
Oswald Graves
Serie: Colui che non è morto
- Episodio 1: Colui che non è morto
- Episodio 2: Oswald Graves
- Episodio 3: Malice
- Episodio 4: Thomas Willford
- Episodio 5: Dylan
- Episodio 6: Arthur
- Episodio 7: William
- Episodio 8: La famiglia Hill
STAGIONE 1
Era sopra di me.
Spalancai gli occhi. Non riuscivo a respirare. Annaspavo. Mi sforzavo di riempire i polmoni, bramosi d’aria, e li sentivo bruciare. La pressione negli occhi si fece più intensa: un alone scuro apparve alle estremità del campo visivo e, lentamente, si allargava. Si stendeva, inesorabile, come una macchia d’olio nero. Il cuore batteva più forte, sempre più affannosamente. Provai a portarmi le mani alla gola: dovevo respirare. Dovevo vivere.
E fu allora che l’immobilità delle mie membra giunse a svelarmi la verità: ero paralizzato, prigioniero del mio stesso corpo. Incapace di sottrarmi alla crudeltà dell’inevitabile, vedevo la bianca fiamma dell’anima scivolare via dal mio essere. E, in quegli ultimi rantoli di ostinazione alla vita, lo vidi. Vidi quell’oscura ombra su di me, accovacciata sul mio corpo. I suoi artigli, possenti come tenaglie, avvinghiati attorno al mio collo in una morsa inestricabile. E vidi il suo sorriso. Quella bestia demoniaca mi uccideva e sorrideva, crogiolandosi nel mio terrore, nutrendosi del mio soffio vitale.
Con quell’ultima, terribile immagine, le palpebre presero a calare, chiudendo, infine, il sipario sulla mia esistenza.
Svenni.
Poi, inspiegabilmente, cominciai a tossire. E, nel farlo, il petto si gonfiava come una cornamusa. Tossivo così forte che, per un attimo, credetti avrei rigettato i polmoni stessi. Mi voltai di lato, spalancando la bocca e ingurgitando quanta più aria possibile. Rimasi lì, a contemplare una vita che non avrebbe dovuto più esistere. E realizzai di avere nuovamente il controllo del mio corpo.
Scostai, dunque, le coperte e mi misi a sedere sul bordo del letto, reggendo la testa fra le mani. Come avvertendo solleticarmi la schiena, mi voltai: l’oscurità della camera mi abbracciava nella sua solitudine. Un sogno. Sì, ecco cosa doveva esser stato: un dannato incubo, dilettatosi a rovistare fra le mie paure e i timori più reconditi del mio animo. Questo è ciò che pensai. Questo è ciò a cui volli credere.
Barcollando, mi alzai. Le gambe quasi non ressero il peso del mio stesso corpo e così mi ci volle qualche istante, prima di assicurarmi di non crollare a terra. Mi trascinai in bagno: accesi la luce e feci uscire l’acqua dal rubinetto. Era fredda. Dannatamente fredda. Emisi un gemito. Poi, sollevai lo sguardo nello specchio dinanzi a me: era lì. Quell’orrenda creatura si rifletteva nella mia immagine, mimando ogni mio movimento, ogni minima espressione del mio volto. Si prendeva gioco di me, mi derideva. Finché, si volse a fissarmi negli occhi. E sorrise.
Urlai di terrore e sobbalzai, scivolando all’indietro e battendo il capo contro il muro. Il tonfo sordo della caduta riecheggiò cupamente fra le pareti del bagno. Stordito dal colpo subìto, restai per un attimo lì, sul pavimento, massaggiandomi la nuca. Non era possibile. Non doveva esserlo!
Mille pensieri turbinarono nella mia mente. Mille possibili spiegazioni, razionali e irrazionali, che si fondevano e si schiudevano in un ribollire senza fine. Venivano a galla come bolle dal magma dell’inconscio e, poi, scoppiavano fragorosamente spargendo il loro rovente contenuto sul granitico terreno della ragione. Mi rannicchiai. Un perverso e insostenibile terrore mi incatenò il corpo e lo spirito. Pensai che, forse, facendomi più piccolo, appallottolandomi più che potevo in un angolo della stanza, non mi avrebbe trovato. Se ne sarebbe andato. Tremavo. Ero scosso da gelidi fremiti che mi percuotevano come una grancassa. Mi dondolavo in avanti e indietro, tenendo le gambe più vicino che potevo al corpo. Le stringevo con le braccia fino a percepire il dolore dei nervi e delle articolazioni, che si tendevano fin quasi a stracciarsi. Non so per quanto tempo rimasi su quel pavimento, addossato al muro con lo sguardo perso nel vuoto.
Ciò che ricordo, tuttavia, è il sogghignare di quella terribile voce, che si diluiva nel silenzio della stanza. Mi osservava. Quel demone mi osservava e se ne compiaceva. Capii che dovevo fuggire. Mi tirai su e, senza nemmeno preoccuparmi di rivestirmi, mi fiondai fuori dalla camera da letto e mi precipitai giù per le scale. Il rumore dei piedi nudi sul legno del pavimento rimbombava come un tamburo scosso da una mano ferma e possente. Era lì. Era dietro di me. Lo avvertivo.
Giunto agli ultimi gradini, persi l’equilibrio e mi tuffai a terra. Il corpo mi doleva terribilmente: non v’era una sola parte che non reclamasse per il dolore. Urlai e mi contorsi tutto. Con le ultime forze, provai a rialzarmi, ma invano. E così mi ritrovai a riabbracciare il freddo del pavimento. E mentre, supino, restavo immobile a contemplare il soffitto, lo vidi scendere. Avanzava verso di me: passo dopo passo, scalino dopo scalino. Il suo etereo corpo era avvolto da un fumo di pece, come le stesse fiamme degli Inferi ardessero dentro di lui.
«No!» gridai.
E mi scuotevo, come a voler risvegliare il mio corpo ormai inerte. E mi pareva di essere in preda alle convulsioni, giacché non riuscivo più a tenere a bada i movimenti.
«No!» gridai nuovamente.
Il terrore nella mia voce cresceva ed egli se ne compiaceva. Lo distillava da ogni singolo frammento del mio corpo e lo assaporava, lentamente. Lo vidi sostare ai miei piedi: le oscure profondità che aveva al posto degli occhi scrutavano la mia anima, rovistando fra i miei ricordi. E i miei peccati. Sapeva cosa cercare. Sapeva dove cercare. Sapeva quale anfratto della mia coscienza spalancare per afferrare ciò a cui anelava. E lo trovò. Fu allora che si piegò su di me e avvicinò il suo oscuro volto di tenebra al mio. Sorrise.
Poi, i suoi artigli si serrarono nuovamente attorno al mio collo, come un cappio inestricabile. Già, dannazione. Un cappio. E mentre la vita mi veniva inesorabilmente risucchiata via, finalmente compresi. Quella mostruosa creatura aveva il suo volto. Il volto di William. E così come gli era stata derubata l’anima con un cappio strettogli attorno al collo, ora lui stava facendo lo stesso a me.
Annaspai. I polmoni bruciarono intensamente un’ultima, lunga e dolorosa volta. Poi, il cuore pulsò più lentamente. Un ultimo colpo. E i miei occhi fotografarono il sorriso di quella mostruosa creatura per un’ultima volta.
Serie: Colui che non è morto
- Episodio 1: Colui che non è morto
- Episodio 2: Oswald Graves
- Episodio 3: Malice
- Episodio 4: Thomas Willford
- Episodio 5: Dylan
- Episodio 6: Arthur
- Episodio 7: William
- Episodio 8: La famiglia Hill
Ciao Giuseppe. Scopro che sei tu nei commenti e ti taggo così arrivo più diretta @joe8Zeta7. Il tuo è un episodio scritto particolarmente bene e che mi ha sinceramente tolto il fiato. La presunta morte, il risveglio traumatico e poi quella corsa folle verso il niente, alla ricerca di una salvezza che non c’è. Il finale ti è riuscito alla grande. Quanta angoscia si respira. Molto bravo
Grazie mille, Cristiana, anche per avermi taggato, così ho potuto ricevere la notifica!
Molto ben scritto. Sei riuscito a mantenere il ritmo narrativo giusto operando scelte stilistiche e sintattiche che richiamano il primo episodio. Non è semplice per un autore riprendere l’idea e la linea narrativa di un altro autore, ma, come avevo sottolineato leggendo altri tuoi racconti, possiedi uno stile molto fluido e scorrevole che ti permette di inserirti facilmente all’interno di una storia e quasi mimetizzarti creando un piacevole effetto armonico. Ho molto apprezzato la forma che hai dato “allo spirito ombra” e il modo in cui ha interagito con il tuo personaggio. Forse a qualcuno potrà sembrare banale la presenza del “mostro” che ti inchioda al letto prima e ti insegue e terrorizza poi fino a rinchiuderti in un epilogo che non lascia spazio a nessun tipo di reazione, ma in realtà il genere horror ama molto questo tipo di figure malvagie “irreversibili” che non lasciano traccia di scampo. Valeva per i vecchi racconti e vale ancor più oggi per i nuovi, specialmente se si dà un’occhiata alla produzione orrorifica più recente sia in campo letterario che cinematografico. Io amo molto questo tipo di scene e di costruzioni narrative quindi ti faccio i miei complimenti per la bravura con cui sei riuscito a dar vita a questo “incontro-scontro”. Sei molto abile con la scrittura. Ben fatto.
Grazie infinite, Maschera!
Non posso che fare tesoro di questo meraviglioso commento.
Ben scritto. Mi è piaciuto molto. Lo stile in generale permane quello del racconto, dando un piacevole senso di coerenza ma con un’altrettanto piacevole percezione di individualità dell’autore.
Il racconto prosegue – vorrei ripetere piacevolmente, ma per un racconto horror sa di fasullo – inquietantemente bene. Seguo con interesse. Bravo, se accetti un complimento, e grazie per la condivisione.
Un bellissimo commento, Giancarlo. Ti ringrazio molto per le tue belle parole!
Scusami per il ritardo nella risposta, ma, purtroppo, le notifiche non vengono inviate all’autore del racconto, ma solo all’amministratore del gruppo, a meno non venga taggato nel commento.