Ornella – A
Serie: La carezza della cometa
- Episodio 1: Stefano
- Episodio 2: Ornella – A
- Episodio 3: Ornella – B
STAGIONE 1
Quando nel negozio clienti e colleghi cominciarono a cadere a terra Ornella sentì un’onda di terrore scendere dal cervello alle gambe. Rimase paralizzata, incapace di qualsiasi movimento: pensò al gas, a un attentato terrorista e non si capacitava di essere, lei, ancora viva. Provò, tremante, a soccorrere la sua collega ma gli occhi spalancati e l’assoluta inerzia la convinsero che era morta. Fuggì dal negozio. Fuori la scena cambiava poco: nessuno era in piedi, nessuno chiamava, nessun lamento nell’aria, solo corpi inanimati sparsi alla rinfusa ovunque. Le venne da piangere e da urlare e non sapeva cosa fare e dove andare. Cercò il cellulare per chiamare casa ma nella fuga se ne era dimenticata ed era rimasto alla cassa. Tornò sui suoi passi per recuperarlo e poi chiamò e chiamò e ancora riprovò ma nessuno rispondeva. Le tempie battevano forte e l’ansia le ostruiva la gola. Si impose di respirare piano e a fondo per recuperare un po’ di lucidità. Doveva calmarsi, sarebbero arrivati i soccorsi e qualcuno si sarebbe occupato anche di lei. L’avrebbero portata in ospedale o in qualche centro di raccolta dove sarebbe stata assistita e rassicurata. Stette col fiato sospeso cercando attentamente qualche suono di sirena, qualche indizio, sonoro o visivo, che non la facesse sentire così disperatamente sola ma nessun suono arrivava alle sue orecchie, nessun movimento ai suoi occhi.
Pensò di tornarsene nell’unico posto che poteva in qualche modo darle sicurezza: casa sua. L’appartamento piccolo e confortevole era in periferia, camminando ci avrebbe messo più di un’ora. Vista una bicicletta a terra non si fece problemi a rimetterla in piedi e a pedalare veloce verso casa. Ci arrivò in 20 minuti, sudata e col fiatone, si chiuse la porta alle spalle e fece fare due giri alla chiave quasi a voler riaffermare la sicurezza del suo nido. Accese speranzosa il televisore ma, a parte qualche televendita ovviamente registrata, nessun programma nazionale dava segnali di trasmissioni in diretta, alcuni mostravano il solo logo, altri un eloquente grigio. Provò ancora a chiamare suo padre e qualche sua amica ma stavolta non si stupì delle mancate risposte. Provò per scrupolo anche il 112 ma senza alcun risultato. Riprese a piangere nascondendo la testa sotto un cuscino quasi a chiamarsi fuori da questa storia assurda e incomprensibile. Non aveva chiaro come comportarsi, cosa fare. Solo una dolorosa confusione in testa. Non riusciva a capire, non c’era senso in tutto ciò. Si alzò e accese il portatile ma anche il suo Facebook, come Instagram sull’Iphone, non dava nuovi messaggi e la desolazione fu totale. Un lampo nella mente le suggerì di salire a casa di papà distante più o meno 60 km, lì almeno conosceva perfettamente la città e i dintorni e avrebbe saputo muoversi meglio, organizzarsi. Il pensiero che contemplava il futuro un po’ la stimolò e si diede da fare: mise una pentola d’acqua a bollire e nell’attesa si fece una doccia caldissima che la calmò e la aiutò a ricucire una logica mentale che si era persa. Mangiò la pasta all’olio pensando al da farsi: non avendo né patente né automobile aveva già deciso che avrebbe usato la bicicletta e questo comportava almeno 5 ore in sella, se tutto filava liscio. Erano quasi le 14 avrebbe raggiunto casa del padre nel tardo pomeriggio. Il pensiero di trovare papà morto la intristì e cercò di liberarsene cominciando a preparare le cose che doveva portarsi. Prese mezzo pacchetto di biscotti, la frutta che aveva e una bottiglietta d’acqua e li mise nello zainetto. Si chiuse la porta alle spalle, indugiò sulla maniglia lasciando che i suoi occhi si riempissero di lacrime poi uscì, salì sulla bicicletta e partì.
Non era una gran ciclista e non aveva ragionato sulla scelta del mezzo così dopo pochi chilometri si rese conto che se poteva andare bene in città era assolutamente inadeguato per tragitti lunghi: pesante, scomodo e faticoso da guidare, senza rapporti leggeri a rendere meno impegnative le salite che, anche se brevi, aveva dovuto affrontare. Si arrabbiò con se stessa per l’incompetenza ma decise comunque che la bici andava cambiata così come il suo abbigliamento da gita in campagna. Entrò nel piazzale di un centro commerciale evitando di guardare i corpi che giacevano sull’asfalto pensando che dentro sarebbe stato anche peggio. Sarebbe stata veloce nel raccogliere quel poco di abbigliamento sportivo che le era necessario, soprattutto necessitava di braghette da ciclista con imbottitura per evitare quel fastidio che già sentiva al fondo schiena e una tuta comoda e calda. Il negozio che cercava era fortunatamente appena oltre l’ingresso, almeno si sarebbe risparmiata la vista di altro orrore. Trovò ciò che le serviva e non perse tempo a provarlo, si fidò delle etichette. Infilò nello zainetto pantaloncini e tuta. Trasalì sentendo un rumore metallico, stette ferma ed attenta per qualche minuto ma non sentì altro. Nel reparto montagna trovò uno zaino più capiente e delle scarpette che le sembravano più adatte di quelle leggere che indossava. Infilò tutto nel sacco più grande. Si guardò attorno ma non vide biciclette e si rassegnò a continuare con quella con cui era arrivata. All’esterno, 50 metri a destra dell’ingresso, c’era una rastrelliera con delle biciclette. Ci andò speranzosa e in effetti un paio erano senza dubbio molto migliori della sua ma erano tutte dotate di catena antifurto. Ebbe ancora voglia di piangere. Si ricordò del “Brico Center” proprio davanti al negozio di articoli sportivi. Lì avrebbe trovato sicuramente un seghetto o una tenaglia per liberare la ruota. Posò lo zaino e tornò dentro. Poco dopo munita di un seghetto e una grossa cesoia per metallo in pochi minuti liberò la bici che aveva scelto. Le sfuggì un mezzo sorriso e quasi se ne vergognò ma era comunque la prima cosa positiva che le era riuscita nelle ultime ore. Si caricò lo zaino sulle spalle e provò a issarsi sulla sella che era però troppo alta. La regolò sulla posizione che le sembrava più comoda, provò a fare qualche pedalata e constatò che era veramente un’altra cosa! Per tentativi prese confidenza con il cambio variando i vari rapporti fino a capirne l’elementare funzionamento. Riprese il suo viaggio, erano le 16 passate da poco e lei era solo qualche chilometro fuori città.
Pedalando la sua mente era in tumulto. Le immagini si rincorrevano con crudeltà ed erano tutte molto dolorose. Cercò di staccarsene pensando al tragitto e vedendo indicazioni per l’autostrada le sembrò ovvio optare per il percorso più breve e meno impegnativo. Fece attenzione alla segnaletica stradale e finalmente trovò un cartello che segnalava il casello di ingresso. Lasciò la statale e imboccò l’ A22. Ci vollero solo poche centinaia di metri per capire che non sarebbe stato facile come aveva pensato: la sede stradale era quasi interamente occupata da mezzi pesanti, molti fermi in una fila quasi ordinata ma molti altri erano rovesciati occupando gran parte della sede stradale. Era perplessa ma continuò facendo slalom fra gli automezzi. Ogni tanto la strada era libera per qualche chilometro poi il groviglio ricominciava ma fino a quel punto le era riuscito di passare senza dover scendere dalla bici. Continuò così per quasi due ore ma giunta a metà della discesa dopo Affi si dovette fermare davanti a una montagna di autotreni che occupavano entrambe le direzioni di marcia. Cercò un varco che le permettesse di passare ma non c’era modo e allora si sedette su una gomma e gridò tutta la sua rabbia. Poi respirò con calma tolse una mela dallo zaino e la addentò, calmando la sete e la paura.
Valutò il mondo fuori dall’autostrada: sulla sinistra il monte precludeva qualsiasi possibilità di uscita mentre sulla destra era campagna fino all’Adige che scorreva silenzioso a poche centinaia di metri. Oltrepassando la rete di protezione e attraversando le vigne fino al fiume probabilmente avrebbe trovato una stradina di campagna che le avrebbe permesso di raggiungere la via principale. Ricordò di aver visto, poche centinaia di metri prima, un’automobile che uscendo di strada aveva abbattuto la recinzione. Tornò indietro e in quel punto lasciò l’autostrada con facilità.
Serie: La carezza della cometa
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- Episodio 2: Ornella – A
- Episodio 3: Ornella – B
Ciao Giuseppe! L’immagine dell’autostrada bloccata dai veicoli delle vittime di questa calamità misteriosa è molto potente👏🏻
Cosa è accaduto sembra chiaro fin dal titolo e gli indizi che hai lasciato ci permettono una precisa collocazione territoriale. Non male questi due primi episodi… Vado a vedere il resto 😉
Grazie Francesco! Ti auguro di trovare gradevole anche il seguito 😉 almeno non sarebbe una perdita di tempo. A presto!
hai un modo di scrivere che permette di “vedere” molto distintamente ciò che racconti. L’esattezza e la sobrietà stilistica, quando riescono ad essere efficaci come in questo racconto, sono grandi virtù, a mio avviso. Leggerò con piacere le altre puntate.
Grazie Francesca, spero di non annoiare nel tempo e mantenere viva la storia. A presto!
La scelta di raccontare lo stesso avvenimento da differenti punti di vista mantiene viva la fiamma della curiosità. Al prossimo episodio allora.
Spero di non annoiare! La presentazione dei vari personaggi ha momenti ripetitivi che ho provato a rendere comunque interessanti. Ho sempre scritto raccontini brevi, in dialetto, e questo narrare articolato mi impegna molto. Suggerimenti e critiche saranno accettati con piacere. A presto
Ciao ❣️ ❣️ ❣️
Sento che questa storia potrebbe farmi entrare nel loop di lettura del voglio sapere cosa c’è dopo.
Bellissima idea davvero ❣️
Io ci spero di mantenera alta la tua curiosità, vorrà dire che il progetto è valido. Comunque ho materiale scritto per almeno 2 stagioni e non credo di essere arrivato ancora alla metà dello sviluppo della storia. Se hai correzioni da suggerire o noti qualche difetto fastidioso nel mio scrivere dimmelo pure perché il mio intento è migliorare ed ogni aiuto non potrà che farmi piacere! Grazie!!!