Ornella – B

Serie: La carezza della cometa


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Ornella torna nella città dove era cresciuta e dove ancora viveva il padre

Trovò una stradina sterrata che portava verso il fiume, la percorse ed arrivò ad una via asfaltata sull’argine. La segnaletica orizzontale le suggerì che era una pista ciclabile e dopo un po’, trovando cartelli di indicazione chilometrica, ne ebbe la conferma. Era circa a metà strada ed erano quasi le 18. Ebbe il timore di non arrivare prima che facesse buio e cominciava anche a sentire la stanchezza. Giunta ad una piazzola con tavolo e panca, si fermò per riposare un attimo mangiando una mela. Aveva poco cibo e stava esaurendo l’acqua. Era ormai convinta che non sarebbe arrivata prima che facesse buio quindi la cosa migliore era trovarsi un posto dove rifornirsi e passare la notte. Salì in sella e riprese a pedalare. Passò accanto a un paio di paesi ma senza fermarsi. In pochi chilometri sarebbe arrivata ad Avio dove contava di trovare un negozio di alimentari. Si sentiva spossata: non era certamente un’atleta e non credeva di aver fatto mai tanta fatica da quando, adolescente, il nonno l’aveva fatta camminare fino alla cima dello Stivo. I polpacci e le cosce le dolevano ma era sorpresa dalla resistenza che mostrava e che non pensava di avere. Papà la prendeva in giro: “Sei una ragazza da aperitivi e discoteca, una bambolina che ha paura di rovinarsi le unghie”, diceva per canzonarla, sorridendo compiaciuto e sempre innamorato di sua figlia. Si rattristò nel pensarlo. Le mancate risposte alle sue chiamate non le lasciavano dubbi: papà, come tutti, era morto ed ora era completamente sola! Quel pensiero la indusse a cercare il telefonino per alimentare un’assurda illusione. Lo trovò e lo accese. Si diede della stupida per non averlo messo in carica, segnava l’8 per cento e a breve anche quell’esile filo che la legava al passato l’avrebbe abbandonata. Si alzò di scatto per evitare il pianto. “Andiamo a fare la spesa, se ancora c’è energia elettrica lo ricaricherò!” si disse avviandosi verso il centro di Avio. Sentì un suono strano, pensò alla mancanza di qualsiasi rumore delle ultime ore e realizzò che non ci aveva badato. Niente traffico, nessun cinguettio di uccelli, nessun segno di attività umana. Ma questo era un lamento sottile, un leggero e acuto guaito e proveniva da un porticato alla sua destra. Si avvicinò curiosa, quasi ansiosa. Poco oltre il portone d’accesso, nel cortile interno c’era una grande casetta per cani e il lamento usciva da lì. Si chinò per vedere l’interno utilizzando la poca carica del telefonino per illuminare un corpo immobile e alcuni batuffoli scuri: una mamma con i suoi piccoli, uno solo dei quali si muoveva cercando il nutrimento che ormai non poteva più avere. Lo raccolse e lo accarezzò con dolcezza, la commozione le strozzò la gola. Era il primo essere vivente che vedeva dalla mattina, un barlume di speranza nel buio più cupo. Occuparsi del cucciolo l’aveva però distratta e cominciava ad esser tardi. Ancora non aveva cercato cibo ne ricaricato il cellulare e, cosa ancora più importante, trovato un posto per passare la notte ormai troppo vicina per pensare di continuare il viaggio. Nella piazza in centro al paese vide il negozio di alimentari. Entrò e fu felice nel constatare che ancora c’era energia elettrica. Evitò di guardare i corpi stesi a terra e mise in carica l’Iphone in una presa alla cassa poi cercò il cibo per se e per Charlie. Aveva deciso quel nome per il cucciolo ricordando un cartone animato che aveva visto decine di volte da bambina.

Mangiò un panino con prosciutto crudo, delle cipolline sott’aceto e una banana. Charlie leccava la vaschetta di cibo umido con fatica così glielo schiacciò riducendolo quasi in poltiglia e le sembrò che il cucciolo gradisse. Prese dell’acqua per lei e ne riempì una ciotola che mise a terra vicino al musetto di Charlie che bevve avidamente. Finito di mangiare cercò uno scatolone e nel reparto casalinghi trovò degli strofinacci abbastanza morbidi con i quali confezionò una cuccia dove sistemò con cura il batuffolo nero. Le sembrava un labrador ma non ne aveva la certezza. Nella serratura interna della porta del negozio c’erano le chiavi. Chiuse pensando che era probabile ci fosse un altro ingresso di servizio o che il titolare vivesse al piano superiore. Aprì la porta sul fondo del locale e si trovò su un pianerottolo con delle scale che a destra scendevano verso qualche cantina o magazzino e a sinistra salivano. Salì un po’ timorosa e arrivò alla porta di un appartamento. Il gestore del negozio doveva essere single, non c’era proprio sporco ma regnava un certo disordine: vestiti buttati sulle sedie, bicchieri vuoti e posacenere pieni in giro e un discreto numero di stoviglie da lavare nel lavandino. Ma non era il caso di fare la schizzinosa, la cosa importante e confortante era che almeno lì non c’era nessun morto da spostare: avrebbe trascorso la notte lì sperando di riuscire a prender sonno.

Trovò la camera, stranamente in ordine, il letto intatto le fece pensare che chi occupava la casa dormisse altrove da un bel po’. Cercò delle coperte scegliendo di non infilarsi sotto lenzuola non sue. Erano le 8 e mezza ed era stanca. Scese a prendere la cuccia con Charlie e la sistemò vicino al letto. Senza spogliarsi, si sdraiò coprendosi con una coperta leggera. A differenza della sera prima e nonostante la giornata faticosa il sonno tardava a venire. I pensieri su ciò che era successo e su quello che ancora poteva accadere ravvivarono le paure che l’attenzione nel procedere e la presenza del cucciolo avevano tenuto in disparte. Trovare Charlie le aveva dato la certezza che non era sola, che altri, come loro, erano certamente sopravvissuti e che, passato lo sgomento, una vita fosse ancora possibile. Già, ma quale vita? Pensò al suo passato, alla mamma che faceva fatica a ricordare, al papà che aveva avuto sempre accanto, alle amiche di studi, agli amici… anche a Claudio. Momenti felici e momenti tristi le provocarono commozione… poi, finalmente, si addormentò.

Al risveglio ebbe subito chiaro che non avrebbe potuto portare Charlie in bicicletta. Avrebbe cercato un’automobile, sapeva guidare! Il fatto di non avere la patente era una ripicca infantile: dopo aver passato in scioltezza la teoria era stata bocciata in guida per essere passata, di striscio, sulla riga di uno stop. L’umore nero della funzionaria preposta all’esame l’aveva condannata e a nulla era servita la solidarietà convinta del suo istruttore. Furiosa per il torto che riteneva di aver subito aveva deciso che non ci avrebbe riprovato! Ma sapeva guidare, papà le aveva insegnato tutto con pazienza e la sera prima dell’esame si era fatto portare ad Ala, 32 km di notte e sotto la pioggia! Ricordava le sue parole: “Se me ne sto qui tranquillo vuol dire che guidi bene”. Ed era vero: lei guidava bene! Doveva trovare un mezzo, non sarebbe stato difficile. Prima di uscire fece colazione, si accontentò di ciò che c’era in casa evitando di dover vedere cadaveri la mattina presto. Un caffè e qualche biscotto un po’ stantio le furono sufficienti. Anche Charlie si accontentò di poco. Rimise a posto ciò che aveva usato, si guardò attorno cercando qualcosa che le sarebbe stato utile: da un cassetto in cucina prelevò un cucchiaio, una forchetta e un coltellino svizzero, quello classico con cavatappi e apriscatole. Infilò tutto nella borsa del cibo riempita la sera prima in negozio, si caricò lo zaino sulle spalle, prese la scatola con Charlie, ringraziò mentalmente il padrone di casa, chiuse la porta ed uscì. Sul pianerottolo c’era un’uscita che dava sul cortile interno. Lì sotto una pergola c’era una Panda, per lei e il cucciolo andava più che bene.

Era a una ventina di km da Rovereto, se tutto andava bene alle 10 ci sarebbe arrivata. Charlie cominciò a piagnucolare poco dopo la partenza. Pensando patisse per la macchina cercò di distrarlo cantando una canzoncina ma in breve tempo cominciò a preoccuparsi: non smetteva e sembrava apatico e sofferente. Si fermò e provò a coccolarlo e a farlo giocare ma proprio non reagiva. Pensò di aver fatto una cavolata a nutrirlo con cibo per cani adulti, che era troppo piccolo. Come aveva fatto a non pensare di dargli del latte? “Che stupida! Devo trovare una farmacia, cercare un biberon, prendere del latte, scaldarlo, zuccherarlo un po’ e vedere se si riprende. Dai Charlie vedrai che ce la facciamo, non lasciarmi sola!” Riprese a guidare, sapeva benissimo dove trovare una farmacia a Rovereto. Aumentò la velocità e in breve raggiunse la città. Parcheggiò davanti alla croce verde che cercava, uscì di corsa dalla macchina e nel momento stesso in cui metteva la mano sulla maniglia sentì una voce: “Ehi ragazza!”

ATTENZIONE: quest’opera è stata scelta dalla redazione di Edizioni Open per intraprendere il percorso della pubblicazione e diventare un libro cartaceo. Segui i progressi di “La carezza della cometa” all’interno del nostro Incubatore Letterario.

Serie: La carezza della cometa


Avete messo Mi Piace7 apprezzamentiPubblicato in Sci-Fi

Discussioni

  1. Ciao Giuseppe! Ornella è una donna con gli attributi😄 Fare tutti quei chilometri in bicicletta, camminare fra cadaveri, vivere col timore di essere rimasta l’ultimo essere vivente sulla terra… Inoltre si intravede tutto uno scenario post-apocalittico fatto di legge del più forte, saccheggi, malattie e orrori dati dal crollo di una società “civile”. E poi, sinceramente, per me l’idea più terrificante è che in pochi giorni tutte le città del racconto diventeranno giganteschi luoghi di putrefazione 😱

  2. Sinceramente, sono contenta di non aver avuto modo di leggere la tua serie fino a questo momento: io Amo le maratone. Su Netflix e affini, dopo aver dato uno sguardo al primo episodio, aspetto che la stagione sia conclusa prima di passare all’attacco. Tenendo come paragone Stefano, il Background di Ornella è altrettanto bello: non vedo l’ora di conoscere gli altri compagni

  3. Caspita Giuseppe, una fuga con i fiocchi. Degna della migliore sceneggiatura. Ci sono veramente tutti gli elementi per tenerci incollati e si sente il vuoto attorno, il dubbio e la paura. Io amo la filmografia di genere e leggendoti, mi ritrovo soddisfatta appieno. Molto bello

  4. molto ricco di dettagli che però non annoiano mai e, anzi, arricchiscono il racconto.
    E non credo che questa Ornella sia poi così preoccupata per le sue unghie. Per lo meno, sta imparando a non esserlo.

  5. Ottima idea quella di inserire un cucciolo, ha aumentato l’empatia che provo nei confronti di Ornella, brava ragazza che si prende cura di Charlie. Però… non dategli roba zuccherata, non so per gli altri animali ma per cani e gatti è veleno.
    Questa storia mi incuriosisce sempre di più.