentro e di comprendere che stiamo smarrendo la nostra certezza. Lo intuisce e allora comincia a blandirci e a lusingarci, facendo leva sulla nostra debolezza.

Gli avvenimenti che seguono sono un mistero. Le sorelle che sono state rapite non sono mai più tornate per raccontarlo. Vivo in un interminabile stato di terrore e preoccupazione: da un momento all’altro, questa sorte potrebbe toccare anche a me. Non posso fare previsioni e progetti. Il caos qui è la regola sovrana.

Subisco la mia condizione.

E fluttuo.

Nella Nube, con le mie sorelle. Fluttuo.

Sembro eternamente ferma, ma non lo sono. Io, come ogni cometa, ho un cammino segnato fin dall’origine del Tutto: un’orbita. Sono nata per percorrere la mia orbita, per compiere il mio destino. Nella deflagrazione che ha dato origine al Sistema Solare, che è il giorno della mia nascita, sono stata espulsa con le mie sorelle ai margini più remoti di esso. Sono stata relegata al gelo eterno nella Nube.

Sono scoria, scarto della creazione. Ho il cuore duro di roccia e la buccia di ghiaccio. Sono una reietta della creazione e vivo in un lago di tenebra ghiacciato.

Nonostante tutto, però, io, come le altre comete, sono tenuta in vita dalla speranza. Quest’ultima fa da contrappeso al terrore. Quando lei si assopisce dentro di noi, il mezzo interstellare, l’emme-i, che si trova oltre la Nube, entra in azione e ci porta via. Lui legge il terrore che domina a un certo punto in noi.

Il tempo è una perpetua oscillazione fra la paura del nulla e la speranza. Aspetto con trepidazione di camminare nella mia orbita, così come è stabilito per me. Sono una cometa di lungo corso: impiego milioni di anni per percorrerla tutta e ritornare al punto di partenza.

Sembro fissa, immota, eterna. Ma io, dentro, fremo. Nessuno lo direbbe, ma io mi muovo. Lo so, lo sento. È parte di me. Questa è una leggerissima vertigine quotidiana che alimenta la speranza e mi dà la forza di andare avanti e non sprofondare nel terrore.

Non dipende dalla mia volontà. Credo che non dipenda dalla mia volontà.

Sì, lo credo. Devo crederci.

Non devo perdere la speranza, altrimenti il terrore prenderà il sopravvento e l’emme-i verrà a catturarmi. Esso sente tutto, percepisce tutto. Sente il nero, dentro, che prevale sul bianco. Lo sente, lo sfrutta, ne approfitta. Esso non aspetta altro che la debolezza prevalga in me, in noi.

Io resisto. E sento.

La speranza che provo è alimentata dalla flebile forza gravitazionale che il Sole esercita su di me. Mi fa gocciolare un infinitesimo più in là. L’Astro è lontanissimo da qui, ma la sua influenza mi tiene stretta a Lui. Il buio e il freddo prevalgono intorno a me ma la sua presenza c’è, anche se debole. Il suo vento, odoroso di protoni, mi accarezza e mi consola; mi ricorda che, nell’eternità, il Tempo è nulla e ben presto anche a me toccherà compiere il mio destino. Un passo alla volta, un infinitesimale passo alla volta, attraverserò tutto il Sistema Solare.

Mi è già accaduto una volta.

Una sola indimenticabile volta.

Mi sentivo spaurita e turbata mentre, dalle più remote periferie, mi avvicinavo al centro, al Sole. Tacevo perché gli enormi pianeti che incontravo erano così diversi da me: giganteschi e pieni di colori e di odori e di suoni. Quando mi trovavo al loro cospetto, comprendevo fino in fondo la mia condizione di scarto del creato. Tuttavia ero serena e, la mia felicità cresceva di secondo in secondo. La trepidazione aumentava alla vista sempre più nitida di Lui, della sua luce, del suo calore, del suo intenso e pungente aroma. Non vedevo altro che Lui, non sentivo altro che Lui. La brama di compiere il mio destino cresceva in modo inversamente proporzionale alla distanza che mi separava da Lui.

Ero pronta. Era arrivato il mio momento.

All’acme della mia orbita passai accanto a Lui. Era il mio sogno, era quello per cui sono stata creata, era la vita in tumulto. Fui irrorata, contagiata dalla sua potenza che, con una sferzata di energia, mi fece risplendere come mai avevo fatto fino ad allora. La mia buccia di ghiaccio si trasformò in uno sfolgorio pirotecnico di scintille variopinte. Brillavo di luce riflessa; anzi, la luce mi consumava, bruciandomi nel suo amplesso. Una lunga coda sfolgorante si formò e, come una sposa con un lungo velo candido attraversa la navata, io arrivai davanti al mio sposo che mi faceva risplendere e per cui io risplendevo. Restai soggiogata e in balia della sua potenza per tutto il tempo concessomi. Poi ricominciai la strada di ritorno verso casa. Man mano che mi allontanavo, sentivo il calore venire meno e lo strato di ghiaccio ricrearsi, per effetto del freddo.

Stavo brinando nuovamente.

Contavo una per una le cicatrici, le lacune sulla mia buccia di ghiaccio dolorante e indolenzita. La sentivo però molto più sottile, pronta a spaccarsi. Il Sole aveva corroso buona parte del mio essere, lo aveva sublimato permettendomi di mostrare il meglio di me. Aveva scorticato quasi tutta la mia buccia per rendermi bellezza pura, unica.

Ho da poco ultimato il viaggio di ritorno e sono di nuovo sulla via dell’andata.

Ancora adesso sento il mio nucleo, fatto di polvere non abbastanza conglomerata, tenuto saldo a fatica dal sottile strato di ghiaccio. Ma non mi importa. Io sono di nuovo in cammino. Devo compiere il mio destino.

– Sto tornando da te, mio Sole. So che questo viaggio che sto intraprendendo sarà l’ultimo. Quando sarò vicino a te, brillerò, sarò tutta uno sfolgorio. Ti darò tutta me stessa. Sciolta anche l’ultima molecola nel tuo amplesso mortale, so che il mio nucleo si disgregherà e io mi dissolverò in una nuvola di atomi.

Lo so.

Questo è il mio destino.

Aspettami. Sto arrivando.

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Discussioni

  1. Ciao Cesare, tutti in qualche modo abbiamo cercato di avvicinarci a quel sole tanto agognato che per noi rappresenta il centro di tutto. A volte, ci siamo bruciati, il più delle volte l’abbiamo solo guardato. Sei satato bravo a vestire i panni di una cometa e a portarli dall’inizio alla fine della passerella con credibilità.

  2. Qualche volta anche a noi capita di essere ai confini remoti della galassia il cui centro è qualcuno che ammiriamo. Ruotiamo intorno a quel sole ma ne siamo lontanissimi, proprio come le comete della nube di Oort. Ti ringrazio di aver dedicato del tempo alle mie parole e di avermi dato il tuo feedback! 🙂

  3. Un racconto originalissimo e scritto davvero molto bene.
    Dare voce ad una cometa, che viaggia ai confini del sistema solare, nella nube di Oort, è stata un’idea vincente e il modo in cui hai espresso i suoi “pensieri” le dà un’anima leggera e, al tempo stesso, quasi colta.
    Bravo, davvero!