PABLO

Aprile 2023

Pablo stava a letto, rannicchiato sotto le coperte anche con la testa. La camera era al buio quasi completo; l’aria pesante, calda e soffocante. Genya lo chiamò sottovoce, ma non ci fu nessun movimento. Allora sollevò delicatamente le coperte; lui si mosse appena, pareva un grande feto nella placenta di chissà quale pietosa madre.

La luce che entrava dal corridoio riempiva adesso la stanza di ombre, ma nessun rumore; tutto era immobile, fermo in un tempo non ben definito. Però erano le dieci di mattina di una giornata primaverile; la stagione stava cambiando, dopo un inverno comunque poco freddo. Sul comodino riuscivo a vedere una scatola di cartone, piena di medicinali; sulla piccola poltrona, alcuni asciugamani piegati e ordinati.

Pablo si girò, senza dire una parola; il respiro era pesante, come se stesse facendo un grande sforzo. Poi tornò nella posizione rannicchiata, con le gambe addosso al petto.

Lo saluto: “Ciao Pablo.” Come fosse niente. Mi guarda e mi risponde, ma la voce trema un poco, sembra gorgogliare dal fondo delle viscere. Ora pare ridestarsi, chiede alla moglie di aiutarlo a tirarsi su. Le gambe sono magre magre, le mani piene di macchie colore rosso scuro, gli occhi opachi come bottoni di plastica.

Riuscì a stare in piedi, con molta fatica. Genya lo prese tra le braccia, sostenendolo e portandolo fuori dalla camera. La luce adesso era impietosa, lo mostrava bene. Mi chiesi quanto fosse lontano l’uomo che conoscevo da cinquanta anni, mentre ansimava per arrivare al balcone. Fuori solo una sedia di plastica bianca e un posacenere per terra. Si accese una sottile sigaretta, guardando verso il niente, pensando probabilmente a niente. E come niente qualche piccola nuvola di fumo svanì nell’aria.

Il giorno seguente Genya mi chiese di stare con Pablo, mentre usciva per firmare alcuni documenti: non voleva che rimanesse da solo. Così il silenzio della casa divenne pesante, difficile. Entrai in camera: lui era immobile, soltanto dalla bocca usciva un timido rumore di respiro, lento, un poco soffocato.

Iniziai a parlargli, ma la mia voce era stonata, disturbava la quiete profonda di quella stanza. Oggi mi sarebbe piaciuto fargli tante domande, ricordare assieme tanto passato. Allora provai a comunicare con il pensiero, un fiume di ricordi; mi senti, Pablo?

“Quando arrivavi in borgo Venezia con il Mosquito per trovare la morosa, mani magari sporche di olio perché prima avevi smontato e rimontato il motore, e per andare al mare in Romagna volevi partire alle cinque di mattina, macchina scassata, tutto il viaggio a tenere fermo il tuo sedile con le mie ginocchia, e dopo sempre lunghe camminate in Lessinia non volevi fermarti mai caro Pablo e mai eri stanco, così in bicicletta fino a Zevio all’andata volevi stare davanti, al ritorno dopo la sigaretta andavi più piano però, e quante pizze mangiate assieme e quanti film al cinema perché era normale andarci, e adesso quello che volevo chiederti è: ma tutti questi ricordi sono ancora dentro di te oppure si stanno cancellando o magari si stanno spostando in un posto sicuro oltre la nostra fragile presenza e oltre il tempo? Forse lo sai, questo ti volevo chiedere.”

Un po’ mi veniva da piangere; il suo corpo rimaneva fermo sul materasso di gomma e aria. Le labbra erano appena dischiuse: dovevi soltanto respirare, non mi potevi rispondere.

Dopo una manciata di ore Pablo salì sull’ultima motocicletta, senza ruote né motore, e prese il volo. La stanza ora era piena di luce bianca e spietata. Il suo corpo giaceva lì, senza più difese, dopo l’ultimo respiro, dopo l’ultimo battito di esistenza. Finito il dolore della malattia si era liberato di ogni nodo. Sul letto rimaneva la scoglia ossuta, inutile e opaca. Soltanto il rimbombo del silenzio grave, l’impietoso addio alla vita sembrava un treno deragliato, un tronco squamato a sangue, per sempre.

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Discussioni

    1. Ti ringrazio, Roberto.. sei sempre gentile.. l’ho messo su carta per ‘liberarmene’ un poco.. era il mio migliore amico, e mi manca ogni giorno.. ho vissuto la sua morte con immenso dolore.

  1. Il ricordo di un amico in un racconto che sfiora temi delicati e dolorosi, dalla malattia alla morte, e al distacco irreparabile per chi resta. Una situazione di vita difficile da affrontare anche per chi si trova coinvolto in modo diretto, per un tempo breve che viene descritta con grande sensibilitâ. Pensieri e sentimenti autentici che non possono lasciare indifferente chi legge queste tue parole.

    1. grazie Maria Luisa.. ho usato spesso l’accorgimento di scrivere per ‘scaricare’ un pò il ricordo.. ovvio che certi dolori rimangono per sempre, altrimenti non saremmo uomini..

  2. “quello che volevo chiederti è: ma tutti questi ricordi sono ancora dentro di te oppure si stanno cancellando o magari si stanno spostando in un posto sicuro oltre la nostra fragile presenza e oltre il tempo? Forse lo sai, questo ti volevo chiedere.””
    Questa frase è molto toccante.

  3. C’è nei tuoi racconti una umanità che abbraccia il lettore e lo strige fino a togliere il fiato. Amanti, amici, figli, una galleria di cuori e dolore, di gioia che traspare, appena, appena. Le parole sono quasi ‘indossate’ più che come un vestito, come un velo che se te la senti, lo sposti. Bravissimo. Questo racconto è come fosse un regalo.

    1. Cara Cristiana, come sempre centri il bersaglio.. scrivere di amore, dolore e morte mi aiuta a capirli meglio, e non farmi travolgere da quel treno a carbone che è la Vita.. grazie per la lettura e il commento..