Organza
Serie: L'incoscienza di Eva
- Episodio 1: Regina
- Episodio 2: L’attimo prima (parte 1)
- Episodio 3: L’attimo prima (parte 2)
- Episodio 4: Organza
STAGIONE 1
È andata a finire che per distrarmi mi sono iscritta ad un laboratorio artistico, organizzato in occasione della Festa della Donna. Una specie di esibizione d’arte al femminile.
«Attenta, a questi laboratori…» Quando l’ho scritto ad un’amica, mi ha messa in guardia. «Non sai mai come va a finire.»
«Tranquilla, è una cosa artistica.» L’ho rassicurata. «E poi, siamo solo donne.»
«Non è mica una garanzia, solo donne» mi ha provocata, con tanto di faccino che se la ride.
Sono stata al gioco – faccine che ridono pure io – ma davvero lo stato d’animo con il quale mi preparo ad uscire è al di là di ogni tentazione. Sono rassegnata, disillusa. Scivolo nel traffico di viale Argonne con le aspettative di chi dalla vita non si aspetta più niente. Niente distrazioni, per me, niente complicazioni. Soltanto una bella serata a base di arte, magari vino buono, e poi nanna. Sola.
Anche perché, Lui. Mi sta facendo impazzire. Non lo vedo da giorni. Mi sono adattata alla sua vita raminga, da gatto: si infila nel mio letto, una volta sazio sparisce, poi torna quando gli pare. Non so neppure se stiamo ancora insieme. Anzi. Probabilmente un giorno mi lascerà e non mi accorgerò della differenza. Non ricorderò i baci, la sua testa in mezzo alle gambe quando mi fa impazzire, ma le spunte blu senza seguito, l’agonia dei silenzi. Le attese.
Comunque.
L’evento è in zona Porta Romana. Una piccola galleria d’arte indipendente, poco conosciuta, ma davvero carina. L’artista è di Basilea, vive a Milano da un paio di anni. Lavora con seta, organza e filo spinato, confeziona abiti che fissa su manichini fatti di legno e stoffa imbottita. Esseri filiformi, androgini e senza espressione.
La serata si apre con una sua performance. Siamo una decina di donne, più la curatrice. Ci fa sedere in cerchio, restiamo a osservarla mentre punta le sue creazioni sui manichini, utilizzando aghi e spilli di diverse misure. Infilza gli abiti direttamente nella pelle. Per osmosi, sobbalziamo tutte. «Che male.»
«Non soffrono» ci spiega. «Nelle mie scene non è previsto il dolore. Sono corpi neutri, fatti per accogliere.»
Qualcuna parla di atrofia del sentire, qualcun’altra di accettazione.
«Annullamento» propone una biondina. «Sublimazione.»
«Metafore.» L’artista infilza i suoi manichini in una sorta di trance. «Il corpo è un mezzo, nient’altro. Sforzatevi oltre, scardinate il principio di cognizione.»
Per tutto il tempo provo ad immedesimarmi in uno di quei manichini, senza riuscirci.
La seconda parte della serata prevede che sia il pubblico a diventare protagonista. Ci viene chiesto di metterci in coppia. Mi lascio scegliere da Alida, una ragazza mora, bassina, che non porta il reggiseno. Le intravedi i capezzoli – tondi ballerini, scuri – sotto la maglia sottile. È stata la prima alla quale mi sono presentata e da allora non mi leva gli occhi di dosso. Occhi color dell’ambra, da rapace. Durante la performance ci siamo sorrise, cercate più di una volta. Ora Alida si avvicina, mi prende la mano.
«Lo facciamo insieme?»
«Sì.»
Scegliamo le nostre stoffe, gli spilli, un manichino da vestire. Ci sistemiamo in un angolo, appartate rispetto al resto del gruppo, la complicità di due amiche che sono cresciute insieme. E non ci siamo mai viste, prima.
È lei, da subito, a condurre la scena. Mi sfiora le mani con la scusa di passarmi le vesti. Spinge le mie dita, aiutandomi a fissare gli spilli. Gioca a vestire anche me, carezza il manichino, finge di fargli il solletico in mezzo alle gambe spoglie, mi invita a provare.
«Poveretto» scherza «progettato per non sentire.»
Ridiamo, ci guardiamo senza riuscire a smettere. Mi trascina nel gioco di una seduzione innocente, bambina. Ed è proprio questo, credo, ad eccitarmi. Questo godere d’istinto, inatteso.
Ricordo, d’un tratto, le parole di un’amica: «Se non hai mai assaggiato una fica, non sai cosa è il piacere».
Mi sono sempre stonate assurde, non l’ho mai presa sul serio. «La tua è solo invidia» la sfotto, ogni volta «che madre natura non t’ ha dato quello che cerco in un uomo. A me, solo quello piace.« E ne sono sempre stata assolutamente convinta. «Leccare fiche non mi è mai interessato.»
Eppure. La fica di Alida mi chiama, la sento, cerco l’odore. E mi abbasso con la scusa di aggiustare un vestito vicino alle ginocchia, la vedo, stretta nei pantaloni percepisco il taglio. Sento le cosce sudate, il caldo salire. Il mio sesso pulsa, si sveglia di una voglia prepotente, dura. Una voglia da uomo.
Mi bagno le labbra, provo a immaginare. Il suo sapore mi eccita, ribalta ogni logica, scardina le mie teorie. Dentro la carne un nuovo istinto si muove. Labbra su labbra. I capezzoli, i morsi, il seno. D’un tratto la fica di Alida diventa l’unica forma di orgasmo possibile.
Punto uno spillo tra le gambe spoglie del manichino e lei ci passa sotto la mano. Finge un gridolino, si lecca le dita. Le prendo e me le infilo in bocca. Mi guardo intorno. La guardo.
«Deve esserci una stanza, un cesso, un buco di anfratto dove ti posso affondare.»
Finge imbarazzo. Non aspettava altro.
Mi ci butto prima con le dita, poi con la lingua, come dentro un’anguria matura affondo il naso le labbra le guance, mi nutro di lei, godo del succo che cola. La mia fica morettina, stretta e salata, dal sapore inatteso. Sbrano, dilanio, esplodo.
E c’è qualcosa, sopra a tutto, che mi fa davvero godere. Oltre il nuovo, oltre il proibito, oltre il piacere. È qualcosa che va più in là. È questo abbattere i limiti, scoprirmi senza confini. Mi si apre l’America: non ho conquistato solo una donna, stasera. Ho conquistato una nuova forma di potere. È questo a farmi davvero impazzire.
Non rinuncerò a nessun uomo, una volta uscita da qui. Per lo stesso motivo, non rinuncerò a nessuna donna. Non ci sono più limiti, non devo più scegliere, io posso. Posso avere chi voglio. Posso essere qualsiasi cosa.
Io godo.
Io vengo.
Io sono.
Serie: L'incoscienza di Eva
- Episodio 1: Regina
- Episodio 2: L’attimo prima (parte 1)
- Episodio 3: L’attimo prima (parte 2)
- Episodio 4: Organza
Ciao Irene. Doveva essere solo arte e vino buono, una serata per non pensare alle spunte blu senza risposta. E invece arriva Alida con quegli occhi da rapace e cambia tutto. Mi hai trascinata dentro, dalla noia di viale Argonne fino a quelle tre parole finali che sono un grido. Si esce da qui diversi. Brava.
Ciao Irene, una volta quando leggevi la storia di me e Salvo mi hai detto “Scusa ma non posso lasciartelo fare”. Adesso tocca a me fare quasi la stessa cosa, scriverti “Scusa (e davvero scusa) ma non posso non dirti niente”. Ti avevo lasciato un commento sotto al racconto ma era di pura circostanza, me ne sono pentito e l’ho cancellato.
Io non sono questo gran fruitore di letteratura erotica, men che meno sono un insegnante, però un immaginario nella testa me lo sono fatto.
Per me scrivere di erotismo vuol dire farmi immaginare tutto, lasciarmi qualche libertà di movimento e dirmi quasi niente. Quello che ho trovato nel tuo scritto è qualcuno che mi dice praticamente tutto, non mi lascia spazio e non mi fa immaginare nulla.
Che poi, a pensarci, potrebbe essere la differenza tra la pornografia e l’erotismo. Sia ben chiaro, non ho niente contro la pornografia, ma quella vorrei leggerla solo da chi si aggrappa ai cliché, e tu sei una che della parola “cliché” può tranquillamente ignorare anche solo il significato.
Ice T in un’intervista una volta ha detto: “Basically we rap ‘cause we can’t sing”. Ecco, per quanto io sia un culture del rap e della scuola di Ice T, l’idea che ho in testa è un po’ quella. Io vorrei sentirti cantare, e vorrei che il rap lo lasciassi a quelli che non hanno la voce.
Hai scritto una roba che era un gioiello, “L’attimo prima”. Quella per me era letteratura erotica. Porca troia se lo era. Ho ancora in mente dei passaggi che… va beh, lasciamo perdere 😂
Per me “Organza” è un racconto che ostenta una rivendicazione, il corpo è mio e lo gestisco io. Ok, va bene, ma credo che, senza voler venire nel mio caruggio, abbia centrato il punto Giuseppe. Quel grido lo lascerei alle manifestazioni di piazza degli anni 70, tu invece sei la telecamera che le riprende dall’elicottero.
Scusa se sono stato così entrante, ma sentito di doverti dire come la pensavo.
Giustissime e pertinenti osservazioni che, forse suona strano, mi fanno orgoglio e onore. E soprattutto mi danno la possibilità di ricalibrare la visione. Questo racconto è frutto di una sfida, come in molti sanno, un modo per mettersi alla prova o sperimentare uno stile diverso. Ho avuto modo di confrontarmi con chi l’erotismo lo fa di mestiere, mi sono arricchita e ho scoperto cose che non sapevo, cosi ho voluto vedere cosa ne sarebbe uscito se avessi provato a farlo io.
La Irene che conosci si sarebbe fermata alla prima.parte, dopo quella seta e organza accennate. È stato divertente e nuovo continuare, però, è vero: non è un abito che fa per me. Non credo sia questione di giusto, sbagliato, bravura o meno…è questione di attitudine. Un po come nel disegno o nella musica…ognuno adotta il proprio stile, quello che gli permette di creare al meglio. Io per prima, mentre mi rileggevo, pur essendo abbastanza soddisfatta mi sono resa conto che questo è un esperimento e lo spazio dove si muove la mia scrittura è altro. Un po’ come dire che il verde smeraldo è un bellissimo colore ma io vesto meglio azzurro. Mi hai detto esattamente quello che avevo bisogno di sentirmi dire, e per questo ti ringrazio, Roberto. È questo che fanno gli scrittori, è questo che fanno i lettori attenti e soprattutto è questo che fanno gli amici. Ti sono grata. Un abbraccio.
In amore non ci sono regole né etichette, così come nel sesso sano (e con sano intendo quello in grado di fare sentire bene entrambi i partner). La scoperta è uno dei “giochi” più belli che la vita offre all’essere umano. Detto questo, se hai notizie di un laboratorio simile a quello che hai descritto, mi ci fiondo subito: a parte la lieve suggestione voodoo nel conficcare spilloni nel manichino, ha riacceso le mie mai sopite velleità artistiche.
Torno ancora al tuo racconto, cara Irene, perchè, mentre rispondevo nell’altro contesto a @simonebulleri ci siamo permessi di considerare il fatto che la psiche vada stimolata prima e più del cervello. Lui diceva, benissimo, che tutto il resto è ‘idraulica’.
Io credo e lo vorrei ribadire che tu sia maestra in questo. Qualsiasi sia il genere che decidi di affrontare.
In questo specifico racconto, sei riuscita a tessere la trama prima nella testa della protagonista e, soprattutto, a farci entrare dentro li, nel suo mondo, a farci toccare il suo desiderio prima di tutto il resto.
Così si fa. Mi unisco alla sciaponata di Roberto.
L’inizio della storia già anticipava come sarebbe andata e che le convinzioni della protagonista si sarebbero ribaltate.
È un racconto pieno di sensualità e l’ambientazione fatta di stoffe, spilli e manichini è originale e affascinante, una parte importante della storia.
Bravissima Irene!
Una prima parte più soft che annuncia una fase di cambiamento e una seconda parte più “spedita col turbo”, col piede sull’ acceleratore, senza cinture di sicurezza e senza freni. Esplode il lato omo di una donna etero che solitamente resta sommerso da inibizioni o attrazioni diverse.
Io le mani avanti le avevo messe: chi meglio di una donna può raccontarne il sentire? Ci sono sfumature che che non sarei mai riuscito a scoprire e poi c’è, potentissima, quella rivendicazione di potere su se stesse che la dice lunga su quanto vi abbiamo tenute recluse. Un’affermazione limpida, decisa che mi ricorda una vignetta degli anni ’70 (Mafalda di Quino): IO SONO MIA! Brava Irene, ottima narrazione, da Diva! 🌹🌹🌹
Cara Irene, non ti nascondo che sto adorando questa sorta di ‘tenzone’. Vediamo chi sarà il prossimo.
Il tuo racconto si muove con grande forza dentro un territorio di trasformazione identitaria e desiderio, usando un contesto apparentemente leggero come innesco per uno sconvolgimento molto più profondo.
All’inizio ho sentito come dominante una voce disillusa, quasi difensiva, che si muove tra ironia e rassegnazione. Anche la relazione con “Lui”, fatta di assenze e spunte blu, costruisce un vuoto emotivo che prepara il terreno a un bisogno più radicale di contatto e presenza.
La svolta avviene dentro la performance artistica. Ho adorato l’idea dei manichini, gli aghi, il corpo “neutro” che diventano una prima metafora di annullamento e proiezione. Ma è soprattutto l’incontro con Alida a rompere la superficie del discorso. Il desiderio si sposta, si confonde, perde i suoi confini abituali e diventa qualcosa di fisico, immediato, quasi istintivo.
Mi colpisce la progressiva dissoluzione delle categorie: uomo/donna, attrazione/desiderio, identità sessuale non vengono più raccontate come definizioni, ma come esperienza fluida, che si scopre mentre accade.
Il tuo linguaggio si fa più corporeo, più urgente, fino a perdere ogni distanza tra pensiero e impulso.
Lo stile è diretto, esplicito, molto incarnato e hai saputo benissimo alternare un registro quotidiano e improvvise accelerazioni sensoriali, costruendo una spirale che porta dalla riflessione iniziale a una forma di autoaffermazione totale.
Il tuo non è solo un racconto di scoperta sessuale, ma di potere inteso come possibilità di non essere più definita da un solo ruolo o desiderio.
La chiusura, pazzesca, quasi un inno, uno slogan che sintetizza perfettamente questa traiettoria, non è più soltanto una conclusione narrativa, ma una dichiarazione di esistenza piena, che nasce proprio dallo scardinamento dei limiti iniziali.
Un inchino 🙂