
Ora V. I Padroni
Serie: SID
- Episodio 1: Ora VII – Il Canto dell’Ultimo Re
- Episodio 2: I Vascelli
- Episodio 3: Il Nome Nascosto
- Episodio 4: Il Manuale Nero
- Episodio 5: Ora IV- Il Patto
- Episodio 6: Ora V. I Padroni
- Episodio 7: Il Bacio del Fiore Rosso – Ora VI
STAGIONE 1
Carissima mia,
La realtà riprese l’aspetto che aveva da milioni di anni; tornarono le forme e il tempo cui ero avvezzo. Soltanto un elemento del mondo non fu come prima, la stanza dove morì mio fratello. Al suo posto, un peristilio di colonne avvolte da rose selvatiche cingeva un giardino odoroso, ornato di cespugli in fiore, il cui cuore era una piscina ricavata da pietra bianca e levigata. Sfiorarne bordi trasmetteva un piacevole quanto indecifrabile tepore sulla pelle. Osservai l’acqua, era nera come una notte senza stelle e vi si rifletteva la strana idea di affacciarsi su una profondità oceanica; eppure a occhio e croce, in quella piscina non avrei dovuto bagnarmi oltre il ginocchio. Era il letto di mio fratello, l’ultimo luogo in cui posò il capo; perché avevo questo pensiero?
Lo rivedrai, seppur sotto una forma diversa. Mi tornò alla mente la voce del Duca. Lasciai che tutto quell’arcano sedimentasse nella mia anima. Presi coraggio e aprii la porta. L’Hotel era rimasto tale e quale. Il corridoio fetido, la puzza di liquami impregnava l’aria alla stessa maniera di quando entrai.
-Signore, Milord vuol vederla.
Quel giovane alieno non capiva perché lo stessi fissando e probabilmente pensò che il mio cervello fosse immerso nella sostanza che spacciava il suo padrone. Forse mi diede dell’idiota.
-Signore, si sente bene !?
Era lo stesso giovane alieno che mi accolse con occhi di disprezzo e sputacchiando per terra, quel piccolo guardiano che faceva da schiavo porta tutto in quello sporco formicaio.
-Devo riposare.
A un tratto il giovane alieno ebbe un tremore improvviso. Il viso si contorse nell’immagine della paura e della sottomissione, la schiena s’inarcò in una reverenza mortifera. Dietro di lui comparve un Sapiens, alto, dalla barba e capelli neri e lunghi, con riccioli ampi sulle spalle:
– Mio caro, mi chiedevo dove fossi! È tardi, mi stavo preoccupando.
All’incedere di quell’uomo, gli alieni si buttavano al suolo, con il viso schiacciato in terra e gli altri umani s’inchinavano ossequiosi baciandogli le mani.
Lo seguii, cos’altro potevo fare. Non avevo la forza di far domande, gli eventi, i luoghi e i tempi stavano roteando attorno e dentro di me con un’energia tale da rendermi corpo e mente allo stesso modo di quelli d’un ubriaco. Mentre non avevo idea se l’ascensore stesse salendo o discendendo. Confuso e nauseato com’ero se avessi aperto bocca, avrei vomitato. L’uomo non attese la mia risposta, forse s’accorse della mia faccia intirizzita di stordimento.
-Abbiamo un po’ esagerato; mai provato qualcosa di simile. Mio caro, la tua carne è più morbida e liscia della migliore seta orientale. Qualunque cosa sperimenti con te è pura estasi.
Le porte slittarono aprendosi su un terrazzo. La cima dell’Hotel, forse. Una selva di luci policrome sotto di noi; la città immersa nelle nerezza notturna, tremolava in un’aria fredda ma limpida. Potevano vedersi i massicci oscuri delle catene montuose oltre il limiti delle sue luci, simili a buchi neri che le incombevano.
Un servo umano ci raggiunse con un vassoio che depose con ossequio in una nicchia fiorita, quindi si ritirò.
-I precedenti padroni di questo vigneto sono morti. Farei follie, letteralmente, per questo genere di cose. Il vino di alto livello, i cavalli da corsa, i corpi d’alabastro senza un’asperità dei giovani alieni.- l’uomo mi porse il calice con movenze ieratiche- Ma la tua carne… caro mio. No, nulla a che vedere sino con quanto ho assaggiato prima. E lo giuro, il mio palato è irraggiungibile. Questo vino, è costato una guerra contro la più infame delle Cupole avversarie. Ho perso molti soldati per le colline dei suoi vigneti. Lo rifarei subito, lo giuro, darei il doppio dei miei uomini alla morte, con gioia, pur di prendermi questa vite.
Non ti annoio oltre nel dirti dello stato di prostrazione in cui continuavo ad annegare. Rimasi in quella situazione straniante per non so quanto tempo ancora. Nulla di tutto ciò che stavo vivendo mi era appena comprensibile.
-Il tuo rapimento mi è costata l’anima di molti miei stregoni; ma, lo giuro, tu vali più di diecimila di loro. Il Duca è impazzito di rabbia. Ha promesso vendetta, che faccia pure, che venga pure con la sua orda!
Un ghigno leonino stirò la sua faccia. Il suo braccio scivolò attorno al mio collo, ed ebbi l’impressione che un pitone si fosse adagiato sulle mie spalle, rilassandosi. Mi sospinse con lui ad affacciarmi dalla ringhiera.
-Da qui sino alla Regione Meridionale ogni essere che strisci, cammini o voli, deve chiedermi il permesso per esistere.
Mi raccolse le spalle con le mani e mi rivolse innanzi ai suoi occhi. L’immagine che ebbi di me, fu quella di un pezzo di carne stretto fra artigli di un predatore.
-Ci sono uomini ai vertici della mia Cupola che sbranerebbero i loro genitori per ottenere ciò che ti ho regalato. A differenza loro, non mi tradirai, piccolo fiore. Sarai la mia arma contro le Cupole avversarie e infine sbaraglieremo l’Armata del Duca. Tu vuoi vendicarti di chi ha distrutto il tuo mondo e io te ne do la possibilità. Farai giustizia su chi ti ha tradito.
Passai un tempo indefinibile avvolto dalla carne del Lordrug e non oso turbarti descrivendoti quel che accadde, mio cara Herve. Dopo qualche ora mi congedò come un feticista si separa dall’oggetto della sua parafilia, tornando ai suoi impegni.
Vivevo come se la mia coscienza si fosse spezzata in miriadi di frammenti, dispersi in innumerevoli cosmi da un soffio gelido. Fu un bagliore che m’illuminò, lo sentii nel petto; mi chinai all’improvviso, affamato d’aria. Tentai di ricordare l’attimo del rapimento; per quanto mi sforzassi, la mia mente non rievocava alcunché e solo un’immagine rispondeva ai miei richiami: un manipolo di ombre si contorceva in una coltre di fumo denso e dal sapore metallico. Non si trattava di una memoria vera e propria, era più simile ad una scena onirica mischiata ad un’emozione intensa, rimasta in testa una volta tornati da un incubo. Mentre rivivevo in quell’immagine una fitta rovente scosse la mia spina dorsale, devastandomi.
-Signore, non sta bene!
Il giovane alieno mi sorresse il gomito, ma lo scansai, piccato.
-Non ho nulla, vai pure al tuo lavoro.
-Signore, non posso, devo accompagnarla sino al suo alloggio, è la volontà di Milord.
Compresi dalla sua voce come per quella creatura non vi fosse alcuna alternativa al comando del padrone.
Herve, non ho la sapienza per dipingerti in modo nitido il quadro. Cercherò quindi di afferrare alcuni fra le miriadi frammenti della mia coscienza dispersi nei rivi di una psiche ormai, estranea al mio spirito, trasformata in un verminaio di convulse esistenze.
Vidi letteralmente il corridoio fetido trasformarsi in un luogo lastricato di marmi prezioso e ampolle fiorite. Caddi, piegandomi sul mio ventre, non ressi a quelle continue mutazioni della realtà. Lasciai che il giovane mi scortasse innanzi alla porta di quella che era la mia abitazione nell’Hotel. La tomba di mio fratello.
-Tu sai cos’è successo qui dentro?
Gli chiesi, tossendo. Vidi il suo volto secco e screpolato farsi titubante:
-Signore, cosa intende? Qui abita lei, è il suo alloggio.
-Lo è sempre stata, la mia abitazione?
Lo vidi stupito e innervosirsi: -Signore, se si sente male, chiamo subito il dottore!
-Sto bene, dannazione! Rispondi ! Un sì o un no, credi di esserne capace?
Il ragazzo indietreggiò: -Non si arrabbi, la prego. Signore, questa è sempre stata la sua abitazione, sì.
Scattai in un’ira a me inconsueta, ma sentivo nella mia testa le membrane cerebrali ispessirsi, troppo irrorate dal sangue, il cranio mi divenne un forno rovente. Non riuscivo a parlare in modo quieto, ma solo a urlare, nell’illusione di espellere almeno una piccola parte di quel dolore.
-E rispondi su! Sai cos’è successo qui dentro, prima che venissi io?
Atterrito dalla mia furia: -Signore, lei è sempre stato qui. Milord ha personalmente seguito i lavori per quest’appartamento. Prima era una sua suite privata e perciò nessuno lo ha mai violato. Qui il padrone teneva importanti riunioni oppure s’intratteneva nei momenti liberi coi suoi amici.
-Non dire sciocchezze, ragazzo! Un semplice picciotto come te non avrebbe accesso a un piano così alto!
-Signore, non la capisco. Io sono sempre stato il valletto speciale di Milord in quest’ala del palazzo, non sono mai uscito da qui. Sono stato lasciato in dono a lei da Milord in persona. Sono al suo completo servizio, signore.
-Sto male, ragazzo.
-Me ne sono accorto, non si preoccupi, sono qui per lei.
-Accompagnami dentro, non riesco a vedere. Sono diventato cieco e la testa sembra mi stia esplodendo, aiutami a stendermi in un letto e chiama il medico.
Nonostante fossi morso da una sofferenza inaudita e caduto nella cecità d’improvviso, il panico che prima mi avvolse, si spense e riuscii a farmi aiutare.
Il giovane obbedì e premuroso mi raccolse e mi condusse nel mio alloggio, in una sala del peristilio con un letto baldacchino avvolto da rose e rampicanti profumati.
-Il dottore correrà subito da lei, signore, non tema.
Disse, sollevando le coperte di seta dorata
Alarte
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Riprendo ora la tua serie, dopo averla riletta per intero. A volte gioco con il pensiero dei veli che separano diverse realtà, per così dire dimensioni, chiedendomi quali altre vite io stia vivendo. Quelle in cui è incappato Alarte, sono gabbie in grado di portarlo all’insania e all’oblio.
Mi piace molto questo brano, in bilico tra sogno e realtà, visione e veglia. Un bello stile e il punt di vista in prima rendono tutto ancora più interessante.
Grazie, Ale. Il miscuglio fra sogno e la realtà crea una zona franca, una regione terracquea in cui abitare è pericoloso, per via di forze ed entità sconosciute, indefinite e indefinibili…
E ci credo che il povero Alarte stia male, la realtà viene di continuo riscritta e deformata davanti ai suoi occhi, non sa più cosa e vero e cosa no… Dopo il dialogo col Duca nello scorso episodio, ora passiamo ad un Lordrug, Alarte mi sembra una pallina in una partita a tennis, sballottata di qua e di là da forze più grandi di lui, quasi impossibilitato a seguire una via scelta spontaneamente
Hai ragione, Alarte è diventato questo, una pallina da tennis e tutto appare confuso e irrazionale, senza un nesso logico, la realtà non gli appartiene più (ma a chi appartiene, poi, la realtà?) e il caos degli eventi sembra avere il sopravvento sulla sua volontà, prendendosi quasi gioco di lui . Ma c’è un motivo preciso a tutto ciò. Fra uno o due episodi tutto si concluderà.