Ostello Polifemo

L’imponente struttura emergeva nella notte come un gigante insonne. Nicole vi era giunta in tarda notte, dopo un viaggio travagliato. Era di ritorno a casa, ed il ritorno, cari Lettori, è sempre una fase delicata. Può significare la fine, l’inizio, o un intermezzo tra una fine ed un inizio, a seconda delle chiavi di interpretazione. Il fatto è, Signori Lettori, che Nicole tentava di tornare a casa da una decina d’anni. Erano in effetti intercorse alcune piccole deviazioni di un percorso che l’avevano condotta in un Altrove, nella vana speranza di separarsi per sempre dalla propria Ombra, la quale tuttavia persisteva cocciuta a comportarsi come un’Ombra e a seguirla ovunque. E poi possiamo dirlo: Nicole era una ragazza curiosa e sulla faccenda del vivere voleva fare esperienza. L’Ostello Polifemo sembrava una soluzione perfetta per una sosta notturna ed aveva ottime referenze sui siti di rating: “Igiene e pulizia ottime”, “eccellente il piatto della casa: lo stufato di pecora”, ”hanno sempre un occhio di riguardo per la privacy” scrivevano alcuni commentatori.

La struttura era effettivamente enorme per un banale ostello, sovrastata da un occhio stilizzato illuminato da una luce rossa al neon, con intermittenza irregolare. Qualche problema di elettricità, pensò Nicole. La facciata era composta da larghe vetrate rosse, blu, gialle e bianche che ricordavano certa arte neoplastica di Mondrian. L’intero edificio era inoltre suddiviso tridimensionalmente in forme cubiche disposte in modo apparentemente disorganizzato, diretta conseguenza del viaggio lisergico di un architetto veneziano che si stuzzicava con metamfetamine e viveva stabilmente nell’Isola di Eos, in Grecia, dove si era ritirato ed aveva aperto un Bed and Breakfast quotatissimo tra gli amanti del sadomaso.

Nicole entrò stancamente nella Hall, lasciando cadere a terra il suo zaino da viaggio e augurandosi che i 15 Kg di peso potessero abbattersi sulla testa della sua stramaledetta Ombra. Alla Reception venne ricevuta da un tizio baffuto, vestito con una giacca di velluto rosso a polsini ricamati; emanava un pungente odore di curry e, mentre parlava, sembrava non guardarla negli occhi, ma fissare un punto altrove.

Evidente strabismo divergente, pensò Nicole, che dovette peraltro concentrarsi per nascondere una sottile irritazione.

«Allora, per quanto riguarda le stanze ne abbiamo doppie, triple, quadruple, quintuple, o elevate alla n potenza, hihihi.»

Era la risata più simile al grugnito di un maiale che avesse mai sentito.

«La camerata da sei, quanto costa?» disse Nicole, che si sentiva sempre più stanca e assonnata.

« Il Prezzo da pagare è nulla al confronto al Piacere di ospitare una deliziosa creatura come Lei; ma se si riferisce al vile denaro sono 30 Euro. Piano 4, camera 465. Il bagno è in comune, in fondo al corridoio.»

«La prendo».

Salì al quarto piano. Il corridoio aveva pareti illuminate da lampade a muro postmoderne: una mano di plastica sembrava quasi voler farsi strada attraverso l’oscurità, mentre dita contorte fuoriuscivano dalla parete, stringendo una lampadina che emanava una luce debole. Nicole sospirò: la sua Ombra, ringalluzzita dal contrasto notturno, sembrava invincibile. Dopo essersi fatta una doccia calda, aprì adagio la porta della stanza e intravide due letti a castello: a quanto pare uno dei letti in alto non era occupato. Gli altri sembravano invece sormontati da figure umane raggomitolate il cui genere appariva indistinguibile al buio. Il loro respiro sembrava appena percepibile. Aprì il cellulare per attivare la sveglia mattutina, ma subito venne interrotta da una bisbiglio concitato proveniente dal letto sotto il suo:

«Per carità, spegni subito!»

Nicole si affacciò sul bordo del letto, gli occhi ancora non abituati all’oscurità:

«Chiedo scusa, non era mia intenzione svegliarti».

«Non si tratta di questo!» disse la voce in un bisbiglio lamentoso «Lui viene qui ogni notte, e ogni mattina una di noi è sparita!»

«Lui? Chi è lui?» Cominciava a sentirsi agitata.

«Silenzio! È qui!»

Le luci del corridoio iniziarono ad accendersi ad intermittenza, irregolarmente, solo in parte visibili dallo spioncino della porta chiusa. Nicole si girò di scatto verso la finestra: le vetrate rosse, blu, gialle si illuminavano a turno, come in un complicato dialogo tra colori. Il ronzio, sempre più forte, faceva pensare ad un contatto elettrico, ad un’interferenza del circuito. Poi fu la volta delle lampade della stanza. Vide le sue compagne, raggomitolate in posizione fetale, con gli occhi spalancati dal terrore, mentre il ronzio era sempre più vicino. Le porte si spalancarono come aperte dalla mano invisibile di una creatura sospesa a mezz’aria, vagamente somigliante ad una medusa, i cui tentacoli erano fili elettrici esageratamente lunghi rispetto alla testa, che andavano a strisciare sul pavimento. Nicole rimase bloccata, la bocca spalancata, gli occhi incavati, infossati, neri per le pupille completamente dilatate. La creatura avanzò verso il letto sottostante al suo. Il ronzio si fece assordante, poi venne la Luce, tanto bianca da costringerla a coprirsi gli occhi. Sentì un urlo disumano squarciarle il petto e infine, il silenzio. La bestia era sparita.

«Forse è finita, per stasera» disse un’altra voce proveniente dal letto accanto pochi minuti dopo: una ragazza poco più che ventenne che rispondeva al nome di Chiara.

«Ma che diavolo è quel coso? che cosa le ha fatto?» urlò Nicole, che sentiva ancora nelle orecchie quel maledetto ronzio.

«Puoi guardare tu stessa.»

Nicole si sporse dal letto e rabbrividì: al posto della ragazza c’era un cumulo di cenere che andava in parte a ricadere sul pavimento.

«Scappare da qui è impossibile. Le porte sono assicurate da un sistema di chiusura elettrico e quel dannato mostro sembra controllare tutto l’impianto di questo posto maledetto. Io sono qui da una settimana, le altre da tre giorni. So che ho poche speranze, la prossima sarò io» disse Chiara. Sembrava rassegnata, quasi indifferente.

«No, non succederà, non diventeremo un cumulo di cenere, non è così che deve finire. Io Devo tornare a casa» rispose Nicole. L’orrore ora lasciava spazio alla risolutezza. Aveva l’impressione che la sua ombra fosse più grande ora, più fiera. 

«Ho un’idea, fidatevi di me, seguitemi! Se quel mostro è elettrico avrà pane per i suoi denti. Non appena inizia il ronzio salite tutte sulle sedie di legno.»

Detto questo andò in bagno. Ritornò dopo pochi minuti insolitamente tranquilla e si sedette a bordo letto. Le ragazze, ormai rassegnate, pensarono che non aveva tutte le rotelline a posto, ma in fondo non c’era molto altro da fare se non seguire una pazza. Sarebbero morte comunque, pensavano. E alcune di loro speravano che accadesse il più rapidamente possibile. Spiegarono a Nicole quanto fossero stati vani i tentativi di contattare le forze dell’Ordine e i loro cari: non avevano trovato un solo posto in tutto l’Hotel dove i cellulari avessero campo. Per di più i fedeli servitori del mostro, più simili a dei maiali che a degli esseri umani, presidiavano le facciate dell’ostello per impedire a qualche disperata di tentare la fuga calandosi dalle ampie vetrate. Mentre discutevano avvertirono di nuovo, dapprima impercettibile poi sempre più distinto, il ronzio. Il mostro aveva ancora fame di impulsi elettrici di cervelli giovani e appetitosi. Le luci ripresero la loro danza macabra. Le ragazze si posero subito in piedi sulle sedie di legno, gli occhi rivolti verso il muro. «Attente! Non toccate mai terra con i piedi! Per nessun motivo!» la voce di Nicole giungeva ferma, perentoria . La sua Ombra si ergeva ora drammaticamente tremolante ma non per questo meno imponente. La porta si spalancò introducendo la creatura tornata per un altro spuntino. 

«Ehi mostro, sono qui.» 

«Zzz…Come osi…sfidare…zzz il lato oscuro...zzz La finale di Champions League allo Stadio Wembley zzz…L’Italia è il paese che amo..zzz…tu piccola nullita’, una perfetta signorinella nessuno osi sfidare me, il Signore della Luce»

«Ehi sottospecie di medusa, guarda un po’ dov’è la tua coda!»

Fu un’esplosione di luce spettacolare. L’acqua della vasca, opportunamente tappata da Nicole, era strabordata fino alla stanza dove aveva agito da conduttore, fulminando il mostro , che era pur sempre fatto di materia organica, e l’intero sistema elettrico dell’edificio. 

«Chi, chi mi ha fatto questo?» urlò, in un lamento agonizzante il Gigante ferito.

«La Signorinella Nessuno ti ha ucciso, buon viaggio all’Inferno!»

Al termine di tutto, dopo aver scavalcato i cadaveri dei servi del Signore della Luce, parassiti senza ormai più padrone, e Nicole, Chiara e le altre ragazze, uscirono dall’Ostello. Erano insieme ed erano vive. Era giunto il momento di tornare a casa.

 

 

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Discussioni

  1. Scrivi proprio bene, soprattutto per come hai fatto nella parte iniziale. Non sono sicuro di aver capito il riferimento alla finale di Champions League ecc da parte del mostro, ma tant’è 😅

    1. Ciao Gabriele grazie! La mia idea era di rendere il mostro elettrico connesso con onde radio e televisive , quindi il riferimento alla Champion’s ecc sarebbe un’interferenza , mi sembrava un buon stratagemma per contenere il tono drammatico essendo l’inizio del racconto appunto più leggero

  2. Caspita, Zelda. Complimenti. Un’idea veramente originale e un brano di alto livello grazie alla suspense disseminata qua e la e alla scrittura notevole. Non so bene perché, ma me lo sono immaginata come se dovesse avere un prima e un dopo…

  3. Bello! La tensione che sale, gradualmente; la curiosita` che cresce e infine la sconfitta del mostro, da parte di una ragazza che non si lascia sopraffare dalle paure. Wow!! Mi piace.

  4. Molto ben scritto, davvero un ottimo spunto.
    Non capisco perché le vittime siano solo femminili ed è l’unico motivo per cui non posso elevare il complimento a livello di “Hotel California”, brano universale soprattutto nel concetto, con cui rilevo qualche affinità.

    1. Ciao! Grazie davvero per averlo letto e apprezzato, mi fa tanto piacere. Sul genere dei personaggi devo dire che non ci ho davvero pensato, o meglio, l’idea di partenza era declinare al femminile una Odissea 2.0 , quindi di rimando anche i personaggi minori li ho concepiti di genere femminile. Grazie per l’accostamento con Hotel California!

  5. Da bambino mi capitava di fare dei brutti sogni. Inizialmente mi svegliavo disperato, stavo male. Poi, col tempo, ho imparato che nei nostri sogni comandiamo noi. Così, quando precipitavo, spiccavo il volo, e quando un mostro mi aggrediva, io trovavo il modo di vincerlo.
    Questo tuo racconto ha per me lo stesso sapore, quello di un orribile incubo piegato al volere di un bambino che vuole smettere di avere paura. Una sensazione bellissima.
    Bello, ben scritto e piacevole.
    Forse, se posso permettermi, la violazione della quarta parete non è coerente con il genere. Ma è solo una mia opinione ed è un dettaglio.

    1. grazie Giancarlo, mi fa piacere che ti abbia rimandato alla sconfitta di paure radicate nell’inconscio, speravo proprio che suscitasse questo tipo di emozione. Anche per quanto riguarda l’Ombra, l’ho intesa in senso Junghiano come quella parte oscura di noi, inaccettabile, che tendiamo a rifiutare, e solamente accettandola come parte di sè possiamo sconfiggere i nostri mostri